15 dicembre 2019
Aggiornato 00:30
Per «Symbola» siamo primi nel mondo in 10 settori

Draghi alle prese con un'Italia sconosciuta

Il presidente della BCE avverte di non aspettarsi miracoli dai cordoni allargati della Banca Centrale: già ora, dice, c'è più credito che domanda a causa delle arretratezze del sistema produttivo.

ROMA - Non è la prima volta che l'Italia, al pari di altri paesi europei, si trova ad affrontare una crisi strutturale. «Strutturali», riferito ai problemi di un paese, nella maggior parte dei casi vuole dire che l'organizzazione sociale, economica e culturale di un paese si trova spiazzata davanti a condizioni del tutto nuove causate da eventi non previsti, eccezionali o non sufficientemente valutati.

Tanto per fare un esempio, all'inizio degli anni settanta la maggior parte dei paesi europei, e in primo luogo l'Italia, si fecero trovare del tutto impreparati ad affrontare gli effetti di quella guerra detta del "Kipur", che nel giro di pochi giorni, fece schizzare verso livelli fino ad allora inimmaginabili il prezzo del petrolio.

L' Italia, che aveva gia visto svanire con «l'autunno caldo» buona parte del vantaggio che negli anni sessanta le era stato consentito da una manodopera a basso costo, si trovò a subire il cedimento anche del secondo pilastro che aveva sostenuto gli anni del «boom». Un pilastro che si chiamava energia offerta a prezzi stracciati, cioè oro colato per l' industria di trasformazione italiana che si stava affermando.

In quegli anni nei commenti degli economisti e degli esperti cominciò ad essere ricorrente una definizione dal lessicio un pò truce, riservata unicamente alla comprensione degli addetti ai lavori: "Il cavallo ha sete, ma non beve». Tradotto voleva dire che c'era urgenza di un innesto di quattrini, che i quattrini c'erano (erano gli anni in cui si poteva stampare moneta a volontà o andare altrettanto facilmente a debito) ma il sistema non se ne serviva («il cavallo non beveva»).

Invece di ricorrere al linguaggio equino tutti avrebero capito meglio se, chi ne aveva la responsabilità, avesse ammesso che il nostro sistema non era in grado di affrontare le mutate condizioni dei costi perchè il successo delle nostre industrie viaggiava su una concorrenza fondata su prodotti a basso contenuto tecnologico offerti a prezzi contenuti rispetto a Francia e Germania . Fu così, infatti, che nel giro di pochi anni finì in ginocchio gran parte della nostra industria tessiile: era successo infatti che questo settore si era trovato ad avere bisogno di quattrini a causa della crisi, ma nello stesso tempo nella condizione di non potersene giovare , nella consapevolezza che il mutare dei costi avevano ormai sbattuto molte imprese fuori mercato.

C' è qualche attinenza fra questa ricostruzione un pò sbrigativa della crisi dei primi anni settanta, con quanto sta avvendo in questi giorni? Si direbbe proprio di "sì", se si tiene conto delle parole di Mario Draghi, pronunciate alla vigilia di un intrervento sui titoli sovrani che cambierà la storia della Banca Centrale Europea: decisione che ormai i mercati danno per scontata.

«Quanto alla debolezza del credito abbiamo già osservato un miglioramento significativo delle condizioni di finanziamento per il settore privato e un'inversione di tendenza della dinamica dei prestiti nel secondo trimestre del 2014. La debolezza corrente dei prestiti è dovuta soprattutto alla domanda contenuta - ha affermato Draghi, per poi aggiungere e spiegare - Fra le determinanti della domanda vi sono l'attuale scarso vigore dell'attività economica, la riduzione della leva finanziaria da parte di famiglie e imprese, nonché gli elevati utili non distribuiti e le cospicue riserve di liquidità accumulate dalle società non finanziarie».

Insomma, anche se spiegato in termini meno grossolani, siamo tornati al famoso «il cavallo non beve». Se è così è giusto chiedersi cosa ci si può apettare dall'intervento di Draghi. Il presidente della Bce, dipingendo con parole esaurienti il quadro in cui andranno ad incidere le sue misure, ha nello stesso tempo fatto capire che sbaglia chi si attende miracoli dalla Bce.

Spetta quindi ai singoli Stati farsi un esame di cosienza e chiedersi perchè già da ora il «cavallo non beve». Nel caso dell' Italia da parte del governo sarebbe lecito aspettarsi una mappa aggiornata del nostro sistema Paese, con tanto di bandierine ad indicare cosa funziona e cosa invece va storto. Dove e perchè. Insomma quella che una volta veniva chiamata "programmazione industriale». Per ora purtroppo non se ne è vista traccia.

Nel putiferio delle chiacchere che dai politici rimbalzano sui nostri mezzi di comunicazione c' è una tale penuria di dati sulle reali condizioni del Paese che un «dossier Italia» prodotto da una fondazione a cui si può dare credito come «Syimbola» ci informa che siamo primi in Europa nel riciclo dei rifiuti (davanti alla Germania) e secondi al mondo nell'industria manifatturiera, senza che qualcuno dei nostri soloni salti sulla sedia davanti a dati così inaspettati per commentare, confutare, meravigliarsi, approfondire, una tale proiezione dell'azienda Italia (saremmo leader globali, secondo Symbola, in almeno dieci settori) che, se confermata, basterebbe da sola a ridarci la speranza e la fiducia persa.

«Conoscere per legiferare», era la bussola di Luigi Einaudi.

Sarebbe bello se tutti noi italiani, nessuno escluso, ricominciasssimo a credere nelle capacità di guida di una semplice bussola.L'alternativa, ormai dovremmo averlo capito, è andare a sbattere