11 luglio 2020
Aggiornato 04:00
La trattativa Stato-mafia

Mafia: Severino, Procura generale di Cassazione «rigorosa»

Il Ministro della Giusitiza: La Legge le assegna poteri-doveri di coordinamento. Lo Stato ha un debito verso se stesso, verso la giustizia e verso quei servitori delle istituzioni che persero la vita in quei primi mesi del '92

ROMA - Nessuna scorrettezza deontologica è stata commessa dalla Procura generale di Cassazione in relazione al caso delle presunte pressioni del Quirinale per un intervento sugli inquirenti che si occupavano del caso dell'ex ministro dell'Interno Nicola Mancino, sospettato di reticenza nell'indagine sulla trattativa Stato-mafia. Se ne è detta convinta la Guardasigilli Paola Severino, rispondendo nell'aula della Camera a una interrogazione del leader dell'Idv Antonio Di Pietro.

La Legge le assegna poteri-doveri di coordinamento - «Pur concordando pienamente con l'esigenza che la verità debba poter essere cercata senza guardare in faccia a nessuno, ribadisco - ha sottolineato il ministro della Giustizia - che proprio in una indagine così seria e delicata vadano ricercate verità accertate con metodo di assoluto rigore».
«Certamente - ha aggiunto Severino - a questi principi si è ispirata la stessa Procura generale della Cassazione, soggetto legittimato all'esercizio proprio di quei poteri-doveri di coordinamento riconosciuti sia dall'ordinamento giudiziario sia dall'articolo 104 del Codice antimafia in relazione all'attività di sorveglianza sul procuratore nazionale antimafia e sulla stessa relativa Direzione nazionale».

Lo Stato ha un debito verso la Giustizia - «A vent'anni dalle stragi di mafia culminate nella morte di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino - ha detto ancora il ministro Severino - non può che condividersi l'esigenza di pervenire a una piena ed integrale verità su tutti gli aspetti di quella dolorosa stagione».
«Appare ugualmente condivisibile - ha proseguito - la considerazione degli interroganti che lo Stato ha un debito verso se stesso, verso la giustizia e verso quei servitori delle istituzioni che persero la vita in quei primi mesi del '92, anche affinché il loro sacrificio non sia vano. Chiarito che a tale incommensurabile debito si può assolvere solo nel pieno e rigoroso rispetto delle leggi sostanziali e processuali, nonché di quelle regolamentari che disciplinano l'attività dei magistrati, fuori da ogni strumentalizzazione, di qualsiasi provenienza essa sia, che distorcerebbe soltanto quella ricerca della verità cui tutti aspiriamo».

Visto Messineo non previsto, non attivabili ispezioni - Nell'interpellanza Di Pietro chiedeva conto al ministro delle «ragioni per le quali il procuratore della repubblica di Palermo dottor Messineo, non abbia voluto assentire gli atti dei sostituti inquirenti» che si occupano della trattativa. «L'articolo 3 del decreto legislativo 106/2006 non prevede che gli atti relativi all'avviso di conclusione delle indagini siano sottoposti ad alcun visto di approvazione del procuratore capo se non coassegnatario del procedimento». Inoltre, su richiesta del Ministero «la Procura di Palermo ha comunicato che il programma organizzativo di quell'ufficio non prevede l'apposizione visto del procuratore capo o degli aggiunti» se non «sulle richieste di misure cautelari personali e su tutte le richieste di misure reali più importanti».
Per tutte queste ragioni, «non appare configurabile - ha affermato Severino - alcuna violazione di legge e pertanto non sono attivabili iniziative ispettive di natura ministeriale come richiesto dagli onorevoli interroganti».