19 ottobre 2018
Aggiornato 11:16

I trend tech del 2018? Nessuna novità: i Big saranno sempre più Big

Niente invenzioni fantasmagoriche. Sono i colossi tech a guidare il mercato anche nel 2018
I trend tech del 2018? Nessuna novità: Big saranno sempre più Big
I trend tech del 2018? Nessuna novità: Big saranno sempre più Big (Shutterstock.com)

MILANO - Scordatevi le macchine senza conducente, gli ologrammi nel salotto di casa e computer che si trasformano in veri e propri esseri umani. Benchè l’intelligenza artificiale stia facendo passi da gigante, siamo ancora ben lontani dal vederci robot-domestici apparecchiarci la tavola l’ultimo giorno dell’anno (ma non è detto che non succederà a breve). Se queste invenzioni generano titoli accattivanti, la realtà è che i principali motori di crescita per le più grandi aziende tecnologiche nel 2018 sono quelle che sono già diventate parte integrante della vita aziendale: la pubblicità digitale, l'e-commerce e il movimento all'ingrosso dell'IT globale verso il cloud.

Volete qualcosa di più concreto? Pensate alla classifica stilata da Bloomberg in questi giorni, in relazione agli uomini più ricchi del pianeta (e sempre più ricchi, con un aumento del 23% rispetto all’anno scorso). Il più facoltoso? Jeff Bezos, padre dell’e-commerce, la cui fortuna ammonta a 99,6 miliardi di dollari. Al secondo posto Bill Gates, fondatore di Microsoft e al quinto posto Mark Zuckerberg. Questi uomini hanno in mano la tecnologia e la crescita tecnologica è concentrata nelle loro mani (e scusate il gioco di parole).

Le tendenze poi, riflettono la massa di consumatori e sono dettate dalla preferenza degli utenti per la comodità dei servizi digitali. Essi riflettono anche la volontà di un maggior numero di imprese di operare su piattaforme costruite da aziende come Google, Facebook e Amazon - così come i giganti emergenti della tecnologia cinese Alibaba e Tencent. Un esempio su tutti? La pubblicità. Circa il 40% circa della spesa pubblicitaria globale è attualmente destinata ai canali digitali - solo una percentuale leggermente superiore a quella della televisione. L'elevata focalizzazione delle reti digitali e il loro potenziale di interattività dovrebbero proseguire in questa direzione. La pubblicità online, inoltre, è sinonimo di posizione dominante. L’intero settore, secondo i dati Nielsen, ha chiuso il 2016 con un incremento dell’8% dei ricavi a 2,28 miliardi di euro, piazzandosi nettamente al secondo posto come tipologia preferita dagli investitori pubblicitari, con una quota del 27,7%. In realtà l’incremento dell’8% messo a segno dal settore online nasconde soprattutto un aumento di search e social, le aree in cui sono attive Google e Facebook. Negli Stati Uniti, Google e Facebook hanno rappresentato il 99% della crescita dei ricavi della pubblicità negli Stati Uniti, acquisendo un totale del 77% della spesa lorda nel 2016, in crescita rispetto al 72% del 2015.

Ormai le vendite al dettaglio mondiali hanno trovato la loro strada online, lasciando ampio spazio alla crescita. Secondo Goldman Sachs, il commercio elettronico rappresenta circa il 14 per cento delle vendite negli Stati Uniti e il 9 per cento nell'Europa occidentale. In Cina, il dato è del 22 per cento. Come con le principali piattaforme pubblicitarie, Amazon ha mostrato alcune delle caratteristiche vincenti, tutte caratteristiche che vengono con il dominio digitale. Il suo tasso di crescita si è accelerato man mano che è cresciuto, non è rallentato. L’app del suo assistente virtuale Alexa, in queste vacanze natalizie, ha raggiunto la prima posizione sugli App Store statunitensi e tra le prime posizioni in Europa. Questo significa che Amazon sta nuovamente «condizionando» il mercato di massa verso un’altra rivoluzione da lui stesso dettata, quella del commercio vocale. Echo Dot, il suo speaker intelligente, è stato l’oggetto più venduto durante le festività di Natale e potrebbe raggiungere 20 milioni di unità vendute entro la fine dell’anno, con un incremento del 900% rispetto al 2016.

Nel frattempo, da un recente sondaggio Goldman è emerso che solo il 19% circa del carico di lavoro informatico delle grandi multinazionali si è trasferito nel cloud. Il costo irrecuperabile dell' infrastruttura IT esistente significherà che la transizione al cloud computing richiederà molti anni. Ma con una spesa globale IT destinata a raggiungere i 3,7 milioni di dollari il prossimo anno, secondo Gartner, le dimensioni delle opportunità di business sono enormi. Le società di piattaforme americane che si sono posizionate per cavalcare queste onde stanno terminando il 2017 come i cinque gruppi più preziosi del mondo: Apple, Google, Microsoft, Amazon e Facebook. E anche con Apple, che dovrebbe registrare appena una crescita dei ricavi nel 2018, si prevede che l'anno prossimo queste aziende aggiungeranno 100 miliardi di dollari di vendite tra loro - un tasso di crescita collettivo del 14%.

La conseguenza più probabile? Che le autorità americane ed europee si muoveranno ancora di più per tassare i ricavi delle Big Company. Una strada non facile quella della regolamentazione che, ad esempio, in Italia, ha finito per essere un pasticcio epocale. Un’imposta che - peraltro - esclude uno dei maggiori colossi, Amazon. La web tax finita nella legge di Bilancio 2018, infatti, solleva le aziende dell’e-commerce dal prelievo del 3% che, a partire dal 2019, toccherà chi vende online servizi non appena raggiunte le 3 mila transazioni in un anno. E dunque, mentre chi vende pubblicità online (Google e Facebook, per esempio), analisi dei dati (molte aziende italiane) o qualsiasi altro tipo di servizi sarà toccato dal provvedimento, Amazon, non dovrà versare praticamente nulla. La norma, però, potrebbe valere solo per un anno. Bruxelles sta, infatti, lavorando a una web tax comunitaria volta a far pagare un’imposta sui profitti a tutte le società che operano nel digitale. Una volta che l’imposta entrerà in vigore Facebook, Amazon & co avranno solo un interlocutore – la Ue appunto – e tutte le norme nazionali in materia decadranno.

Una parte del palco, nel prossimo 2018, lo avranno anche i colossi asiatici. Queste imprese sono riuscite ad allinearsi strettamente agli interessi del loro Stato e a godere di un mercato interno ampiamente isolato dalla concorrenza straniera. Non hanno ancora fatto il pieno passo verso la scena mondiale, nonostante i recenti investimenti in Snap e Spotify tra gli altri. Ma entro la fine del 2018 vi sono buone possibilità che le loro aspirazioni globali siano diventate molto più evidenti. Del resto Jack Ma (Alibaba) aveva parlato chiaro: 15 miliardi di dollari per lo sviluppo globale nei prossimi 5 anni.