27 novembre 2020
Aggiornato 00:30
Italian Master Startup Award

Startup, spezziamola una lancia a favore di Governo e Università

All'Italian Master Startup Award si è fatto il punto su quanto svolto dagli incubatori universitari e dal Governo a favore delle startup innovative. A vincere il premio è stata Lanieri, proveniente dall'I3P del Politecnico di Torino

PALERMO - I talenti ci sono anche in Italia e nascono anche all’interno degli incubatori universitari che, malgrado si vedano gli investimenti in ricerca e sviluppo ridotti all’osso (in Italia siamo allo 0,5% del Pil per la ricerca pubblica) riescono comunque a partorire startup di successo. Come Lanieri, che proveniente dall’I3P del Politecnico di Torino, si è aggiudicata l’11° edizione dell’Italian Master Startup Award, promosso da PNICUbe, Associazione degli Incubatori e delle Business Plan Competition accademiche italiane.

Lanieri, un esempio di mercato globale
Una storia di successo, un po’ in controtendenza con il panorama delle startup italiane, un’azienda che ha visto nel 2016 crescere il fatturato del 200%, oltre 6mila clienti distribuiti in più di 50 paesi nel mondo. E se da una parte si grida al fatto che le nostre strutture di ricerca mancano di una vera e propria vocazione al mercato, dall’altra esistono esempi di cui dobbiamo essere orgogliosi. Perché malgrado quel muro all’innovazione fatto di una cultura obsoleta tipica del nostro Paese, il settore pubblico si sta tirando su le maniche.

Cosa sta facendo il Governo
«Da 5 anni il MISE si è messo in testa che le startup vanno sostenute e di passi in avanti ne abbiamo fatti - ha detto Mattia Corbetta della Segreteria tecnica del Ministero dello Sviluppo Economico -. Dalla procedura telematica per le startup online alla possibilità per le PMI di usufruire dell’equity crowdfunding, dai 400 milioni di euro complessivi erogati a favore delle startup dal Fondo di Garanzia al programma Startup Visa che consente ai cittadini non UE di avviare una startup innovativa nel nostro Paese». E i dati confermano l’impegno. Dal 20 luglio scorso sono state 400 le startup costituite online (anche se non sono mancati alcuni inconvenienti) e sempre più cittadini esteri hanno deciso di costruire qui il loro business. Solo nel primo trimestre di questo anno sono arrivate - grazie a Startup Visa - ben 61 candidature. Da quando è stato lanciato il programma, nel giugno 2014, sono arrivate 222 richieste, di cui 134 hanno avuto un esito positivo. Il motivo? Un vero e proprio pacchetto governativo che ha semplificato le procedure per aprire una startup innovativa e che sembra funzionare davvero. «E perché alla fine in Italia si sta bene - continua Corbetta - e a oggi è, di fatto, il secondo Paese più attrattivo d’Europa».

Il valore dell’Università e della ricerca
L’Università non è da meno. In particolare dal 2000 PNICube ha visto la creazione di 1.200 spin-off, 640 dei quali hanno partecipato al Premio Nazionale per l’Innovazione, con un fatturato medio di 220mila euro che, confrontandolo con quello delle startup (fatturato medio 152mila), risulta superiore del 25%. In questo senso la ricerca giova alla crescita delle startup e in questo gli incubatori hanno un ruolo determinante. «L’edizione 2017 dell’IMSA ha premiato la crescita di una startup che innova in uno dei settori che è sempre stato il fiore all’occhiello del Made in Italy e che oggi, con Lanieri, coniuga abilmente fashion, manifattura e digitale – ha commentato Giovanni Perrone, Presidente di PNICube – È il riconoscimento del ruolo che PNICube gioca da diversi anni nel contribuire attraverso l’innovazione delle proprie startup alla competitività del nostro Paese». Quanto ai fondi d’investimento, la soluzione potrebbe essere davvero alle porte: entro la metà del 2018 saranno operativi 4 o 5 fondi chiusi di seed e venture capital dedicati alla ricerca pubblica e alle università. Questo grazie alla lungimiranza della Cassa Depositi e Prestiti (CDP) che a dicembre scorso ha dato vita ad un accordo di investimento con il Fondo Europeo per gli Investimenti (FEI). «CDP e FEI hanno deciso di mettere a disposizione delle SGR attive nel venture capital ben 100 milioni di euro ciascuno per lo sviluppo del trasferimento tecnologico in Italia - ha detto Amedeo Giurazza, Founder & CEO presso Vertis SGR SpA. - Con questa dotazione complessiva di 200 milioni di euro partiranno 4-5 fondi di technology transfer (TT) di 40-50 milioni ciascuno, con dotazioni diverse. Nei prossimi mesi, quindi, professori, ricercatori ecc. non avranno più alibi: i fondi di TT dedicati ci saranno e saranno alla ricerca di innovazioni nelle quali investire, ma vorranno anche il commitment degli scienziati (dando loro anche competenze manageriali) per trasformare i progetti in nuove imprese».

Corporate Venture Capital poco sviluppato
Le incongruenze e i problemi, tuttavia, esistono e non possiamo nasconderci dietro un dito, perché il fatturato medio delle startup resta basso. E, in buona parte, la colpa è anche del settore privato, laddove non esistono corporate disposte a investire in innovazione e ad aprire le porte alle startup innovative. Nel primo quadrimestre del 2017 ci sono state 34 acquisizioni da parte di corporate in startup dell’intelligenza artificiale. Nessuna di queste è avvenuta in Italia (ne sono avvenute anche in Spagna per intenderci). E questo avviene principalmente per due questioni: da una parte le PMI non comprendono i piani aziendali delle startup, dall’altra offrono spesso poche possibilità di crescita e innovazione agli stessi professionisti digitali, oltre a offerte di lavoro poco chiare (le PMI hanno poca consapevolezza dei settori tecnologici verso cui dovrebbero dirigersi). In un recente articolo che abbiamo scritto, ci siamo chiesti perché un ingegnere software (italiano) avrebbe potuto rifiutare 3mila euro di stipendio. Grazie a questa ricerca (che vi consigliamo) abbiamo capito che non è vero che non esistono developer competenti in Italia, ma che sono le aziende che non sanno dare garanzie.

Leggi anche: «Non è vero che mancano competenze digitali in Italia, il problema è delle aziende» »

Startup poco global
Mettici poi, in capo agli imprenditori, una propensione al rischio meno accentuata degli altri Paesi e la difficoltà di approdare sui mercati globali, accontentandosi della domanda interna. Di fatto, per le startup, non deve esistere la parola «estero», ma solo la parola «mercato». Dobbiamo sempre e con forza ricordarci che siamo (e speriamo che continui ad essere così) membri dell’Unione Europea e, pur con difficoltà, operiamo in un mercato di libera circolazione di merci, capitali e persone. Le startup italiane migliori e più promettenti nascono «global» nelle loro ambizioni come da ogni altra parte del mondo. Ora, dopo aver analizzato vari aspetti, non è facile individuare di chi è la colpa se più di una startup su due muore dopo i primi 5 anni di vita. Forse però, dovremo smetterla di puntare solo il dito verso il settore pubblico e cominciare ad allargare gli orizzonti. E premi come l’Italian Master Startup Award ce lo confermano.