6 dicembre 2019
Aggiornato 05:30

Per Pechino c'è la «mano nera» di Washington dietro le proteste di Hong Kong

La prova? La foto di un incontro tra una funzionaria del consolato americano e alcuni capi della protesta

Video Euronews

HONG KONG - Mentre comincia un nuovo fine settimana difficile per Hong Kong e i manifestanti si danno appuntamento all'Aeroporto internazionale della città per segnalare le loro ragioni agli stranieri che arrivano presso lo scalo della provincia semi-autonoma cinese, la diplomazia cinese lavora per sostenere la versione di Pechino. E oggi è stato il nuovo ambasciatore della Repubblica popolare a Roma, Li Junhua, a chiarirlo in maniera molto netta: dietro le proteste violente ci sono «architetti misteriosi». Ma non tanto misteriosi da non puntarvi il dito contro: sono gli Stati uniti.

Già da ieri diplomatici cinesi in Europa - in Gran Bretagna e Spagna in particolare - avevano diffuso il verbo di Pechino. A Roma però, complice l'arrivo di un nuovo ambasciatore da solo due mesi, si è tenuta una vera e propria conferenza stampa con tanto di video esplicativi, nella quale il diplomatico ha sostenuto la tesi della svolta violenta nelle manifestazioni contro la proposta di legge sull'estradizione - che consentendo di consegnare prigionieri alla Cina, secondo i dimostranti pro-democrazia, darebbe a Pechino lo strumento per imprigionare i dissidenti - e del fatto che a soffiare sul fuoco ci sarebbe Washington.

«Secondo la legge vigente a Hong Kong la polizia ha il dovere di tutelare tutte le manifestazioni pacifiche. Ma quello che è accaduto è che a Hong Kong non ci sono più manifestazioni pacifiche, ma forme di violenza», ha lamentato Li, il quale ha ripetuto un'accusa già formulata nei giorni scorsi da Pechino: le dimostrazioni «hanno preso le caratteristiche delle 'rivoluzioni colorate'». Una valutazione, questa, che richiama le analoghe rivoluzioni colorate nell'Est Europa e insinua il sospetto che vi sia una mano esterna a suscitarle.

In realtà, dal punto di vista del diplomatico cinese, non si tratta di un sospett,o ma di una vera e propria certezza. «Credo che se l'obiettivo dei manifestanti era quello di fermare l'emendamento alla legge sulle estradizioni, lo stop da parte della governatrice Carrie Lam (la 'Chief Executive' dell'amministrazione di Hong Kong, ndr.) sia stata una risposta più che soddisfacente», ha affermato il diplomatico. «Il problema è che però oggi ci sono gruppi di pochi estremisti dietro di loro che portano avanti ancora le proteste con la scusa della legge sull'estradizione, ma in realtà con obiettivi politici».

Sul chi siano questi «misteriosi architetti», l'ambasciatore non ha incertezze e mostra la foto, già circolata che mostra la rappresentante consolare Usa a Hong Kong Julie Eadeh con alcuni giovani presunti attivisti, oltre che alcuni personaggi bianchi e biondi in mezzo ai disordini. E, ancor più esplicitamente, sostiene che «dal mese di giugno, se non già prima, un piccolo gruppo di paesi, e in particolare gli Stati uniti, ha iniziato a intromettersi molto negli affari di Hong Kong».

Li ha ricordato il fatto che attivisti pro democrazia hanno incontrato il presidente Usa Donald Trump e il segretario di Stato Mike Pompeo, oltre alle dichiarazioni della speaker della Camera Nancy Pelosi a favore delle manifestazioni di protesta. «Il mondo politico Usa sta dando sostegno e sta amplificando le idee dei manifestanti e degli organizzatori delle manifestazioni. Non solo, ma continua anche a mettere in discussione e interferire col principio 'un paese-due sistemi'. Se non ci fossero dietro le quinte questi attori che muovono i fili, i manifestanti non avrebbero avuto il coraggio di fare quello che hanno fatto per le strade della città».

Per questo motivo, ha proseguito Li, «vorrei sottolineare che Hong Kong è cinese e che non accettiamo interferenze esterne e chiedere agli Stati uniti di pensare ale proprie cose e di non fare quello che non vorrebbero fosse fatto loro». Anche perché, ha ricordato, «esiste un proverbio cinese che dice che chi gioca col fuoco prima o poi si scotta». E questo, «vale sia per i manifestanti, sia per gli architetti misteriosi che sono dietro di loro».

Dal punto di vista suo, Pechino continua ad aver fiducia nella leader honkonghese Carrie Lam e nella polizia dell'ex colonia britannica, ha assicurato Li. Ma ora la priorità è evitare il caos, ristabilire l'ordine. «Scendere per le strade con i volti coperti e portare il caos non può essere considerato una manifestazione pacifica, in nessun paese». E anche in Italia è un illecito distruggere la bandiera nazionale. Tra l'altro, ha segnalato l'ambasciatore cinese, il divieto di mascherarsi nei luoghi pubblici è valido anche in Italia ed è regolato dall'articolo 2 del nuovo decreto sicurezza.

In ogni caso, se l'amministrazione di Hong Kong non riuscirà a «gestire» la situazione, ha assicurato il diplomatico, il governo centrale «non resterà a guardare». Li non è entrato nello specifico, ma riguardo al punto oltre il quale Pechino potrebbe entrare direttamente in attività, ha citato una frase del presidente Xi Jinping: «Qualsiasi azione che metta in pericolo la sicurezza e la sovranità nazionale e minacci i diritti del governo centrale cinese e la 'Basic Law' di Hong Kong e utilizzi Hong Kong per creare infiltrazioni e rotture in seno alla Cina, è un'azione che mette in discussione le basi del governo cinese e non può essere permessa».