19 luglio 2019
Aggiornato 09:30
Elezioni Europee 2019

Verso nuova maggioranza europeista, contro i sovranisti

La maggioranza politica che dovrà «eleggere» il prossimo presidente della Commissione europea deve fondarsi sulla certezza di raccogliere almeno 376 voti, la metà più uno dei 751 seggi dell'Europarlamento

Verso nuova maggioranza europeista, contro i sovranisti
Verso nuova maggioranza europeista, contro i sovranisti ANSA

BRUXELLES - C'è una lettura oggettiva obbligata per interpretare il voto europeo: quella dei numeri. La maggioranza politica che dovrà «eleggere» il prossimo presidente della Commissione europea, e poi dare la fiducia a tutto il suo Esecutivo, deve fondarsi sulla certezza di raccogliere almeno 376 voti, la metà più uno dei 751 seggi dell'Europarlamento. E dalle proiezioni dei seggi, che si possono considerare ormai sostanzialmente vicine, se non identiche, al risultato finale, risultano chiare due cose: da una parte, che il Ppe e i Socialisti da soli, per la prima volta, non hanno più la maggioranza assoluta; dall'altra, che quella maggioranza non è possibile neanche con un'improbabile alleanza di tutte le formazioni della destra conservatrice, populista o sovranista (Enf, Ecr, Efdd) e del Ppe (avrebbero 351 voti).

Cade, quindi, l'ipotesi principale sostenuta dal premier ungherese Viktor Orban e dal vicepremier italiano Matteo Salvini, come pure, in parte, dal leader di Forza Italia Silvio Berlusconi. Inoltre, l'incompatibilità politica dell'Alde con il gruppo sovranista euroscettico Efdd e con l'estrema destra nazionalistica dell'Enf non permette di considerare un allargamento ai liberali di quella impossibile maggioranza.

Che cosa resta allora possibile? Sarebbe molto solida (506 voti) un'alleanza «europeista» fra i due gruppi politici maggiori, Ppe e S&D, molto indeboliti, con l'Alde e i Verdi, due gruppi in forte ascesa. La solidità sarebbe tale da poter compensare eventuali (e non improbabili) defezioni da parte della trentina di eurodeputati del Ppe che fanno riferimento alle posizioni più di destra, come i sovranisti ungheresi del Fidesz di Orban.

L'altra ipotesi possibile, quella di un'alleanza a tre Ppe, S&d e Alde (436 voti), senza i Verdi, sarebbe comunque molto oltre la soglia necessaria di 376 voti, sebbene più fragile in caso di fronda interna fra i Popolari.

Quello che è certo è che nell'Europarlamento il Ppe non sarà più egemone com'è stato finora, e che questo avrà quasi certamente conseguenza importanti sia sul ruolo, più pesante, degli alleati nella futura coalizione di maggioranza europeista, che sui contenuti e le priorità politiche dell'alleanza stessa. Lo «spitzenkandidat» socialista Frans Timmermans, incassando subito l'appoggio dei Liberali e dei Verdi, l'ha già definita «coalizione progressista», incentrata sulla lotta al cambiamento climatico, la giustizia sociale, la giusta tassazione delle multinazionali, la difesa dello stato di diritto minacciato dall'autoritarismo delle «democrazie illiberali».

Il Ppe potrebbe rifiutare questa prospettiva, e spingere per un'alleanza più simile a quella attuale con Socialisti e Democratici e Liberali. Ma non è più in grado di dettare condizioni. E potrebbe finire con lo spaccarsi in due.

Quanto ai sovranisti, l'avanzata prevista della Lega e del Rn francese di Marine Le Pen c'è stata (21 seggi in più nel gruppo Enf), ma non basta a compensare il forte incremento di consensi nell'Alde (39 seggi in più) e dei Verdi (18 in più), dall'altra parte dello spettro politico, su posizioni fortemente europeiste. Sebbene rafforzati dal voto, senza l'alleanza col Ppe i sovranisti rimarranno piuttosto marginali nel nuovo Parlamento europeo, soprattutto in confronto al cambiamento epocale vaticinato da alcuni di loro come risultato di queste elezioni europee.

Per il M5s, infine, è probabile che si apra una fase d'incertezza: a parte il risultato deludente del voto, la forte avanzata nel Regno Unito del partito della Brexit, di Nigel Farage, li tiene per ora al riparo dalla necessità di trovare o creare un nuovo gruppo politico, visto che possono restare nell'Efdd con lo stesso Farage, almeno fino a quando i britannici non se ne andranno davvero dall'Ue. Ma c'è da chiedersi se convenga davvero ai pentastellati, viste le loro posizioni e il loro lavoro in questi cinque anni sulle questioni sociali e ambientali, restare collocati a destra nello spettro politico di Strasburgo.