16 giugno 2019
Aggiornato 08:30
Crisi coreana

A Vancouver si parla di Corea del Nord, ma senza Russia e Cina

A Vancouver al via i colloqui sulla crisi coreana alla presenza dei Paesi che nel '50 si schierarono contro Pyongyang. Russia e Cina non sono state invitate

Riproduzioni del dittatore nordcoreano Kim Jong-Un e del presidente Usa Donald Trump.
Riproduzioni del dittatore nordcoreano Kim Jong-Un e del presidente Usa Donald Trump. ( ANSA )

VANCOUVER - Risolvere la crisi nordcoreana senza Corea del Nord, Russia e Cina? Si può. Questo, almeno, è quanto devono aver pensato i promotori dei colloqui di Vancouver, in Canada - in primis gli Stati Uniti di Donald Trump -, apertisi proprio in queste ore dopo che, negli ultimi giorni, la pur timida ripresa del dialogo tra Corea del Nord e Corea del Sud ha fatto moderatamente sperare in un punto di svolta per la crisi. Una crisi che, fino a poche settimane fa, pareva essere destinata ad esasperarsi sempre di più, anche attraverso la guerra di dichiarazioni che meno diplomatiche non si può ingaggiata da Kim Jong-Un da un lato e dal Commander-in-Chief dall'altro. Il quale, dal suo account Twitter, dopo le ultime provocazioni del nemico, aveva tenuto a ricordargli che sì, le dimensioni contano, soprattutto quando si parla di «bottoni nucleari». E che, sulle dimensioni, gli Stati Uniti non possono che godere di un ampio vantaggio sui pur temibili mezzi in mano a Pyongyang.

Il disgelo delle Olimpiadi invernali
L'inizio del disgelo è poi avvenuto con il via ai colloqui sulla partecipazione nordcoreana alle Olimpiadi di Pyeongchang. La scorsa settimana, infatti, i due Paesi da sempre in rotta di collisione avevano concordato la presenza dei pattinatori nordcoreani ai giochi invernali in programma dal 9 al 25 febbraio. Pyongyang ha così proposto nuovi colloqui a livello di viceministri dedicati all'invio degli atleti. Nulla a che vedere con le intricatissime questioni geopolitiche che attanagliano da più di mezzo secolo la penisola coreana, ma comunque un'apertura al dialogo che ha fatto ben sperare. Tanto più che, né a livello diplomatico né dal Palazzo di Vetro delle Nazioni Unite, sembravano registrarsi miglioramenti sull'annosa questione.

Ai colloqui Turchia, Grecia, Etiopia, Sudafrica... ma non Russia e Cina
Ma i colloqui di oggi a Vancouver, seppur salutati dall'Occidente (in primis dagli Stati Uniti) come un'importante iniziativa diplomatica, allungano ancora una volta un'ombra scura sugli sviluppi della crisi. Un'ombra proiettata dalla sostanziale divisione della comunità internazionale sulla vicenda, manifestata dall'inspiegabile assenza di Russia e Cina, deliberatamente non invitate, potenze direttamente coinvolte nella crisi e sulla quale hanno certamente voce in capitolo. Perché sì, paradossalmente, tra i 17 Stati riuniti intorno al tavolo canadese, ci sono Paesi - come la Grecia, la Turchia, l'Etiopia, il Sudafrica o la Colombia - che non hanno, neppur lontanamente, nulla a che fare con il focolaio di crisi nordcoreano, ma che partecipano solo in virtù del loro contributo al contingente ONU in difesa della Corea del Sud nel 1950. Peccato che, da allora, siano passati 68 anni e che molti degli Stati invitati a contribuire ai colloqui hanno veramente poco a che fare con quanto sta accadendo a Pyongyang. O, perlomeno, vi hanno meno a che fare di Russia e Cina.

Il Canada e l'invito alla Cina
Lo stesso Canada, a parte l'offerta del tavolo su cui avverranno le riunioni, sembra poter vantare davvero pochi appigli sulla questione. E' pur vero che Ottawa stessa era parsa, in passato, in rotta di collisione con gli Stati Uniti per la sua intenzione, secondo le ricostruzioni non sostenuta da Washington, di invitare la Cina a partecipare ai colloqui. Il ministro per gli Affari esteri Chrystia Freeland sembrava infatti convinta, lo scorso dicembre, che le porte di Vancouver si sarebbero aperte anche per Pechino: così, almeno, dichiarò il suo press secretary in uno scambio di e-mail con il National Post: «Speriamo che parteciperanno», ha detto il 20 dicembre, giorno in cui Freeland annunciò per la prima volta i dettagli della riunione a fianco del Segretario di Stato americano, Rex Tillerson. «Il Canada riconosce il ruolo essenziale della Cina in ogni sforzo diplomatico teso a supportare la sicurezza e la stabilità nella pensiola coreana», ha dichiarato poi il portavoce del dipartimento Global Affairs canadese Amy Mills. «Il Canada si è ripetutamente messo in contatto con la Cina e l'ha aggiornata sul meeting di Vancouver».

La reazione di Pechino e Mosca
Resta il fatto che, tra la ventina di Paesi seduti intorno a un tavolo per parlare della crisi coreana, della Cina neppure l'ombra. «Tenere questo meeting che non include parti in causa importanti nella questione coreana non può certamente aiutare nell'ottenere una appropriata risoluzione della questione», è stato il commento ufficiale del portavoce del ministro degli Esteri cinese Lu Kang. Dello stesso avviso anche il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che, in occasione della conferenza stampa di fine anno, ha definito tale sistema diplomatico «nocivo».

All'ONU il Consiglio di Sicurezza compatto, ma poi Cina e Russia escluse da Vancouver
Tanto più che le ultime sessioni del Consiglio di Sicurezza ONU sull'argomento avevano mostrato un'eccezionale convergenza di tutti gli Stati membri – comprese Russia e Cina – nel voler usare il pugno duro contro le continue provocazioni di Pyongyang anche attraverso nuove sanzioni contro il regime. In quell'occasione, l'ambasciatrice statunitense al Palazzo di Vetro Nikki Haley aveva ringraziato i colleghi per l'unità del Consiglio nell'approvare una risoluzione che imponeva nuove, severe restrizioni al Paese nei settori dell’energia e dell’import-export, e introduceva una nuova autorità marittima preposta a contrastare i traffici illeciti. Un fronte trasversale che l'iniziativa di Vancouver sembra frantumare, rievocando lo spettro degli schieramenti della guerra del 1950. Mentre, per arginare le ambizioni del dittatore Kim Jong-Un, sarebbe più che mai necessario che la comunità internazionale tutta – comprese Russia e Cina, che possono ricoprire un insostituibile ruolo di mediazione – si schierasse compatta e risoluta nel processo diplomatico di risoluzione della crisi.