26 giugno 2019
Aggiornato 09:30
Crisi coreana

Summit di Hanoi, flop sia per Trump che per Kim Jong Un

Il capo della diplomazia americana Mike Pompeo, dal canto suo, ha assicurato che, nonostante la svolta negativa del summit, la diplomazia si metterà subito al lavoro per far ripartire i negoziati

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HANOI - Una sconfitta per la diplomazia personale del presidente Usa Donald Trump, nessun concreto passo avanti in un percorso di disgelo iniziato a giugno dello scorso anno a Singapore. Il vertice di Hanoi con il leader nordcoreano Kim Jong Un si è concluso in anticipo senza alcun accordo, senza neanche una dichiarazione congiunta. Senza neppure che i due numeri uno di Pyongyang e Washington pranzassero assieme. Un niente di fatto che salta agli occhi nel confronto con il primo faccia a faccia, lo scorso giugno.

A Singapore fu firmata una dichiarazione congiunta nella quale, anche se vagamente, si poneva l'obiettivo della denuclearizzazione. Ma, dopo il nuovo vertice, non ci sono stati passi concreti da parte nordcoreana. Nonostante le periodiche dichiarazioni ottimistiche, persino entusiaste di Trump, attraverso Twitter, in realtà i servizi di sicurezza e d'intelligence americani segnalavano che Pyongyang continua nelle sue attività di sviluppo del proprio arsenale missilistico e nucleare, nonostante la mancanza di quei test, che negli anni passati avevano portato la tensione a livelli massimi.

Si è rotto, in particolare sul tema delle sanzioni, di cui Kim ha chiesto la revoca totale in cambio dello smantellamento della struttura d Yongbyon, centro propulsivo del programma nucleare nordcoreano.

«Di base loro volevano che le sanzioni fossero revocate nella loro interezza e noi non abbiamo potuto farlo», ha detto Trump, il quale ha assicurato che comunque il rapporto con Kim rimane «molto amichevole» e che la Corea del Nord ha un «tremendo, incredibile potenziale». Ma il capo della Casa Bianca ha anche detto:e «ci sono volte che bisogna lasciare i negoziati e questa era una di quelle occasioni». Trump ha reso noto che Kim gli ha promesso che non ci saranno futuri test nucleari o missilistici. Dal canto suo, il presidente americano ha affermato che non ci sarà un ulteriore aggravamento delle sanzioni.

Il capo della diplomazia americana Mike Pompeo, dal canto suo, ha assicurato che, nonostante la svolta negativa del summit, la diplomazia si metterà subito al lavoro per far ripartire i negoziati. Ma certo la delusione è forte, in particolare nell'alleato che più di tutti aveva puntato sull'ipotesi di un accordo: il presidente sudcoreano Moon Jae-in, al quale lo stesso Trump ha espresso rammarico. Invece, dal canto suo, il premier giapponese Shinzo Abe, che è sempre stato tiepido su questo percorso e lo ha più che altro subito, probabilmente vedrà confermate le sue perplessità.

La Cina, grande alleato di Pyongyang, ha preso atto che il processo di pacificazione tra USA e Nordcorea non è qualcosa che si possa concludere in una notte. Trump, dal canto suo, ha ringraziato Pechino per il ruolo che ha svolto nella preparazione dello sfortunato vertice.

Kim Jong Un è arrivato ad Hanoi con un viaggio molto simbolico, in treno, in due giorni e mezzo, gran parte dei quali nel territorio cinese. Il giovane leader nordcoreano, con questo viaggio, ha simbolicamente ripercorso le tracce del viaggio del 1964 fatto dal nonno Kim Il Sung, al quale somiglia anche fisicamente (e non manca di utilizzare a livello interno questa somiglianza).

Anche Kim non esce bene da Hanoi. Se a giugno dovette andare a Singapore affittando un aereo cinese, oggi ha viaggiato su mezzi nordcoreani, uno dei suoi treni, ma grazie alla benevolenza cinese. Dietro questa necessità, la fragilità nordcoreana rispetto a una situazione economica che non consente neanche al leader di viaggiare con aerei perfettamente sicuri. Un circolo vizioso, che rende Pechino sempre più importante in questa partita, con la Cina pronta a usare il suo peso su tutti i tavoli, compreso quello dei negoziati sul commercio con gli USA.