17 ottobre 2018
Aggiornato 23:00

Libia sull'orlo della guerra civile: Europa a un passo da una nuova crisi petrolifera e migratoria

Un oleodotto che collega i campi petroliferi della compagnia al-Waha al terminal di El Sider è stato colpito da un'esplosione. Chi è il mandante?
Il Generale Khalifa Haftar
Il Generale Khalifa Haftar (ANSA/ EPA/JAMAL NASRALLAH)

TRIPOLI - Doveva essere tutto risolto, la pace raggiunta, il dopo Gheddafi finalmente equilibrato. Invece non è così, e la Libia continua ad essere una polveriera in cui si combatte, pronta ad esplodere: con gravissime ripercussioni soprattutto sull'Italia. Un oleodotto che collega i campi petroliferi della compagnia al-Waha al terminal di El Sider è stato colpito da un'esplosione avvenuta a nord-est della città di Maradah, in Cirenaica. Dopo un lungo periodo di equilibrio politico tra il generale Haftar e il governo di Al Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, torna la tensione nell’area petrolifera della Libia. A provocare l'esplosione sarebbe stato un commando terroristico. A quanto riporta il Lybia Times, secondo fonti dell'Esercito nazionale libico (LNA) i responsabili dell'attacco sarebbero i «militanti islamici delle cosiddette Brigate di Difesa Bengasi». Ovvero un pezzo dell’Isis che, cacciato dalla Siria in seguito alla scontata disfatta militare, si è riversato nel deserto sahariano, e ora starebbe tentando di risalire verso il mar mediterraneo. Viene il sospetto che l'Isis sia, in definitiva, un gruppo paramilitare che fa il lavoro sporco dei burattinai statunitensi. Con ogni probabilità, l’Isis e le sue truppe altro non sono che il braccio armato di una delle due parti, ovvero quella afferente al governo centrale che sta tentando di eliminare il generale Haftar, dominus della Cirenaica e non solo, protetto da Hollande prima e Macron poi, Erdogann e Al Sisi.

Perché l'attacco?
Solo pochi giorni fa il generale Haftar fece una dichiarazione molto bellicosa, passata sotto traccia in occidente: «La Libia è a una svolta storica pericolosa con la scadenza dell'accordo politico di Skhirat. Tutti gli organi politici nati da questa intesa perdono oggi di fatto la loro legittimità, entità peraltro già contestate da quando sono entrate in carica». «Malgrado le minacce a cui facciamo fronte annunciamo chiaramente che ci sottomettiamo totalmente agli ordini del popolo libico libero che è l'unico a decidere», ha aggiunto. "Stiamo entrando in una fase pericolosa che lascia presagire un graduale deterioramento di tutte le questioni sociali senza eccezioni, che potrebbe influire sulle parti regionali e internazionali e aprire le porte a ogni scenario", ha precisato il generale. "Rifiutiamo categoricamente le minacce e ci impegniamo davanti al popolo a difendere le istituzioni. Allo stesso tempo diciamo 'No' al fatto che l'esercito nazionale si sottometta ad alcuna autorità tantomeno se non eletta dal popolo». Poco meno di una dichiarazione di guerra verso Serraj, e la volontà di una successiva piena presa del potere.

Petrolio e dollari
L’attentato terroristico di due giorni fa, con ogni probabilità è quindi una risposta che arriva da Tripoli, che dovrebbe regolare i conti con il generale ribelle spalleggiato dai francesi, turchi, egiziani e probabilmente anche dai russi. E quindi nemico strategico degli Usa. L’aumento del costo del petrolio è stato immediato, e in rapporto alla reale perdita di produzioni – circa 100.000 barili/giorno, un’inezia – importante: il 2,5%. Il petrolio ha raggiunto quota sessanta dollari al barile, un prezzo ancora mediobasso, perché drogato dalla sovraproduzione saudita. Ma la fiammata è indicativa del timore, da parte dei mercati, di una nuova guerra civile su vasta scala in Libia. Serraj contro Haftar, uno scontro finale per il potere. Scenario che verrebbe coinvolta pesantemente su fronti opposti la comunità internazionale – Francia e Russia con il generale, Usa con Serraj – nonché una nuova massiccia ondata migratoria.