27 ottobre 2020
Aggiornato 22:00
Immigrazione

Il Gruppo di Visegrad rilancia le politiche migratorie anti-UE: ecco cosa vogliono davvero i paesi dell'Est

A Roma si è svolto il convegno Europe's Immigration Crisis: Alternative Views From the Visegrad Group. Ecco cosa è emerso di molto interessante

ROMA – La destra avanza in Europa e i paesi di Visegrad ora possono contare su un altro alleato nella partita con Bruxelles sulla questione migratoria. Il Quartetto potrebbe diventare infatti presto un Quintetto, pronto a far rimbombare la sua voce in UE, ora che il leader dei popolari, Sebastian Kurz, ha vinto le elezioni austriache. Quando era ministro a Vienna, Kurz non ha mai negato un approccio molto critico alle politiche migratorie imposte da Bruxelles e certamente appoggerà in sede europea le istanze del Gruppo di Visegrad rafforzando il suo peso specifico. Ma questa è una buona o una cattiva notizia? Davvero le diverse sensibilità sulla questione migratoria dei paesi che compongono il Gruppo di Visegrad alle imposizioni verticali che arrivano dalle istituzioni comunitarie sono così estremiste? Noi del Diariodelweb abbiamo cercato di capirne di più partecipando al convegno Europe's Immigration Crisis: Alternative Views From the Visegrad Group, che si è svolto oggi alla Camera dei Deputati. All'evento, organizzato dal Centro Studi Macchiavelli, hanno partecipato due analisti dell'immigrazione che lavorano per i Paesi del Gruppo di Visegrad: il direttore scientifico dell'Istituto di Ricerca sulla Migrazione di Budapest, l'ungherese Sandor Gallai, e l'analista del Ministero degli Interni della Polonia, Marcin Wrona.

La posizione del Gruppo di Visegrad
Il Gruppo di Visegrad è formato da quattro paesi dell'Europa centro-orientale (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria) e in sede comunitaria si scontra regolarmente con i diktat di Bruxelles sulla questione migratoria. Appena lo scorso settembre la Corte di Giustizia europea ha rigettato il ricorso che era stato presentato da Ungheria e Slovacchia contro la redistribuzione delle quote dei migranti tra gli Stati membri imposta da Bruxelles, ma la Polonia ha subito replicato che questo «non cambia la politica del governo polacco» che appoggia la linea dura del governo ungherese. «Non crediamo che la ricollocazione sia una strada opportuna, non siamo d’accordo con la strada proposta dalla Commissione Europea – ha dichiarato l’ambasciatore di Polonia – Tra l'altro abbiamo visto che su 170mila profughi ne sono stati ricollocati solo 12mila. Questa non è solidarietà».

Gallai: I soldi dell'UE sarebbero meglio spesi nei paesi d'origine
Un messaggio rilanciato oggi alla Camera dei Deputati dal direttore scientifico dell'Istituto di Ricerca sulla Migrazione di Budapest che ha sottolineato «L'Unione europea non ha un piano per gestire la crisi migratoria. Sarebbe molto meglio se i soldi comunitari venissero investiti per favorire lo sviluppo nei Paesi di emigrazione attraverso politiche economiche, climatiche e commerciali sostenendo anche l'istruzione e la formazione dei giovani». Gallai ha spiegato come funziona il modello ungherese, grazie al quale il Governo è riuscito a ridurre notevolmente negli ultimi mesi i flussi migratori in entrata nel paese. Un incremento delle forze di polizia, maggiori controlli alle frontiere e la costruzione due barriere fisiche al confine con la Serbia e al confine con la Croazia sono state le misure principali. Gallai ha ribadito che «nessun meccanismo compulsivo di redistribuzione delle quote dei migranti tra gli Stati UE deve essere imposto ai Paesi membri» perché le politiche migratorie sono di competenza dei governi nazionali.

Scalea: Non sono affatto posizioni estremiste
Parole dure, che s'infrangono fragorosamente contro i dettami di Bruxelles, ma che il moderatore dell'evento, il professor Daniele Scalea, non considera estremiste. «Le posizioni dei Paesi di Visegrad non sono affatto estremiste perché sono quelle condivise dalla maggior parte dei partiti conservatori dell'Europa occidentale, fino a pochi anni fa erano quelle prevalenti anche nei discorsi pubblici e ancora oggi – qualora fossero ben spiegate – probabilmente sarebbero condivise dalla maggior parte dell'opinione pubblica», ha detto Scalea ai microfoni del Diariodelweb e ci ha spiegato che queste posizioni «si basano sul principio che il fenomeno migratorio deve essere controllato e gestito, in modo da ridurre al minimo il suo impatto sociale ed economico sui paesi ospitanti». Un impatto che «non è solo attinente alla redditualità e al mercato del lavoro, ma che è anche di tipo culturale». Ecco perché la ratio delle proteste dei Paesi di Visegrad sarebbe quella di «evitare che i grandi stati nazione d'Europa perdano quelle che sono le loro caratteristiche identitarie profonde». Secondo Scalea «questo è il grande timore che hanno i Paesi del Gruppo di Visegrad, che contrariamente a quanto facendo l'UE vogliono custodire l'identità delle nazioni europee».