16 settembre 2021
Aggiornato 23:00
Referendum Catalogna

Referendum Catalogna, una batosta per Madrid e per Bruxelles. E ora?

90% di sì all'indipendenza, maggioranza assoluta ancora lontana, straordinaria mobilitazione e repressione del governo centrale. Il referendum catalano di ieri è stato un mix (politicamente) esplosivo. Con cui dovrà fare i conti non solo Madrid, ma anche Bruxelles

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BARCELLONA - «1 O»: con questa sigla, tradizionale abbreviazione spagnola delle date memorabili, passerà alla storia la lunga giornata del primo ottobre, quella in cui il 90% dei catalani che si sono recati alle urne ha scelto l'indipendenza. Ma al di là del dato elettorale, un altro numero rimarrà per sempre legato a questa giornata: 800, ossia le persone ferite o contuse per l'intervento della Guardia Civil, che ha fatto irruzione nei seggi provando a fermare una vera e propria marea umana che si è mobilitata per la causa di Barcellona. E di certo, tale mobilitazione avrà un suo peso politico imprescindibile a partire da oggi, un peso che Madrid non potrà più ignorare e al quale, in ogni caso, non potrà più rispondere con la forza.

Clima di festa, e la repressione
La giornata era iniziata in un clima quasi di festa, con le scuole occupate da genitori e figli, che per passare il tempo si sono dedicati a organizzare tornei notturni di carte o giochi da tavolo, per impedire che gli edifici venissero chiusi. Già dalle prime luci dell'alba davanti a molti seggi si erano formati capannelli di elettori con lo scopo di poteggere l'arrivo semiclandestino delle urne e impedire l'ingresso dei Mossos d'Esquadra. Ma già alle 9 del mattino, ora in cui era previsto l'inizio delle operazioni di voto, in alcuni dei seggi in cui dovevano votare i principali esponenti indipendentisti si sono presentati la Guardia Civil e la Polizia nazionale, in assetto antisommossa.

Manganelli
Nella località di Sant Julià, dove doveva votare il presidente regionale catalano Carles Puigdemont, o a Sabadell, seggio della presidente Carme Forcadell, gli agenti hanno usato manganelli e proiettili di gomma, proibiti dalla legge catalana dal 2014, per fare irruzione negli edifici, rimuovendo con la forza gli elettori, nonostante l'ordinanza del tribunale, che imponeva la rimozione delle urne, sottolineasse la necessità di «rispettare la convivenza».

Il bilancio
Il bilancio di queste ed altre cariche è dunque 844 tra contusi e feriti, due in modo grave, e altri due accoltellati all'interno di un seggio; una ministra regionale aggredita, tre arresti (annunciati dal Ministero degli Interni spagnolo ma non confermati) e 12 agenti contusi o feriti. Oltre a tutto ciò, a movimentare ulteriormente la giornata sono stati i problemi informatici registrati in molti seggi, a cui il governo regionale aveva cercato di ovviare annuciando poco prima dell'apertura delle urne il «censimento universale», cioè la possibilità di votare in qualsiasi seggio grazie all'utilizzo di una base dati complessiva.

Nessuna garanzia, straordinaria mobilitazione
Da sottolineare il fatto che lo scrutinio dei voti, iniziato alle ore 20, non gode di alcuna garanzia, viste le condizioni precarie in cui il referendum è stato organizzato dal governo catalano. In ogni caso, l'elezione ha comportato una mobilitazione collettiva che ha portato per le strade milioni di persone, al di là della credibilità dei numeri.

La vittoria (scontata) dei sì
L'ampia vittoria dei sì era scontata, e lo è diventata a maggior ragione nelle ultime settimane, con la sempre più violenta repressione perpetrata dal governo centrale. Diversi media hanno sottolineato che per questa ragione anche chi pensava di non votare ha deciso di farlo e di esprimere un voto contro il governo Rajoy. Il dato più atteso e ancor più significativo, invece, riguardava l'affluenza, perché il raggiungimento di una maggioranza assoluta avrebbe reso ancora più inappellabile il risultato referendario. Ciò non è accaduto: l'affluenza si è fermata al 42%, dato, secondo il governo catalano, che sarebbe stato molto più alto se non ci fossero state le violente repressioni ordinate da Madrid.

Rajoy irremovibile
Dal canto suo, il premier Mariano Rajoy ha negato nella sua conferenza stampa ogni peso a quanto accaduto, sottolineando come non vi sia stato «alcun referendum di autodeterminazione», elogiando l'appoggio degli altri partiti, dell'Unione Europea e delle forze dell'ordine, senza alludere in alcun modo alle violenze o ai feriti ma anzi condannando l'irresponsabilità del governo regionale catalano. Insomma, la linea di Madrid è che non è accaduto nulla di importante se non la vittoria «della democrazia e dello stato di diritto» nei confronti di un voto illegale; il «processo» indipendentista è di fatto «fallito».

Puigdemont: Ora abbiamo il diritto di essere rispettati
Di tutt'altro avviso gli indipendentisti catalani: già in giornata Puigdemont aveva sottolineato il comportamento «vergognoso» dello Stato spagnolo, mentre il suo portavoce aveva annunciato che il governo regionale si sarebbe rivolto alle istituzioni europee di fronte a una violenza delle forze dell'ordine di cui nella regione non si aveva ricordo dai tempi della dittatura franchista. In serata, Puigdemont, circondato dai suoi ministri, ha ringraziato quei governi e i deputati europei che gli hanno trasmesso la propria solidarietà dopo le violenze, accusando lo Stato di aver dato «la risposta di sempre: violenza e repressione». I catalani, ha ripetuto più volte durante il suo discorso, «si sono guadagnati il diritto di essere rispettati in Europa» e «il diritto ad un stato sovrano», e l'Ue non può «guardare dall'altra parte» di fronte alle violazioni dei diritti: non è più quindi solo «una questione interna» spagnola.

E ora?
E ora? La domanda sorge spontanea. La maggioranza assoluta non c'è, ma gli indipendentisti hanno ottenuto un risultato difficile da ignorare, ancora più per la violenta reazione di Madrid. Ieri, Puigdemont ha citato la «Legge del referendum», approvata dal Parlamento catalano il 6 settembre scorso, che afferma che, in caso di vittoria del Sì, le autorità catalane sarebbero state vincolate a dichiarare unilateralmente l’indipendenza della Catalogna. Secondo la roadmap prospettata da Puigdemont, dunque, nei prossimi giorni, presumibilmente mercoledì o giovedì, verrà presentata al Parlamento catalano una dichiarazione d’indipendenza per applicare l’esito del referendum: a quel punto, il Parlamento – dove i partiti indipendentisti sono la maggioranza – potrebbe decidere di appoggiare Puigdemont e proclamare unilateralmente l’indipendenza.

Legalità
Il problema fondamentale è che continuano a non sussistere le condizioni per considerare «legale» il referendum, e per almeno due ragioni: la prima, che la legge del referendum, quella su cui si è basata la votazione di ieri, è stata votata dal Parlamento catalano senza la maggioranza dei due terzi richiesta per la modifica dello Statuto di Autonomia della Catalogna, e senza avere ottenuto il parere preventivo del Consell de Garanties Estatutàries, il Tribunale Costituzionale della Catalogna, l’organo che controlla la legalità delle leggi approvate dalla comunità autonoma. La seconda ragione è che la legge è stata sospesa dal Tribunale Costituzionale spagnolo perché considerata contraria alla Costituzione. 

Nodo affluenza
A ciò si aggiungano le diverse irregolarità riscontrate nel voto di ieri, la cui organizzazione non garantiva, ad esempio, che la stessa persona non potesse votare più volte in seggi diversi. E poi c'è la questione delle questioni, quella dell'affluenza, tutto sommato di poco superiore a quella registrata in occasione del referendum del 2014, in cui si era recato a votare il 34% degli aventi diritto. Oltretutto, non è detto che il Parlamento catalano sosterrà il governo: molti indipendentisti, infatti, hanno dichiarato di preferire la soluzione negoziata con Madrid piuttosto che la via unilaterale.

Tra Rajoy e l'Ue
Di certo, resta che il governo Rajoy non sembra disposto a riconoscere l'indipendenza della Catalogna e nemmeno l'Ue potrà agevolmente appoggiarla: con il precedente della Catalogna, potrebbe scoperchiarsi infatti un autentico vaso di Pandora che potrebbe contribuire a sconvolgere l'attuale assetto dell'Unione. Il governo catalano sostiene che la Catalogna potrà rimanere all’interno della Ue anche dopo essersi separata dalla Spagna, ma anche questo non pare scontato, perché i trattati europei prevedono un processo lungo e complicato che non è certo prevedibile ora. Quanto al diritto internazionale, esso non stabilisce i passaggi con cui l'indipendenza di un territorio possa essere riconosciuta.

Una batosta per Madrid e Bruxelles
Insomma, tanto la Spagna quanto l'Unione europea navigno in acque, oltre che agitate, sconosciute. La Spagna, reduce – è importante ricordarlo – da una lunga crisi politico-istituzionale, con un governo sorto di fatto su un traballante compromesso (l'astensione dei socialisti), che però non sembra soddisfare la maggioranza della popolazione; l'Unione europea che, negli ultimi tempi, ha dovuto affrontare l'«uragano Brexit»e molti altri segnali di crisi profonda (ultimo in ordine di tempo, le elezioni tedesche). E' in questo quadro che il referendum catalano va situato, e c'è da scommettere che le sue conseguenze si faranno sentire da una parte e dall'altra.