24 agosto 2019
Aggiornato 13:00
Questione catalana

Dietro al referendum catalano, un lacerante conflitto di legittimità e grandi interessi economici

Il braccio di ferro tra Madrid e Barcellona mette in luce l'incapacità di entrambe le parti di risolvere un conflitto in cui si scontrano principio democratico in senso stretto e principio costituzionale. E dove sono in gioco importanti interessi economici

di Giulia Pozzi e Giulia Ugazio

MADRID – Non sappiamo se, nel braccio di ferro tra Spagna e Catalogna, sia effettivamente morta la democrazia, come qualche apocalittico commentatore ha sostenuto; di certo, però, in questa circostanza, come in altre, essa ha mostrato tutti i suoi limiti. C'è chi facilmente si schiera da una parte o dall'altra, in nome dell'autodeterminazione dei popoli o, al contrario, dell'indivisibilità delle nazioni sovrane, ma la realtà è che, nella questione catalana, entrano in gioco moltissimi fattori, politici ed economici. Tanto che addirittura il «magnate» ungherese George Soros potrebbe averci messo lo zampino, tra le altre cose finanziando con 27.049 dollari il consiglio per la diplomazia pubblica della Catalogna. Briciole, per uno come Soros, ma pur sempre briciole che rivelano una qualche forma di interesse.

Le radici antiche del braccio di ferro
La questione catalana si trascina da decenni, rinsaldandosi in epoca franchista, quando, alla Madrid «imperiale», si opponeva una Catalogna che amava raccontarsi «libertaria». Ma la Catalogna è anche terra di mafia, terreno dove le associazioni italiche, nigeriane e russe di stampo mafioso fanno affari: da sempre, il «segreto di Pulcinella» della Costa Brava. Eppure, per lo scrittore Javier Cercas, nato in Estremadura e cresciuto a Barcellona, l'antica contrapposizione è più che altro un falso mito: «Ero bambino, tornavamo al paese, e domandai a mio padre dove finisse la Catalogna e dove cominciasse la Spagna. Mi rispose che quando trovavo i bagni sporchi era il segno che avevamo passato il confine. Ma ora i bagni sono puliti dappertutto. E dappertutto la politica è spaventosamente corrotta».

Sull'illegalità formale del referendum
Quel che è certo è che lo scontro Madrid-Barcellona non poteva essere gestito, da una parte e dell'altra, in modo peggiore. Il referendum che il governo catalano vuole realizzare il primo ottobre è illegale, sia dal punto di vista della Costituzione spagnola del 1978, che proclama la Spagna come «indivisibile», che da quello dello Statuto regionale della Catalogna, approvato con referendum popolare 11 anni fa, base dell'autonomia vigente che, per sua stessa previsione, può essere modificata solo con una maggioranza di due terzi. E se il diritto internazionale tratta con certo riguardo il principio di autodeterminazione dei popoli, è però piuttosto vago su quando esso possa essere effettivamente applicato: secondo le interpretazioni correnti, soprattutto in caso di negazione dei diritti fondamentali dei suoi cittadini e di esclusione delle tecniche di autogoverno democratico a livello locale o nazionale, cosa che evidentemente non può riferirsi alla Catalogna.

Rinuncia al dialogo: entrambe le parti responsabili
Il governo catalano sembra aver portato avanti la questione indipendentista senza una grande pianificazione e in maniera piuttosto sommaria. La stessa pretesa che il referendum sia considerato vincolante a prescindere dal numero di voti è assurda, ma il vero problema è che lo stesso movimento indipendentista non ha alle spalle una tale maggioranza da provocare una crisi istituzionale. D'altra parte, Madrid, con la sua completa chiusura alle istanze di una parte fondamentale del Paese – almeno l'80% dei catalani è favorevole a un referendum –, si è dimostrata incapace di gestire la situazione. Al confronto politico e alla negoziazione dei termini referendari, il governo centrale ha preferito opporre una totale chiusura, liquidando a mero «colpo di stato» quello che in realtà è un profondo conflitto di legittimità, in cui si scontrano principio democratico in senso stretto e principio costituzionale. Con le mancanze del governo catalano da una parte e la sordità di quello centrale dall'altro, la soluzione politica appare sempre più lontana. E della rinuncia al dialogo appaiono responsabili entrambe le parti.

Una sfida per l'Ue, ma dietro c'è una questione tutta economica
Di certo, Barcellona pone una sfida non solo a Madrid, ma anche a Bruxelles. Perché se la vicenda si chiudesse con il «divorzio», è evidente che ne trarrebbero forza tutte le istanze separatiste e secessioniste del già di per sé lacerato Vecchio Continente. Il caso catalano mostra come le relazioni fra autonomie regionali, Stato nazionale e Unione Europea sia percorso da linee di faglia molto più frastagliate e complesse di quanto si augurerebbero i teorici dell'europeismo classico. Ma oltre a tutto ciò, saremmo colpevoli di trattare la questione in maniera fortemente incompleta se non evidenziassimo quanto, sul braccio di ferro fin qui descritto, pesino rivendicazioni di natura economica prima ancora che politica.

Cosa si nasconde dietro le rivendicazioni dei catalani
La Catalogna, infatti, è l'area più ricca tra tutte le diciassette regioni spagnole e da sola (senza il resto della Spagna) si piazzerebbe al dodicesimo posto tra i Paesi più importanti del continente europeo. Proprio in virtù della sua grande forza economica e finanziaria - che vale il 19% del Pil del Paese, anche se sul suo territorio abitano soltanto il 16% degli spagnoli – la Catalogna rivendica il diritto di gestire da sola le sue risorse economiche liberandosi della sudditanza fiscale nei confronti di Madrid, alla quale ogni anno è costretta a versare 16 miliardi di euro di tasse che finiscono dritte dritte nelle casse dello Stato spagnolo.

Il modello di sviluppo più riuscito della Spagna
Quello della Catalogna è il modello di sviluppo economico più riuscito della Spagna e trae la sua forza dal perfetto connubio tra la vocazione turistica e quella industriale del suo territorio. Dalla sua ha una posizione geografica strategica, direttamente affacciata sul Mediterraneo, che le ha permesso di diventare uno dei poli industriali più importanti d'Europa. Non a caso in Catalogna si concentrano la metà delle sedi delle multinazionali di tutto il Paese: la Volkswagen ha ben tre stabilimenti in loco che producono auto per il marchio Seat e offre lavoro a 14.239 dipendenti catalani. Ci sono anche la Nestlè e Airbnb, come pure Cargill, la più grande azienda statunitense. Ma anche le più importanti aziende nazionali hanno scelto la Catalogna per le loro attività: la terza banca più grande della Spagna, la Caixabank, la più grande compagnia petrolifera del Paese, Repsol, e Gas Natural SDG per citarne giusto qualcuna.

Le conseguenze economiche dell'indipendenza
I catalani reclamano l'indipendenza soprattutto in virtù della loro forza economica e finanziaria perché credono di guadagnare dal divorzio con Madrid. Ma qualora davvero il territorio imboccasse la strada dell'indipendenza sarebbe costretto ad affrontare alcune conseguenze economiche significative, capaci di trasformare in un boomerang il desiderio di rivalsa dei catalani. Oltre il 30% dell'export della Catalogna, infatti, si colloca sul mercato nazionale e questo significa che sono gli altri spagnoli a usare i loro soldi per comprare i prodotti catalani. Il resto delle esportazioni della Catalogna prende per la maggior parte la via del mercato comunitario. Cosa accadrebbe se a un certo punto la Spagna e gli altri Paesi UE smettessero di importare i prodotti a strisce giallo rosse? Gli svantaggi economici derivanti da un improvviso peggioramento delle relazioni internazionali della Catalogna potrebbero essere superiori a quelli della subordinazione fiscale nei confronti di Madrid. E se davvero le ragioni di Barcellona sono soprattutto economiche come sembra, i catalani farebbero meglio a farsi due conti.