17 settembre 2019
Aggiornato 13:00
Siria

Siria, colonnello francese racconta la verità che l'Occidente non vuole sentire: «L'intervento di Putin è stato un successo»

Che l'intervento russo in Siria sia stato un successo lo ha ammesso anche il colonnello francese Michel Goya. Il quale ha analizzato nel dettaglio quello che ha funzionato della strategia russa, e gli errori degli occidentali

ALEPPO – Sono ormai due anni che la Russia è impegnata in Siria contro l'Isis e contro l'opposizione al regime di Bashar al Assad, e mentre i riflettori si stanno gradualmente spegnendo su una guerra che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, un sondaggio del Levada Center, organizzazione non governativa che si occupa di analisi, rivela come soltanto il 30% della popolazione desideri che il Cremlino prosegua nel suo impegno nel Paese mediorientale. I timori sarebbero soprattutto legati alla possibilità che la Siria si riveli per Mosca quello che per gli Usa è stato (ed è tuttora) l'Afghanistan, un terreno in cui rimanere clamorosamente impantanati e sprecare inutilmente moltissime risorse.

L'analisi del colonnello francese Michel Goya
Eppure, anche se non si può ancora affermare che la guerra sia acqua passata, non c'è dubbio che Vladimir Putin sia già riuscito a conseguire in Siria il suo obiettivo politico primario, e molti altri ad esso connessi. Lo ammette addirittura Michel Goya, 63enne colonnello francese delle truppe di Marina, brevettato alla scuola di guerra, docente e storico. In un documento eloquentemente intitolato «Lezioni operative di due anni  di impegno russo in Siria», infatti, l'ufficiale fa il punto della situazione sulle forze in campo e rivela indirettamente i punti di forza della strategia di Vladimir Putin e le criticità di quella a stelle e strisce.

Un successo
Piaccia o no, esordisce infatti Goya, l’intervento russo «è stato un successo». Un successo proprio perché l'obiettivo politico primario di Mosca, quello di salvare il regime siriano, è stato conseguito. Al contrario, Washington è scesa in campo con obiettivi imprecisati e talvolta contraddittori, una strategia ambigua e confusa. Così, anche  se la guerra è lungi dall’essere conclusa, essa certamente, proprio come voleva Putin, «non può più essere perduta da Assad». Ad oggi, rimangono soltanto due veri e propri poli territoriali sunniti, quello oltre l'Eufrate  dove Daesh resiste, e Idlib, tenuto da Al Nusra.

Diplomazia efficiente, risorse limitate ma efficaci
Non solo: anche a livello diplomatico, la Russia è stata in grado di agire come intermediaria con gli attori concorrenti, locali o esterni, «il che le attribuisce un peso diplomatico speciale sullo stesso teatro d’operazioni». Mosca, in pratica, è l'unica forza che tratta con gli alleati e con  gli avversari, avendo ben chiara l'importanza di mantenere costantemente aperta e accessibile la via del negoziato politico. Questo, naturalmente, ha comportato anche il raggiungimento da parte di Vladimir Putin di un obiettivo per così dire collaterale, ma non di secondaria importanza: si tratta, naturalmente, del ritorno della «grande Russia» come player autorevole e influente sulla scena geopolitica globale, nonostante i tanti sforzi degli avversari per isolarla. Tutto ciò, con risorse tutto sommato limitate: 4-5 mila uomini, 50-70 mezzi aerei, un costo di circa 3 milioni di euro al giorno, un quarto o un quinto dello sforzo americano nella regione. Risorse più ridotte anche rispetto all'iniziativa francese contro Daesh in Iraq nell'operazione Chammal 2014.

Le differenze tra Mosca e l'Occidente
Come spiegare il fatto che, con molte meno risorse sul campo, i russi abbiano ottenuto risultati molto migliori di francesi e americani? Secondo Goya le ragioni sono diverse: innanzitutto, il dispositivo russo è stato impegnato massicciamente e di sorpresa, e messo in campo completo fin da subito. Gli occidentali, invece, hanno optato per farlo precedere da fasi dichiaratorie controproducenti, l'hanno gradualmente rinforzato e diversificato, quasi fosse uno strumento più per mandare messaggi all'opinione pubblica che per raggiungere reali risultati sul terreno.

Un impegno assunto apertamente
Inoltre, contrariamente all'ambiguo intervento occidentale, spesso fatto passare per «indiretto», i russi hanno assunto l'impegno apertamente, circostanza che, sostiene Goya, «ha cambiato il dato operativo». Il fatto che i russi abbiano apertamente la loro bandiera e occupato lo spazio – specialmente aereo – in Siria, ha reso più complicata la missione degli altri attori in gioco. Il dispiegamento di S-300 e poi di S-400 ha infatti «ha imposto una zona di esclusione aerea   agli Stati Uniti,  ostacolati in tal modo su un teatro  operativo per la prima volta dalla guerra fredda».

Armi nuove
Non solo: secondo Goya, i russi avrebbero avuto anche l'audacia di sperimentato in questo conflitto armi nuove e altamente tecnologiche come «l'SVP-24»,  un sistema che utilizza il sistema di navigazione satellitare russo per confrontare la posizione di un aereo e il suo obiettivo tenendo conto di tutti i parametri di volo. Goya cita anche il «veicolo di scorta», inteso a superare la sconnessione tra i carri armati e la fanteria meccanizzata.

Impegno diplomatico
Ma la principale novità del dispositivo russo è stata, nel febbraio 2016, la creazione di un Centro di Riconciliazione volto alla diplomazia di guerra, la protezione del trasporto dei combattenti sconfitti, e, con la collaborazione delle autorità civili, ONG e Nazioni Unite, l’aiuto alla popolazione.

La conclusione che l'Occidente non vuole sentire
La conclusione dell'ufficiale è eloquente, ed è esattamente la tesi che l'Occidente non vuole sentire: «Con mezzi limitati,  la Russia ha almeno  per ora  ottenuto importanti risultati strategici e comunque molto superiori a quelli delle potenze occidentali, innanzitutto degli Stati Uniti, ma anche della Francia, i cui effetti strategici in Siria non sono nemmeno misurabili».