19 novembre 2019
Aggiornato 05:30
Immigrazione e caos libico

Immigrazione, 5 ragioni per cui l'addestramento della Guardia costiera libica non servirà a bloccare i flussi

L'iniziativa-chiave dell'approccio dell'Unione europea per contenere i flussi migratori è l'addestramento della Guardia Costiera libica. A 8 mesi dall'inizio della fase operativa, ancora non si vedono risultati. Perché?

Guardia Costiera italiana in azione
Guardia Costiera italiana in azione ANSA

ROMA – L'iniziativa-chiave dell'approccio dell'Unione europea per contenere i flussi migratori è l'addestramento della Guardia Costiera libica. Il presupposto è che, per fermare i viaggi della speranza dei migranti, l'Europa abbia bisogno della collaborazione dei Paesi d'origine o di transito. In primis della Libia, da cui ogni giorno partono migliaia di disperati per sbarcare sulle nostre coste. Così, l'Italia ha iniziato ad addestrare la Guardia Costiera del suo problematico vicino nordafricano, nella speranza di renderlo capace di mantenere la promessa che il premier del Governo di unità nazionale Faiez al Serraj ha fatto a Paolo Gentiloni e a tutta l'Ue: quella, appunto, di collaborare per bloccare le partenze. Una promessa più facile da disattendere che da mantenere, visto che il Governo libico ha ben poca presa sul territorio e tanti nemici. Così, Italia e Ue hanno cercato di creare almeno una condizione perché il piano possa funzionare, puntando direttamente su chi dovrebbe garantire la sicurezza in mare.

L'addestramento, già partito in ritardo
La decisione di addestrare i libici è stata presa un anno fa, il 20 giugno 2016; la fase operativa è iniziata il 27 ottobre scorso, con 93 ufficiali e sottufficiali addestrati per 14 settimane. Gli ostacoli, però, sono sorti fin dall'inizio: da settembre, a Misurata – il porto da cui partono i cadetti libici per l’addestramento – era infatti di stanza anche il quartier generale delle forze che combattono per liberare Sirte dall’occupazione dell’Isis, circostanza che ha rallentato le procedure; inoltre, è capitato che i militari disertassero l’addestramento per protestare contro il mancato pagamento degli stipendi. Altro elemento che ha fatto dilatare le tempistiche, l'iter per accertare l’identità del personale libico, cui hanno collaborato anche i servizi di intelligence europei.

1) Parte della Guardia Costiera è collusa con gli stessi trafficanti
L'iniziativa, però, non sembra aver raggiunto i risultati sperati. E il motivo è lo stesso per cui è difficile che l'accordo con Serraj porti i suoi frutti: l'Italia e l'Ue tentano di interloquire con una Libia che non esiste. La Libia di oggi è un Paese frammentato, diviso, dove hanno autorità milizie contrapposte e dove il Governo è di fatto esautorato dei poteri che gli spetterebbero. Qualcosa di simile avviene, più in piccolo, per la Guardia Costiera libica. Come ha spiegato su OpenMigration Eugenio Cusumano, assistant professor in relazioni internazionali all’Università di Leiden, esistono diverse entità: «Una Marina militare centrale, e una Guardia costiera e di frontiera che dipende dalle autorità municipali, e quindi dalle milizie che detengono il controllo su una determinata zona». Quest’ultima, in particolare, non solo è molto carente di mezzi per intervenire, ma addirittura è collusa con i trafficanti di uomini in Tripolitania, come hanno rivelato diverse inchieste giornalistiche. I clan, in particolare, gestiscono il traffico con metodi mafiosi, e a volte i ruoli di trafficanti e militari coincidono, come nel caso di Abdurahman Al Milad, detto Al-Bija, comandante della guardia costiera a Zawiya e, secondo diverse testimonianze, a capo del traffico di migranti.

2) Le perplessità del Governo di Tripoli
Neppure lo stesso Governo sembra del tutto disposto ad espletare le richieste dell'Europa. Mohamed Siala, ministro degli Esteri libico, ha ad aesempio spiegato come l'esecutivo abbia ricevuto mandato dalla comunità internazionale di bombardare le milizie-clan dei trafficanti. Cosa che, tuttavia, il Governo ha risposto che non farà, «per evitare uno spargimento di sangue libico. La Libia non sarà il poliziotto dell’Europa, che deve farsi carico delle proprie responsabilità senza chiedere ad altri di difendere i suoi confini. Non esiste una soluzione magica contro l’immigrazione illegale».

3) Milizie contrapposte poco propense a collaborare
Ancora meno disposti a collaborare sono le tante tribù libiche in lotta tra loro. Lo scorso aprile, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha convocato al Viminale alcuni gruppi da tempo nemici per siglare un accordo di pace, sperando di poter contribuire a creare un terreno in cui la cooperazione Italia-Libia sui migranti possa attecchire. Solo 48 ore dopo, sulla stampa libica è comparso un comunicato dell’Assemblea Nazionale di una delle due parti in conflitto, che recitava: «I delegati che hanno firmato l’accordo di Roma non rappresentano la comunità Tebu. Vengono da Qatrun, mentre gli scontri con Tuareg e Suleiman sono avvenuti nelle zone di Obari, Sebha e Murzuk. Comprendiamo la necessità italiana di controllare il flusso di migranti, ma ciò non dà il diritto a Roma di intervenire negli affari interni dei libici o di ignorare i canali ufficiali con cui il Governo italiano poteva comunicare». Figurarsi, insomma, se tali milizie possano accettare di collaborare per difendere gli interessi italiani.

4) Tre Guardie Costiere. Quale quella «giusta»?
A tutto ciò si aggiunga che, secondo quanto riferiscono le Ong che lavorano nel Mediterraneo, le guardie costiere libiche sarebbero almeno tre. Persino i portavoce di Tripoli, in occasione di incidenti e scontri a fuoco, hanno parlato di milizie non identificate che avrebbero sottratto uniformi, drappi e mezzi navali con cui pattugliare piccoli lembi di mare. Il che è di fondamentale importanza, visto che l'Italia ha promesso di donare alla Guardia Costiera libica 10 motovedette, 10 ambulanze, 24 gommoni, 30 jeep, 15 automobili, 30 telefoni satellitari Thuraya, bombole ad ossigeno, mute da sub e binocoli a visione notturna. Il tutto per un costo effettivo di 800 milioni di euro, finanziati da Bruxelles. Viene da chiedersi, insomma, se tutto questo ben di Dio finirà nelle mani «giuste». Soprattutto visto che la stessa delegazione della European Union Border Assistance Mission in Libya (Eubam Libia), lo scorso gennaio, scriveva a Bruxelles: «[In Libia] A causa dell’assenza di un Governo nazionale funzionante è difficile individuare le strutture dello Stato […] Le limitate possibilità di accesso a Tripoli e la situazione di sicurezza impediscono alla missione di completare la raccolta di informazioni necessarie».

5) Ci abbiamo già provato
D'altra parte, l'idea di addestrare la Guardia costiera libica non è affatto «nuova»: è da circa 15 anni che tentiamo di farlo, e, come è evidente, i flussi migratori aumentano comunque. Esistono documenti di Frontex addirittura del 2004, a un mese dalla nascita dell'agenzia, in cui si parla di addestrare e coordinare i libici. Quell’anno gli arrivi furono 13.635. E oggi, 14 anni di tentativi più tardi, quel numero di sbarchi lo si raggiunge in pochi giorni.