17 giugno 2019
Aggiornato 16:30
Quale solidarietà europea

Immigrazione, il disastro ricollocamenti: da Italia e Grecia è tutto fermo

C'era da aspettarselo: i ricollocamenti di rifugiati da Italia e Grecia promessi dall'Ue nel 2015 sono praticamente fermi. Tanto che Bruxelles pensa di sfoderare procedure di infrazione. Ma è questa la soluzione?

Sbarco di migranti in un porto italiano.
Sbarco di migranti in un porto italiano. ( ANSA )

BRUXELLES - Se c'è una questione rispetto alla quale le profonde divisioni interne all'Unione appaiono in tutta la loro drammaticità, quella è l'immigrazione. Questione sulla quale Bruxelles si dimostra incapace di trovare la chiave di volta, il bandolo della matassa, e i Paesi membri sembrano destinati a procedere ancora per molto in ordine casuale e sparso. La gestione della questione migratoria, insomma, oltre a costituire un problema in sé e per sé, costituisce anche un sintomo: il sintomo di quella «crisi esistenziale» che lo stesso Jean Claude Juncker ammetteva placidamente mesi fa, durante il suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione. La fotografia più evidente di tale impasse la forniscono quei famosi «ricollocamenti» che, secondo una decisione comunitaria vincolante, avrebbero dovuto spostare da Italia e Grecia verso gli altri Paesi Ue 160.000 rifugiati. Se ne parla dal 2015, quando la crisi migratoria si è manifestata in modo irruento e inaudito; ma i risultati, ovviamente, non sono ancora pervenuti. 

L'ipotesi delle sanzioni
Non è un caso che da tempo a Bruxelles stiano cercando di trovare delle modalità per accelerare il meccanismo. All'inizio furono gli hotspot, centri di identificazione dei migranti che Italia e Grecia dovevano impegnarsi a mettere in pista in tempi brevi, parallelamente allo svolgersi dei ricollocamenti. Ovviamente, la solerzia (fortemente sollecitata dall'Ue) dei Paesi del Sud Europa non è stata in alcun modo ricompensata dalla solidarietà di quelli del Nord. Quindi, si è ventilata addirittura la possibilità di sanzionare gli Stati inadempienti: l'illusione di Bruxelles, in pratica, è che laddove manca la volontà dei singoli membri, possa funzionare la coercizione. Un'illusione destinata a infrangersi fragorosamente contro la realtà, e soprattutto ad alimentare il già dilagante euroscetticismo. La questione è tornata d'attualità in queste ore, quando il primo vicepresidente della Commissione europea, Frans Timmermans, riferendo in conferenza stampa i punti discussi della riunione settimanale del Collegio dei commissari suoi colleghi, ha sottolineato che l'Ue non vuole ancora ricorrere alla procedura d'infrazione comunitaria contro gli Stati inadempienti, preferendo per ora contare sulle pressioni politiche da parte dei governi degli altri paesi. A marzo, tuttavia, in mancanza di risultati migliori, l'Esecutivo Ue potrebbe decidere di ricorrere ad altri strumenti, compresa l'attivazione delle procedura d'infrazione.

La coercizione funzionerà?
Che la situazione sia drammatica, non ci sono dubbi. Secondo l'ultimo rapporto della Commissione, al 7 febbraio 2017 sono stati «ricollocati» solo 11.966 rifugiati, di cui 3.200 dall'Italia e 8.766. Un numero minimo, insomma, rispetto alla cifra che si è ventilata nel 2015, nel pieno della crisi migratoria che ha interessato in questi anni l'Europa. Più opinabile il fatto che l'imposizione di Bruxelles possa contribuire a sbloccare l'impasse, e non finisca per costituire l'ennesimo cerotto sfoderato nel tentativo di fermare un'emorrargia. Anche perché l'idea di rivoluzionare il sistema d'asilo europeo attraverso un sistema di quote trova nel gruppo di Visegrad la roccaforte degli oppositori, e Viktor Orban, il premier ungherese, sulla questione ha anche indetto un referendum, che non ha raggiunto il quorum, ma che ha visto la quasi totalità di chi ha votato schierarsi contro la proposta di Bruxelles.

Le perplessità di Timmermans
Rispondendo alle domande dei giornalisti, Timmermans ha detto: «Potremmo farlo: abbiamo la possibilità di attivare le procedure d'infrazione. Ma mi chiedo solo se questo aiuterebbe i rifugiati nel breve termine. Mi chiedo: se portiamo un Stato membro in Corte di Giustizia (approdo finale della procedura d'infrazione, ndr) quello Stato potrebbe non fare niente durante tutta la durata della procedura... Cerchiamo di essere pragmatici e politici su questa questione. Certo, la Commissione può cominciare una procedura d'infrazione, è nostro diritto e certo considereremo questa opzione, ma in questa fase cerchiamo di convincere gli Stati in senso politico»«Tutti guardano alla Commissione, ma dovrebbe esserci più 'pressione dei pari' fra gli Stati membri, in modo che ciascuno faccia la propria parte. E' molto ingiusto che tutto sia lasciato solo alla Grecia e all'Italia. Penso che dovrebbe essere un compito collettivo di tutti gli Stati membri quello di controllare che ciascuno si assuma le proprie responsabilità verso gli altri, per attuare quello che tutti ci siamo accordati a fare e che abbiamo deciso di fare», ha spiegato ancora Timmermans.

La "pressione dei pari"
Rispondendo poi a chi chiedeva per quanto tempo la Commissione pensa di poter utilizzare la carta della «pressione dei pari» da parte degli Stati membri, se questa non dovesse dare risultati, il vicepresidente dell'Esecutivo Ue ha chiarito che «a marzo considereremo altre opzioni, se sarà necessario», dopo la pubblicazione del decimo rapporto sull'attuazione delle decisioni relative ai ricollocamenti. Sarà allora, ha detto Timmermans «che trarrò personalmente le conclusioni sui passi successivi che dovremo fare». E per questo, ha concluso, «incoraggio gli Stati membri a fare quanto è necessario prima» della pubblicazione del decimo rapporto.

Ma l'Ue è davvero così solidale con Grecia e Italia?
C'è anche da dire che la «solidarietà» espressa a parole da Timmermans nei confronti di Grecia e Italia non trova poi un riscontro pratico nei fatti. Perché, nonostante con l'esplosione della crisi migratoria del 2015 la Commissione europea abbia ventilato più volte un superamento del sistema di Dublino (che obbliga i migranti a fare richiesta d'asilo nel primo Paese d'arrivo), nei fatti quell'obiettivo è ancora decisamente lontano. Al punto che non molti mesi fa da Bruxelles hanno annunciato la ripresa a 360 gradi di quel sistema a partire dal marzo 2017, quando gli Stati membri potranno ricominciare a  respingere in Grecia i richiedenti asilo arrivati in Europa da questo Paese, proprio in virtù di quanto previsto da quel trattato. 

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Il naufragio del sistema Dublino
Il sistema Dublino è letteralmente naufragato nel corso del 2015, quando la Grecia, già alle prese con le severissime manovre di austerità imposte da Bruxelles, non è riuscita a far fronte al numero di arrivi in crescita, e ha lasciato passare verso il Nord Europa molti di coloro che erano sbarcati sulle sue coste. Una iniziativa che ha portato, a catena, gli Stati della rotta balcanica a chiudere le frontiere e costruire muri nel tentativo di impedire il passaggio dei migranti.

L'Italia guarda alla Libia
Ma la questione non riguarda soltanto la sventurata Grecia: riguarda anche l'Italia, che con la vicina sudeuropea condivide il destino di costituire la frontiera Sud dell'Europa verso il Mediterraneo. Non è un caso che oggi il governo di Roma stia disperatamente cercando di chiudere il rubinetto libico attraverso il memorandum d'intesa con il premier Fayez al-Serraj. Memorandum che tenta, di fatto, di replicare gli accordi intercorsi tra l'Italia e Tripoli del 2008 (ai tempi del duo Berlusconi-Gheddafi) e del 2012, scontrandosi, però, con mille difficoltà. In primis, l'evidente instabilità politica del Paese, con il governo legittimato dall'Onu privo di rappresentanza popolare e controllo del territorio e una miriade di milizie contrapposte. 

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Le critiche dell'Onu
Il memorandum è stato peraltro oggetto delle critiche dell'Onu, e in particolare della sua agenzia per i rifugiati, l'Unhcr.  Carlotta Sami, la portavoce in Sud Europa dell'agenzia Onu per i rifugiati, non ha dubbi: «Siamo contrari all'accordo. L'Europa vorrebbe replicare il modello messo in atto con la Turchia, ma è una follia, perché la Libia non è un Paese sicuro. Non è certo questo, l'impegno che ci aspettiamo». Tappare i richiedenti asilo in Libia, che notoriamente è un Paese in guerra dove i diritti umani sono tutt'altro che rispettati (celebri sono le prigioni in cui i migranti vengono rinchiuse), in pratica, sarebbe contrario al diritto internazionale. La Libia non ha mai ad esempio firmato la Convenzione di Ginevra, che regola a livello internazionale lo status di rifugiato. Un «dettaglio» che non sembra preoccupare Roma, né tantomeno l'Europa. Che ha tutto l'interesse perché l'Italia si risolva la questione da sola...