26 giugno 2017
Aggiornato 10:30
Il memorandum che ricalca il patto Berlusconi-Gheddafi

Libia, perché l'ottimismo di Alfano e Gentiloni sull'accordo sui migranti è illusorio

Nonostante la soddisfazione di facciata espressa dalle istituzioni, la prognosi sul memorandum sui migranti con la Libia non può che essere poco ottimistica. Ecco perché

Il premier Paolo Gentiloni e il ministro degli Esteri Angelino Alfano.
Il premier Paolo Gentiloni e il ministro degli Esteri Angelino Alfano. (ANSA/GIORGIO ONORATI)

ROMA«Sulla Libia è partito il dialogo tra Italia e Russia». Il ministro degli Esteri Angelino Alfano, che ha parlato del futuro di Tripoli con l'omologo russo Sergei Lavrov, si mostra ottimista. «Ho registrato la volontà di cooperare. Tutti si rendono conto che la Libia, per noi sul versante dell'immigrazione e per altri sulla sicurezza, ha un connotato strategico che non può essere sottovalutato», ha sottolineato. 

Quando Obama ci invitava a primeggiare
«Questo non vuol dire che noi siamo leader di un nuovo processo, ma che la diplomazia riconosce l'esigenza di rivolgere alla questione un' attenzione molto più ampia rispetto all'accordo italo-libico», ha spiegato poi Alfano a La Stampa. Ammettendo, en passant, l'ennesimo fallimento della diplomazia italiana in terra libica, dove il riscatto tanto cercato dal Belpaese per i suoi trascorsi storici è ancora lontano. Negli scorsi mesi l'Italia, più volte «invitata» dall'America di Obama a ricoprire un ruolo chiave nella risoluzione del conflitto libico, ha scelto infine di fare un passo indietro in nome della prudenza. Anche, chissà, legittimamente memore degli errori del passato. Oggi, però, si parla di quell'accordo tra Roma e Tripoli firmato giorni fa dal premier Gentiloni e dal suo omologo Serraj come un innegabile successo diplomatico. Soprattutto perché, per parte italiana, ambisce, se non a mettere fine, perlomeno a ridurre fortemente il flusso migratorio, questione di punta nei dibattiti politici nel Belpaese e in Europa, e potente orientatore di voti.

Leggi anche «Libia a una passo dalla guerra civile. La guerra Usa-Russia apre un nuove fronte?»

Dal protagonismo all'accordo disperato
Se dunque il «protagonismo» che la storia e la posizione geografica ci avrebbero assegnato lo abbiamo accantonato, oggi l'Italia vuole perlomeno tornare a interloquire con i partner libici innanzitutto per assicurare la propria sicurezza. Con il beneplacito di Bruxelles, che dalla chiusura della rotta del Mediterraneo occidentale non avrebbe che da guadagnare. Dopo la firma del memorandum d'intesa, anche il premier Gentiloni ha espresso soddisfazione per quella ritrovata cooperazione tra Italia e Libia sull'immigrazione, silenziata dai tempi del tanto vituperato accordo che Silvio Berlusconi firmò con Gheddafi nel 2008.

Quando c'era Berlusconi (e Monti)
Non a caso, dopo la recente visita del ministro Minniti a Tripoli, era emerso che il nuovo memorandum avrebbe ricalcato proprio quello del 2008 e quello del 2012. Il primo, frutto del lavoro dell'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni, prevedeva che l'Italia versasse 5 miliardi di dollari in aiuti in cambio del pattugliamento costante della costa per impedire ai migranti di partire. Il secondo, sottoscritto dall'allora ministro Anna Maria Cancellieri, prevedeva il controllo delle frontiere meridionali della Libia e l'addestramento delle forze di polizia frontiera locali.

La debolezza di Serraj
Il punto, però, è proprio questo: quegli accordi furono firmati nel 2008 e nel 2012, quando la situazione della Libia era completamente diversa da quella attuale. Proprio per questo, l'ottimismo ostentato dal premier italiano è difficilmente giustificabile. Innanzitutto, bisogna considerare l'attuale situazione politica del Paese, nonché gli allineamenti della diplomazia internazionale intorno alla crisi libica. La verità è che il premier Fayez al-Serraj, firmatario dell'accordo con Roma, è sempre più debole, nonostante sia la «parte» legittimata dalle Nazioni Unite e dalla stessa Italia. L'altra «parte» di spicco, in quel marasma di gruppi e milizie contrapposti, è rappresentata dal generale Haftar, uomo forte della Cirenaica ed espressione militare del Parlamento di Tobruk (che mai ha riconosciuto Serraj), sostenuto più o meno esplicitamente dalla Francia, ma soprattutto dalla Russia. Oltretutto, sono le sue fazioni dell'Est a controllare i giacimenti petroliferi, mentre la produzione di oro nero, dopo la battaglia di Sirte, è in fase di ripresa.

Alfano ha toccato il punto. Ma ora?
Gli equilibri, insomma, sono estremamente delicati. Proprio per questo, Angelino Alfano, nel ventilare un rinnovato dialogo tra Italia e Russia sulla questione, ha di fatto toccato uno dei punti nevralgici della questione. Perché Roma è ad oggi interlocutore di un Governo traballante, soggetto agli attentati dei tanti che lo vogliono «morto», privo di rappresentanza popolare, di sovranità e di tenuta sul territorio. E che, qualora i propri sponsor occidentali non gli vengano in soccorso, rischia pericolosamente di collassare in tempi brevi. In che modo un simile partner sarà in grado di tenere fede alla parola data, e controllare il flusso migratorio, tanto più che sono molti gli attori locali che guadagnano da quel traffico, e difficilmente si impegneranno davvero a chiudere le rotte dei barconi?

L'Italia in una posizione complicata
Il nostro ministro degli Esteri, insomma, ha toccato il punto chiave, ma difficilmente le azioni conseguenti a tali dichiarazioni saranno risolutive. Roma, cioè, sa benissimo che, perché l'accordo possa avere una qualche efficacia, dovrà invitare al tavolo anche il generale Haftar, uomo della Russia, e che dovrà dunque interloquire anche con Mosca, sempre più centrale nella stessa crisi libica. D'altra parte, l'Italia sostiene ufficialmente al-Serraj, secondo la linea dettatale da Londra e dalla Washington dei tempi di Obama. Serraj, cui Haftar si oppone esplicitamente sul campo. Al quadro, si aggiunga la variabile statunitense, con un Donald Trump che, in nome di un riallineamento generale alla Russia di Putin, potrebbe cambiare bandiera e abbracciare, ben più realisticamente, quella dell'uomo forte della Cirenaica. Per ora, però, siamo solo nel campo delle ipotesi.

Leggi anche «L'ultima speranza per la Libia è Donald Trump?»

Prognosi non rassicurante
Ciò che rimane da tutto questo parapiglia è la più consequenziale prognosi sull'accordo sui migranti: difficilmente, cioè, esso potrà dare i risultati sperati. Soprattutto se l'isolamento di Serraj e, di conseguenza, di chi lo sostiene dall'estero – come è altamente plausibile – proseguirà o addirittura peggiorerà.