15 ottobre 2019
Aggiornato 23:00
Attacco al Reina

Strage di Istanbul, social media turchi: «Musulmani che festeggiano il capodanno meritano la morte»

La strage di Istanbul rivela le fragilità di un paese profondamente lacerato, nel qale si avvicendano campagne semipubbliche contro il Capodanno e i costumi occidentali e le purghe del governo

ROMA - Il nuovo anno si è aperto sotto il segno del jihadismo in Turchia. L'attacco della notte di Capodanno al night club Reina di Istanbul si aggiunge ad una sanguinosa lista di ben 33 attentati ereditati dal 2016, ma l'ultima aggressione, rivendicata dall'Isis, sembra indicare che è stata superata una nuova soglia. A cominciare dall'occasione dell'attentato, nel quale un uomo armato di un fucile d'assalto ha ucciso 39 persone, mentre in oltre 600 brindavano all'anno nuovo in un locale di punta della città. E anche perchè questa volta il terrorismo di matrice islamista risulta pericolosamente intrecciato ad un discorso pubblico sempre più invasivo nei confronti dello stile di vita dei cittadini turchi. E i festeggiamenti del Capodanno ne rappresentano l'emblema più recente.

La campagna contro i festeggiamenti per il Capodanno
Nel corso dell'ultimo mese sono stati registrati diversi casi che segnalavano contrarietà verso la celebrazione del nuovo anno da parte delle istituzioni pubbliche e di alcuni settori della società. Alcuni uffici scolastici regionali hanno raccomandato alle scuole di non svolgere attività speciali per la fine dell'anno, mentre una vasta campagna contro i festeggiamenti di Capodanno - condannati come una diavoleria cristiana - è stata condotta sul web e sui quotidiani islamisti. Nel generale panorama dei media silenziati, i leader di alcune confraternite hanno trovato ampio spazio per esprimere i propri verdetti negativi.

Il monito del Direttorato a tutela dei "valori turchi"
Persone travestite da Babbo Natale hanno subito minacce fisiche, mentre un gruppo nazionalista e islamista ha addirittura circonciso e accoltellato una versione gonfiabile del celebre personaggio natalizio. E lo stesso Direttorato degli affari religiosi, un ente statale finanziato con denaro pubblico, ha diffuso nelle moschee un messaggio di fine anno in cui si raccomandava di «evitare comportamenti illegittimi e disdicevoli per i valori» turchi e di «non sprecare le prime ore del nuovo anno con divertimenti di Capodanno appartenenti ad altre culture e ad altri mondi».

Il sostegno all'attentato dai social media turchi
«Questo attentato è stato quasi preannunciato», ha commentato il giornalista Murat Yetkin, indicando come uno degli esiti più preoccupanti della tragedia i numerosi messaggi circolati nei social media successivamente all'attacco. Alcuni particolarmente agghiaccianti e rivolti contro le vittime come: «sono stati sacrificati al loro Babbo Natale», oppure «i musulmani che si lasciano prendere dalla furia del Capodanno meritano di morire». Messaggi che hanno fatto partire la denuncia dell'Ordine nazionale degli avvocati, mentre il premier Binali Yildirim e il ministro della Giustizia Bekir Bozdag hanno ricordato che sostenere i gruppi terroristici attraverso i social media è reato. «Abbiamo visto che questo attentato ha una propria base sociale. Nonostante tutta la retorica dell'unitarietà, siamo profondamente divisi», aggiunge Yetkin. Anche il giornalista investigativo Ahmet Sik, prima di essere arrestato giovedì scorso, aveva puntato il dito verso gli attacchi rivolti nelle ultime settimane ai festeggiamenti di fine anno.

Un nuovo livello di conflitto sociale
Risulta innegabile la presenza di un clima di crescente insofferenza tra diversi settori della società turca. Una condizione in cui i settori secolarizzati subiscono una profonda pressione psicologica. Secondo il giornalista Irfan Aktan, tutta la campagna montata contro i festeggiamenti del Capodanno è mirata a compiere un primo passo verso un nuovo livello di conflitto interno alla società. E che trova nel massacro del Reina una tragica realizzazione. «E' stato colpito un determinato ceto sociale, danaroso, che vive secondo un modello di vita secolare", scrive l'analista sul quotidiano Duvar, aggiungendo che «l'attacco al Reina può essere considerato come la prima dichiarazione di guerra contro i ceti laici turchi che solitamente non reagiscono e non sono organizzati in alcuna forma politica. Con questo massacro è stato detto che non verrà riconosciuto il diritto alla vita non solo ai settori della società che lottano per la democrazia e la libertà, ma anche ai settori laici che vivono per conto proprio».

L'allerta resta alta: timori per nuovi attentati
Nonostante lo stato d'emergenza annunciato dopo il fallito golpe del 15 luglio e che dura da oltre 5 mesi, la Turchia risulta ora più vulnerabile che mai agli attacchi terroristici. Le epurazioni degli ultimi mesi contro le forze militari e la polizia (con quasi 14mila arresti) hanno causato un notevole sconvolgimento nel quadro del personale. Ciò ha creato non pochi interrogativi sull'esperienza e l'affidabilità dei nuovi assunti dopo l'assassinio dell'ambasciatore russo Andrey Karlov da parte di un agente speciale. Le politiche in Siria, dove a lungo Ankara ha sostenuto gruppi jihadisti in funzione anti-Assad e anti-curda per fare poi una brusca inversione di rotta, stanno si stanno rivelando un boomerang. L'allerta resta alta anche per gli attacchi di matrice curda, riguardo alla quale il governo turco risulta aver da tempo abbandonato la strada della risoluzione politica. E la possibilità di nuovi attentati è tutt'altro che scongiurata.