19 ottobre 2019
Aggiornato 12:00
Ma le imprese turche sono in affanno sui debiti in valuta estera

Erdogan incita alla resistenza patriottica al dollaro

Ora, per il presidente turco Tayyp Recep Erdogan, l'ultimo tiranno contro cui lottare è il dollaro. Per questo Erdogan ha invitato la popolazione a una patriottica resistenza monetaria

Il presidente turco Tayyp Recep Erdogan.
Il presidente turco Tayyp Recep Erdogan. Shutterstock

ANKARA - Dopo il trauma del tentato golpe del 15 luglio scorso, che ha causato la morte di oltre 240 persone, in Turchia la retorica dei politici sulla «patria» e la «nazione» ha fatto il picco. Con il governo di Ankara e il suo leader indiscusso Recep Tayyip Erdogan dichiaratamente in lotta contro ogni agente che si ritiene possa minacciare «la sovranità nazionale». Inclusa una certa «lobby finanziaria» - come definita dal presidente Erdogan - che saboterebbe l'economia del Paese speculando sui mercati finanziari, sul cambio delle valute straniere e i tassi di interesse per cercare di rovesciare l'esecutivo turco. E ora, l'ultimo «tiranno» contro cui lottare è «il dollaro».

Resistenza patriottica
A novembre la lira turca ha perso più di un quinto del proprio valore rispetto alla moneta USA - con un cambio che la scorsa settimana ha raggiunto un tetto di 3,59 lire, una condizione che non si verificava dalla crisi finanziaria del 2008. Ma il Capo di Stato turco ha chiamato la popolazione a opporre «patriottica resistenza» a questo andamento, cambiando le valute straniere nella moneta nazionale o in oro. E stando alle affermazioni del portavoce del presidente Ibrahim Kalin, Erdogan avrebbe già dato il buon esempio in persona, cambiando in lire i dollari depositati sul proprio conto, una cifra che secondo quanto sostenuto da Kemal Kilicdaroglu, leader del partito d'opposizione CHP, ammonterebbe a 200mila dollari.

L'acquisto di valuta straniera
Secondo quanto riportato dal Financial Times, la somma complessiva del denaro depositato nei conti correnti turchi in valuta straniera ammonterebbe a circa 140 miliardi di dollari. E se una parte della popolazione sembra aver accolto l'appello di Erdogan - con alcune imprese che hanno addirittura risposto con promozioni e l'offerta di servizi gratuiti a chi si fosse presentato a cambiare la propria valuta straniera, numerosi cittadini turchi, ignorando le raccomandazioni di Erdogan, avrebbero acquistato valuta straniera del valore di 1 miliardo di dollari nell'ultima settimana di novembre.

Il piano di azione di Ankara
Nonostante le rassicurazioni del governo turco - oggi il premier Binali Yildirim ha annunciato un piano di azione mirato a incidere positivamente sull'andamento economico e che prevede la formazione di un volume di credito che ammonta a 250 milliardi di lire (circa 73 miliardi di euro). «Conosciamo i problemi del settore reale relativo alla produzione, all'occupazione e alle esportazioni. Continueremo a essere accanto ai settori che lavorano nell'export», ha affermato il primo ministro, sottolineando che il sostegno maggiore del governo in questo momento di crisi andrà alle piccole e medie imprese. Uno dei fattori di maggiore rischio dell'economia turca è infatti l'indebitamento del settore privato extra bancario che ammonterebbe a circa 210 miliardi di dollari - e l'impossibilità per questo settore di pagare il proprio debito a fronte di un'inarrestabile perdita di valore della lira turca. «I movimenti del mercato sottolineano l'influenza reciproca tra i ridotti tassi di interesse degli USA e il flusso di capitale rivolto ai Paesi in via di sviluppo», scrive il Financial Times, «questo rappresenta un grande rischio per i Paesi come la Turchia, dove le società si trovano per la gran parte un debito in valuta straniera».

L'incertezza politica
Ma ad alimentare i timori rispetto all'andamento dell'economia della Turchia è anche l'incertezza della situazione politica del Paese. Il progetto di riforma presidenziale che andrebbe ad accrescere i poteri di Erdogan, gli attriti con l'Unione europea - le cui società rappresentano i maggiori investitori diretti del Paese; la condizione vacillante dei diritti fondamentali accompagnata da uno stato di emergenza che dura da oltre 4 mesi e che ha portato alla sospensione della Convenzione europea dei diritti dell'uomo; gli arresti e i licenziamenti in massa, per non contare il coinvolgimento militare di Ankara in Siria e in Iraq vengono considerati tutti come elementi estremamente destabilizzanti per il Paese. Gli investitori sono spaventati anche dal fatto che decine di imprese negli ultimi mesi sono stati rilevati dai proprietari per essere commisariati. Sempre secondo il quotidiano britannico Financial Times, gli investitori stranieri risulterebbero avere venduto i bond e i possedimenti del valore di 2,6 miliardi di dollari a novembre.

Le interferenze di Erdogan nei confronti della Banca Centrale
Restano poi preoccupanti le interferenze di Erdogan nei confronti delle decisioni della Banca Centrale, che nelle scorse settimane per due volte consecutive ha deciso di innalzare i tassi di interesse per contenere la caduta libera della lira turca, nonostante la posizione contraria del presidente. E anche la performance economica della Turchia nel suo complesso non è particolarmente positiva. Lo zelo riformista del primo periodo del governo del Partito della giustizia e sviluppo (AKP), non risulta più essere nelle considerazioni dell'esecutivo turco. La forte crescita raggiunta (toccando un picco del 9% nel 2003) attraverso l'applicazione di politiche neoliberiste e che ha visto fiorire il settore manufatturiero interno, risulta decisamente rallentata.

Crisi
Valori di crescita che nel primo quadrimestre del 2016 si sono attestati al 4,8%, ridotti al 3,1% nel secondo quarto dell'anno e che prospettano un'ulteriore riduzione. La chiusura per carenza di affari, dei negozi nelle aree maggiormente turistiche del Paese come il Gran Bazaar di Istanbul e la riduzione dei voli di una delle compagnie nazionali più redditizie, la Turkish Airlines, che nei primi 9 mesi dell'anno avrebbe registrato una perdita di quasi 463 milioni di dollari, sono solo alcuni degli esempi più lampanti di questa crisi i cui esiti restano ancora fortemente incerti.