7 dicembre 2019
Aggiornato 22:00

Gli Usa dicono addio al TPP: cause e conseguenze del primo colpo di Trump alla globalizzazione

Lo aveva annunciato in campagna elettorale, e ora Donald Trump lo conferma: gli Usa si ritireranno, già dal 20 gennaio dall'accordo transpacifico di libero scambio (TPP). E ora?

Il presidente eletto Donald Trump.
Il presidente eletto Donald Trump. Shutterstock

WASHINGTON - Lo aveva già annunciato in campagna elettorale, uno dei fondamenti del suo programma economico e geopolitico. Ora, il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump lo conferma in un video, dedicato alle priorità della sua Casa Bianca nei primi 100 giorni di governo: gli Stati Uniti notificheranno l'uscita dall'accordo transpacifico di libero scambio TPP.  E lo faranno nel primo giorno dell'insediamento del tycoon alla Casa Bianca, il 20 gennaio. 

Dopo le parole, i fatti
Niente di nuovo, verrebbe da dire. Perché tante volte Donald Trump aveva promesso al suo elettorato di stracciare quell'accordo che Barack Obama considera uno dei più importanti successi asiatici della propria amministrazione. A giugno, il tycoon ne ha parlato come «l'ennesimo disastro messo a punto e favorito dagli interessi particolari di chi vuole depredare il nostro Paese». In un altro discorso lo ha definito «ad oggi il più grande pericolo». Il filo conduttore della sua campagna è sempre stato quello della assoluta priorità degli interessi americani, compresi quelli economici. Il miliardario non ha mai fatto mistero di voler «riprendere il controllo» delle politiche economiche americane, e di voler riportare lavoro e industrie in America. 

Ma che cos'è il TPP? 
Il TPP, Trans-Pacific Partnership, firmato a febbraio ma non ancora ratificato, è un trattato di libero scambio fra 12 nazioni che si affacciano sull’Oceano Pacifico: Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti. La Cina ne è rimasta esclusa, e il trattato era considerato un freno al suo espansionismo sul mercato asiatico. L'accordo, su modello del libero mercato europeo, si propone di rafforzare i legami economici tra i Paesi firmatari, tagliando i costi delle esportazioni e promuovendo il commercio per rilanciare la crescita. Avrebbe inoltre lo scopo di tagliare le tariffe e approfondire i legami economici tra i firmatari.

Le critiche al TPP
I timori di Trump (e non solo) è che il TPP avrebbe finito per ledere gli interessi americani, mettendo a rischio posti di lavoro in America e provocando una ulteriore delocalizzazione della produzione. Trump ha dichiarato di voler sostituire il Tpp con degli accordi commerciali bilaterali che «riporteranno l’occupazione e l’industria sul territorio americano». «Il mio programma sarà fondato su un semplice principio fondamentale: l’America viene prima», ha detto Trump. Il trattato era contestato anche dall’ala sinistra del Partito democratico, tra cui il candidato alle primarie Bernie Sanders e la senatrice Elizabeth Warren, che lo accusavano di ridurre le garanzie per i lavoratori e per l’ambiente e di rafforzare le grandi aziende transnazionali. In effetti, come per il TTIP e il CETA, anche l'accordo transpacifico è stato accusato di salvaguardare l'interesse delle multinazionali e delle grandi aziende, finendo per schiacciare gli attori minori. In particolare è stata criticata la clausola che avrebbe permesso alle aziende straniere di mettere in discussione le decisioni dei Governi chiedendo il giudizio di commissioni di arbitrato internazionale. Oltretutto, le stesse trattative sul trattato di libero scambio sono state spesso contestate, perché condotte in gran segreto.

Una decisione annunciata e temuta dall'Asia
I leader asiatici hanno avuto insomma del tempo per abituarsi all'idea di uno shift della politica americana sull'argomento; ciò non significa però che la decisione di Trump di ritirare gli Usa dal TPP non sia stata scioccante per molte parti dell'Asia emergente. I Paesi asiatici avrebbero infatti giovato dell'abbassamento dei dazi su molti dei loro prodotti destinati ai mercati esteri e in particolar modo nordamericani.

Singapore
Tra i più sfavoriti dalla mossa trumpiana, Singapore, Vietnam e Malesia. Il primo è uno dei cofondatori del predecessore del TPP, ed è stato il più convinto sostenitore del trattato nella regione. Il piccolo Stato-arcipelago si fonda, dal punto di vista economico, prevalentemente sul commercio, ed è anche la sede del più grande porto dell'intera regione. Dal TPP si aspettava un impulso non solo all'export, ma anche ai servizi di trasporto e finanziari ad esso connessi.

Vietnam e Malesia
Quanto al Vietnam, secondo uno studio del Petersen Institute, era uno dei Paesi più verosimilmente avvantaggiati dal trattato in quanto la sua economia, fino ad oggi, è rimasta piuttosto chiusa. L'abbassamento dei dazi su merci come riso, pesce, prodotti tessili e manifatture di media-bassa gamma avrebbe favorito l'economia vietnamita. Secondo alcuni studi, quest'ultima avrebbe ricevuto un impulso del 10% entro il 2025. E poi c'è la Malesia, che, secondo gli studi sopracitati, sarebbe stata interessata da una crescita del 5,5% nello stesso periodo, perché avrebbe avuto facilità nell'esportare il proprio olio di palma negli Usa.

Giappone
Ma anche per il Giappone ci saranno contraccolpi. Non a caso, proprio da Tokyo è giunta una delle prime reazioni negative all'annuncio di Trump, dopo che il primo ministro Shinzo Abe era stato il primo leader a incontrare il presidente eletto Donald Trump. Per Abe, un accordo commerciale senza gli Stati Uniti sarebbe, ha detto, «privo di significato. E' impossibile rinegoziarlo - ha aggiunto - e destabilizzerebbe l'equilibrio basilare degli interessi». In effetti, se il ritiro degli Usa dal TPP non implicherebbe, in sé, il fallimento generale dell'accordo, per i firmatari verrebbe meno il punto più interessante del trattato: l'accesso liberalizzato al mercato statunitense.

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Un'opportunità per la Cina
Secondo gli analisti, la potenza che guadagnerà di più dal colpo assestato da Trump al TPP sarà la Cina, che dall'accordo era rimasta esclusa. Il Dragone, in effetti, è ben posizionato per entrare nel mercato Usa con le due alternative «regionali» al TPP da lei guidate, il Regional Comprehensive Economic Partnership deal e la cosiddetta «One Belt One Road» (OBOR), che aspira a costruire strade, porti e vie di comunicazione attraverso gran parte dell’Asia. Molte nazioni non incluse nel TPP (come le Filippine) potrebbero guadagnare molto dalle iniziative cinesi. Secondo alcuni analisti, la Cina è destinata a giocare un nuovo ruolo di primo piano in Asia, favorita dal progressivo disimpegno statunitense preannunciato dal nuovo presidente Trump.