12 dicembre 2019
Aggiornato 15:00

Trump chiude con il TPP: l'uomo della rivoluzione contro la globalizzazione selvaggia

Lo aveva promesso, lo ha fatto: Donald Trump ha firmato l'ordine esecutivo per ritirare gli Usa dal TPP. Inaugurando (forse) la fine dell'era dei maxi accordi commerciali, che, a suo dire, prostrano i lavoratori americani

WASHINGTON - Era già ampiamente nell'aria, uno dei pilastri dell'eredità di Barack Obama da smantellare con maggior prontezza. Di certo, non si può dire che Donald Trump non abbia mantenuto la sua promessa liquidando il TPP, la Trans-Pacific Partnership che avrebbe creato una zona di libero scambio tra gli Usa e altri 11 Stati dell'area del Pacifico (esclusa la Cina) a pochissimi giorni dal suo insediamento alla Casa Bianca. 

L'era dei super-accordi commerciali è al tramonto?
L'era dei grandi accordi commerciali transnazionali, dunque, sembra ormai giunta al suo tramonto, con un presidente degli Stati Uniti che ha subito fatto dello slogan «American first» il suo motto lungo tutta la campagna elettorale, promettendo, in questo modo, di smantellare quell'internazionalizzazione delle catene produttive che, a suo avviso, si è rivelata deleteria per le classi medio-basse. Il tutto, anche scardinando l'ortodossia repubblicana secondo cui espandere il commercio globale sarebbe utile tanto per l'America quanto per il mondo intero. 

L'ambizione iper-globalizzatrice del TPP
E l'accordo più rappresentativo di tale modo di pensare era proprio il TPP, che avrebbe realizzato un vero e proprio «blocco» economico-commerciale capace di coprire il 40% del Pil mondiale. Non si sarebbe trattato, in questo caso, dei classici trattati commerciali bilaterali o poco più, volti ad unire Paesi geograficamente confinanti o prossimi. In questo caso, il TPP avrebbe spalancato il mercato statunitense a Stati come Canada, Australia, Giappone e Cile. Stati, dunque, lontani tra loro e dalle strutture produttive fortemente eterogenee.

Il fattore Cina, il nodo dei lavoratori americani
Il TPP, oltretutto, era pensato per «estromettere» esplicitamente la Cina, e contenere la sua ascesa economica. Concetto cui Trump, in linea di principio, non parrebbe affatto contrario, se non fosse che il tycoon è convinto che tale accordo avrebbe finito innanzitutto per sfavorire i lavoratori americani nella competizione con Paesi con costi del lavoro particolarmente bassi come Vietnam e Malaysia. I sostenitori dell'accordo sostengono, invece, che questo avrebbe introdotto meccanismi per risolvere il problema della concorrenza sleale tanto spesso lamentato dalle aziende americane, e che avrebbe reso le piccole-medie imprese innovative della costa Est in grado di operare in un ambiente internazionale.

E ora?
Cosa succederà ora? Cosa rimarrà del TPP senza l'America? Da un lato, in entrambi i partiti restano evidenti preoccupazioni, in particolare legate all'ipotesi che la Cina possa muoversi per riempire il «vuoto» lasciato da Washington. Del resto, neppure per Pechino gli effetti del TPP sarebbero stati del tutto negativi: le aziende più forti e competitive non sembravano particolarmente preoccupate dal trattato, e, anzi, qualcuno ventilava un possibile aumento delle esportazioni cinesi in Paesi come Vietnam e Malaysia, Stati con cui Pechino vanta una forte e resistente integrazione economica.

Le ambizioni giapponesi rimangono
Ad ogni modo, perché il TPP (o quello che ne resta) entri in vigore, dovrà essere ratificato entro il febbraio 2018 da almeno sei paesi firmatari che insieme detengono l’85% del Pil totale degli aderenti. E se quasi certamente il trattato come prospettato fino ad ora non andrà in porto, è possibile che venga firmata una sua versione parzialmente emendata o ridimensionata. Lo lascia immaginare, in particolare, l'attitudine del Giappone, fortemente propenso a che l'integrazione commerciale ed economica dell'area del Pacifico vada a buon fine. Un accordo quale quello transpacifico avrebbe in effetti dato a Tokyo l'opportunità di rilanciare le sue esportazioni, in uno scenario in cui la tanto osservata da Occidente «Abeconomics» non sembra dare i risultati sperati, anche a causa di una debole domanda interna.

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Un colpo alla globalizzazione?
Resta da considerare in che modo la mossa di Trump – che si preannuncia la prima di una lunga serie – possa (o meno) invertire la tendenza attuale ai grandi accordi commerciali e a una sempre più sfrenata globalizzazione. Tendenza che si è affermata soprattutto dopo la grande crisi economica del 2008, come risposta a una progressiva diminuzione dei consumi e al calo degli investimenti causati dal rallentamento della crescita. Parallelamente, quegli accordi sono stati favoriti da una sempre maggiore internazionalizzazione delle catene produttive, che hanno reso insufficienti i classici accordi bilaterali che tutt'oggi abbondano nel panorama mondiale.

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Riportare l'occupazione sul suolo americano
Al di là delle sue effettive possibilità di riuscita, l'intenzione di Trump pare proprio quella di invertire tale tendenza. Non a caso, a una decina di giorni dalla sua elezione, il Presidente ha inserito nel video in cui elencava le priorità dei suoi primi 100 giorni alla Casa Bianca proprio la promessa di uscire dal TPP, da sostituire con accordi commerciali che «riporteranno l’occupazione e l’industria sul territorio americano». Un impegno che, paradossalmente, lo avvicina all'ala più di sinistra del Partito democratico, tanto che, in occasione dell'incontro convocato lunedì alla Casa Bianca con i leader dei sindacati, l'annuncio di Trump – secondo quanto riporta il New York Times – sarebbe stato accolto con un applauso.

Dopo il TPP, il Nafta
Lo stesso – ha annunciato il tycoon – avverrà per il Nafta, il North American Free Trade Agreement, accordo commerciale con Canada e Messico negoziato da George Bush e fatto passare al Congresso da Bill Clinton. Del resto, come il TPP e il TTIP, anche il Nafta è stato a lungo particolarmente divisivo nel dibattito politico, e sempre per lo stesso motivo: i suoi oppositori lo hanno accusato di favorire l'abbassamento dei salari e la delocalizzazione del lavoro. Che sono poi due dei fenomeni a cui Donald Trump ha promesso, fin dalle sue prime mosse in campagna elettorale, di porre fine, interpretando l'insoddisfazione e la frustrazione dell'America profonda.