20 aprile 2019
Aggiornato 10:30
Parola d'ordine: panico

Usa 2016, lo spettro dell'Apocalisse sulle elezioni (e su una vittoria di Trump)

L'atteggiamento dei media nei confronti di Donald Trump è passato dalla derisione, allo scandalismo, al panico. Hacker, terrorismo e finanza gli spettri sventolati negli ultimissimi giorni prima dell'Election Day

Il candidato repubblicano Donald Trump.
Il candidato repubblicano Donald Trump. ( Shutterstock )

NEW YORK - Altro che le piaghe d'Egitto: dopo questa campagna presidenziale si potrà parlare delle «piaghe d'America». Almeno a giudicare dai toni apocalittici che hanno caratterizzato le ultime settimane in preparazione all'Election Day. Toni che ricordano quelli usati in occasione della campagna sulla Brexit, e che si possono associare a quelli che stanno accompagnando il dibattito sul referendum italiano. Tutto il mondo è Paese, verrebbe da dire. Anche quando, evidentemente, si parla della Superpotenza mondiale. 

Terrore
In effetti, l'analisi di quanto accaduto negli ultimi giorni prima del voto la dice lunga sul clima di terrore che è stato volontariamente instillato all’avvicinarsi dell’8 novembre. E le minacce sventolate sono state essenzialmente tre: l’incubo finanziario, il terrorismo e gli attacchi hacker. Il tutto, come afferma il giornalista Fulvio Scaglione, innanzitutto per dipingere Donald Trump come il mostro dell'Apocalisse: colui che porterà l'America, l'Occidente e il mondo intero in declino.

I media e l'occasione persa
Che il tycoon non fosse particolarmente apprezzato dall’establishment e dai cosiddetti «poteri forti» non è una gran novità. Basti guardare l’atteggiamento dei media americani, che, per la prima volta nella storia delle elezioni americane, si sono schierati in massa, anche al di là delle tradizionali simpatie politiche, per Hillary Clinton. Fin da subito, del resto, l’atteggiamento della stampa americana – e, di conseguenza, di quella europea – verso The Donald si è attestato tra la derisione, l’indignazione e lo scandalo per quello strambo candidato giudicato un po’ da tutti sessista, razzista e assolutamente non all’altezza. Ed è anche possibile che quell'analisi non sia così sbagliata, ma di certo ciò che la stampa mondiale ha perso l’occasione di fare, in elezioni storiche e senza precedenti come queste, è di abbozzare una riflessione su quella politica che ha prodotto, per così dire, il «monstrum» Trump, e sul perché un personaggio tanto caricaturale sia riuscito più di molti altri a farsi interpreti di istanze tanto diffuse nell’opinione pubblica.

Dopo la derisione e lo scandalo, l'allarmismo
E invece, dopo la derisione, lo stupore, lo scandalo, c’è stato l’allarmismo. Primo tra tutti quello economico, con lo spettro del crollo delle borse non appena, a seguito della riapertura dell’inchiesta Fbi su Hillary, i sondaggi sulla candidata democratica hanno dato qualche segnale di cedimento. Basti leggere il New York Times, che in lungo e in largo ha ventilato il panico per i mercati finanziari, su modello della Brexit, con disastrosi contraccolpi sull’economia del Paese.

Il panico dei mercati
E pazienza se le basi della finanziarizzazione dell’economia che ha portato alla crisi del 2008 le ha poste un democratico, e per di più marito dell’attuale candidata rivale di Trump: Bill Clinton. Un'eredità, peraltro, che non si può certo dire che Obama abbia smantellato. Il solo nome «Donald» può scatenare il panico. Addirittura, un’analisi sul primo dibattito tra i due candidati, analisi basata sulla coincidenza dell’andamento tra le chance della Clinton e i prezzi di mercato, avrebbe dimostrato che una vittoria di Trump porterebbe a una caduta del 10-15% delle principali borse e a un sostanziale crollo del prezzo del petrolio e della valuta messicana, combinata a un’alta instabilità. Poco importa se le classi di lavoratori medio-basse americane – un tempo target fondamentali per i democratici, oggi più sostenitrici di Trump (LEGGI ANCHE «I 'deplorevoli' della Clinton, ovvero la working class che fu di sinistra che sostiene Trump») – lottano con i disastri provocati dal predominio della finanza sull’economia: il vero pericolo, per i media e non solo, è Donald Trump. 

Allarme al Qaeda
Ma non basta: gli americani devono temere anche il terrorismo. Rischio che questa volta non è stato direttamente accostato a Trump (che aveva già avuto l'onore di essere definito dall'Economist più pericoloso dell'Isis), ma che di certo avrà turbato i sonni di molti elettori. Perché li agenti federali hanno messo in guardia le autorità di New York su possibili attacchi da parte dei militanti di al Qaida intorno all'Election day. Non l’Isis, dunque, ma un vero e proprio salto nel passato, con l’organizzazione che, guidata da Osama Bin Laden, fu accusata di aver buttato giù le Torri Gemelle nel 2001, dando inizio a 15 infausti anni di un’altrettanto infausta guerra al terrorismo. A chi giova questo clima di terrore? A Trump, che da sempre agita lo spettro del terrorismo di matrice islamica? A Hillary Clinton, apparentemente più competente del rivale in materia? Ai detrattori di Trump, convinti che i toni duri da lui usati contro i musulmani siano un regalo ai jhadisti? O, piuttosto, all’astensionismo, che finirà per consegnare la palla ai mercati (LEGGI ANCHE «Dopo il cibo spazzatura, ecco la politica spazzatura. Tutto made in Usa»)?

Lo spettro degli hacker
E poi ci sono gli hacker, veri protagonisti di questa campagna. Dopo le tante denunce del partito di Hillary Clinton a proposito di cyber-intromissioni perpetrate dalla Russia a favore di Donald Trump, addirittura Barack Obama ha annunciato ritorsioni nei confronti di Vladimir Putin. Ritorsioni andate a buon fine, visto che gli hacker americani sarebbero riusciti a infiltrarsi nella posta del collaboratore di Putin. Il timore, ora, sarebbe quello di un’intromissione di Mosca con l’obiettivo di creare caos durante o a ridosso del voto. Così, hanno riportato i media, si è prodotto uno sforzo senza precedenti coordinato dalla stessa Casa Bianca e dal Dipartimento per la sicurezza nazionale, col supporto del Pentagono e delle principali agenzie di intelligence, dalla Cia alla Nsa.

Parola d'ordine: panico
Parola d’ordine, insomma: panico. Un panico che forse qualcuno spera possa opportunamente orientare le masse. Del resto la paura, si sa, è una fedelissima arma per i politici, spesso attribuita a quelli cosiddetti «populisti». Se non altro, queste elezioni ci insegnano che entrambi gli schieramenti, establishment e anti-establishment, utilizzano armi dello stesso genere.