9 dicembre 2019
Aggiornato 00:00

Disastro Obama: rischia di perdere anche la partita asiatica, per la gioia di Cina e Russia

Rodrigo Duerte, presidente delle Filippine nonché il «Trump di Manila», ha annunciato la separazione economica e militare del suo Paese dagli Usa. E ora guarda alla Cina e alla Russia

Il presidente Usa Barack Obama.
Il presidente Usa Barack Obama. Shutterstock

NEW YORK - Il presidente delle Filippine Rodrigo Duerte aveva già lasciato sbalordito il mondo intero quando, a settembre, si lasciò andare a un esplicito insulto nei confronti di Barack Obama («Obama figlio di p..., te la farò pagare», aveva detto), dopo che il capo della Casa Bianca aveva invitato Manila alla prudenza nella guerra anti-droga che in due mesi aveva già provocato oltre duemila morti. Un'osservazione che Duerte aveva preso come una delle tante interferenze statunitensi nei propri affari interni, e alla quale ha pensato bene di rispondere in modo particolarmente diretto. D'altra parte, questa sua indole di oratore limpido e senza freni gli è già valsa il soprannome di «Trump delle Filippine», nonché la decisione di Obama di annullare la bilaterale in programma.

Manila si «separa» dagli Usa
Ma quello che è accaduto nelle ultime ore potrebbe avere un riscontro non solo sul piano diplomatico, ma anche geopolitico. Ripercuotendosi peraltro sulla già controversa eredità del premio Nobel per la Pace 2009, che sul cosiddetto «pivot to Asia» ha incentrato una buona parte della propria politica estera. Perché qualche giorno fa Duerte, a conclusione di un incontro con il presidente cinese Xi Jinping e con il vice premier cinese Zhang Gaoli, davanti alla platea gremita nella grande sala di piazza Tienanmen, ha affermato: «Annuncio in questo incontro la mia separazione dagli Stati Uniti, non solo in termini militari ma anche economici». Una dichiarazione di una certa rilevanza, visto che le Filippine sono un saldo alleato degli Stati Uniti dal 1946 a questa parte.

Pivot to Asia a rischio?
Una dichiarazione rivelante anche pensando a quel «pivot to Asia» di cui si parlava prima, in base al quale gli Stati Uniti a guida Obama hanno progressivamente spostato la propria attenzione dall’Europa all’Estremo Oriente, con l’obiettivo di riaffermarvi il proprio ruolo dominante. E se già l’eredità lasciata da Obama in Medio Oriente fa acqua da tutte le parti, le parole di Duerte mettono un gigantesco punto di domanda anche sulla restante parte della politica asiatica dell’attuale presidente Usa. Politica che, mentre nelle terre mediorientali non è riuscita a frenare le ambizioni russe, in quelle ancora più a Est sembra non essere riuscita a bloccato neppure quelle cinesi.

Duerte guarda anche alla Russia
Per dovere di cronaca, Duerte, una volta rincasato, ha fatto una parziale marcia indietro, ammettendo che quella netta separazione annunciata in Cina non è del tutto coerente con gli interessi del suo Paese. Ciò non toglie che le parole pronunciate nei territori del Dragone abbiano a ragione suscitato un grande clamore. Anche perché poi Duerte ha proseguito: «Mi sono spostato nel vostro vostro flusso ideologico e forse dovrò anche andare in Russia per parlare con Putin e dirgli che ci sono tre di noi contro il mondo. La Cina, le Filippine e la Russia». Apriti cielo.

Scelta di campo pregna di conseguenze
Una scelta di campo per ora solo dichiarata, sebbene in parte annunciata da alcune mosse in politica interna. Una scelta che suscita nervosismo nell’alleato statunitense, e ne fa gongolare i principali nemici. La Cina, ma anche la Russia di Putin, che non ha mancato di esprimere gradimento per le parole di Duerte e ha espresso totale disponibilità a cooperare con lui. Peraltro, il reset del Presidente filippino sembra voler archiviare le rivalità con Pechino nel Mar Cinese Meridionale, teatro dove gli Stati Uniti sono schierati contro la Cina e dove, di recente, si è insinuata anche la Russia, che con il Dragone ha portato avanti una grande esercitazione militare proprio in quelle acque.

Tra Washington e Manila, cooperazione militare...
Il «Trump di Manila», insomma, sembra determinato a ridisegnare lo scacchiere geopolitico del Sud Est asiatico, mettendo in discussione l’assoluta autorità di Washington nella regione e favorendo l’influenza cinese, oltre che quella, ad oggi estremamente flebile, russa. Sia per gli Usa che per le Filippine, la posta in gioco è alta: perché a legare i due tradizionali alleati c’è un accordo di cooperazione militare che consente agli Usa di utilizzare cinque basi aeree e navali nell’arcipelago, le imminenti esercitazioni militari congiunte non ancora cancellate ma soprattutto un asse strategico pensato proprio per contenere la Cina.

... e miliardi di dollari
Oltre a questo, ci sono i soldi: lo scambio commerciale tra Stati Uniti e Filippine ogni anno raggiunge i 25 miliardi di dollari, ma ci sono anche 150 milioni di dollari l’anno che l’America invia in aiuti economici e i 4,7 miliardi di dollari di investimenti di imprese statunitensi su territorio filippino. Tuttavia, per incoraggiare le Filippine la Cina sarebbe già pronta a subentrare con accordi da miliardi di dollari: 15 miliardi potrebbero essere spesi in progetti a sostegno della costruzione di infrastrutture da parte di aziende di Stato cinesi, senza contare la più stretta cooperazione militare sancita, specialmente tra le due flotte.

Effetto domino
Di certo, la posta in gioco è alta per Washington, visto che già nel 2011 l’allora segretario di Stato Hillary Clinton  scriveva su Foreign Policy: «Il futuro della politica sarà deciso in Asia, non in Afghanistan o in Iraq, e gli Stati Uniti saranno al centro dell’azione». Ora, il rischio concreto è che Paesi come il Vietnam, la Malesia e la Thailandia, già propensi a volgersi verso Pechino, siano incoraggiati a stringere più solidi rapporti con la Cina seguendo l’esempio di Duerte. Un vero e proprio effetto domino rischia di travolgere, a pochi giorni dalla fine della sua presidenza, lo scacchiere asiatico di Barack Obama. Una prospettiva a cui, inutile dirlo, Washington guarda con terrore.