5 dicembre 2019
Aggiornato 20:00

Elezioni Spagna, socialisti asfaltati. Le sinistre europee falliscono una dietro l'altra

Il risultato delle elezioni regionali spagnole potrebbe aiutare a sbloccare l'impasse istituzionale in cui versa il Paese da tempo. E arricchisce la lista di fallimenti delle sinistre europee

MADRID - Mai elezioni regionali furono più attese, perlomeno in Spagna. Una Spagna che sta vivendo da mesi una situazione di stallo politico e istituzionale inaudito, che si è recata alle urne due volte in un anno e che, se non si riuscirà presto a formare un governo, dovrà tornarci per la terza volta. Forse, però, i risultati del voto in Galizia e nei Paesi Baschi, con la vittoria a maggioranza assoluta, nella prima, del Partito popolare di Mariano Rajoy, e quella dei nazionalisti baschi nei secondi, potrebbero aiutare a sbloccare l'impasse. 

Il peso delle elezioni a livello nazionale
Un risultato da interpretare proprio alla luce della possibilità che il voto possa cambiare gli equilibri negoziali fra i partiti, consentendo finalmente la formazione di un nuovo esecutivo. Manca circa un mese alla scadenza per il varo di un governo: un obiettivo che Madrid non può mancare, per evitare di tornare alle urne di nuovo. La chiave di tutto è nelle mani dei socialisti, il cui leader Pedro Sanchez si è finora strenuamente opposto all'astensione che permetterebbe al leader del Pp Mariano Rajoy di formare un esecutivo di minoranza.

Socialisti asfaltati
Ma se un grande sconfitto nelle elezioni di Galizia e Paesi Baschi c'è stato, questo sconfitto è proprio lui, Sanchez. Perché il suo partito socialista ha subito un vero e proprio tracollo sia in Galizia, dove è stato superato addirittura (anche se di poco) dall'alleanza di Podemos con l'estrema sinistra, sia nei territori baschi, dove i socialisti sono usciti praticamente dimezzati con circa 8 seggi contro i precedenti 16, mentre Podemos ne ha conquistati tra i 13 e i 15.

Caduto il peggior nemico di Rajoy
A livello nazionale, dunque, queste elezioni potrebbero costituire un punto di svolta, l'arma che Rajoy aspettava per sbloccare lo stallo. Perché è vero che i suoi popolari non sono usciti bene nei Paesi baschi, dove hanno guadagnato 7-8 seggi, ma la vittoria in Galizia in qualche modo legittima il tentativo dell'aspirante premier di guidare un esecutivo. Soprattutto perché il suo avversario di sinistra - nonché principale responsabile dell'impasse - è stato letteralmente asfaltato in entrambe le regioni. Ed ora, per i socialisti spagnoli potrebbe addirittura aprirsi una crisi interna al partito.

Crisi di leadership nel Psoe
Forse una crisi di leadership, visto che la linea di Sanchez è stata fortemente criticata da alcuni pezzi grossi del partito socialista, decisamente più propensi a lasciare il governo ai popolari, piuttosto che all'idea di formare una coalizione progressista che includa Ciudadanos e Podemos (ipotesi, peraltro, già cassata dal leader «populista» Pablo Iglesias). Soprattutto, dal partito socialista fanno notare che l'incognita di nuove elezioni potrebbe rivelarsi decisamente controproducente, visto che, è ormai chiaro, il Psoe alle urne proprio non convince. Ecco perché Sanchez avrebbe intenzione di convocare un congresso straordinario per il 23 ottobre - a una settimana dalla scadenza per la formazione del governo -, con l'intenzione di blindare se stesso alla leadership del partito. 

Altro sintomo del fallimento delle sinistre europee
Ma è proprio su questo punto che la riflessione assume un respiro più europeo. Ancora una volta, si consuma alle urne il fallimento politico di un partito di sinistra che, in un momento di grave crisi culturale, economica e sociale, dovrebbe verosimilmente affilare gli artigli e raccogliere più consensi. Un vero e proprio dissesto ideologico dimostrato dal sorpasso, da sinistra, di Podemos, ma che è in realtà una condizione comune alle sinistre europee. Il caso più eclatante è quello francese, con il presidente Francois Hollande mai così in basso nel gradimento popolare, e con la Francia reduce da mesi di scioperi e manifestazioni a causa di una riforma - il Jobs Act in salsa francese - sgradita innanzitutto alla sinistra. Un fallimento che ha mostrato tutta la propria drammaticità nel recente vertice ateniese convocato da Alexis Tsipras, che avrebbe dovuto aprire una via alternativa alla dottrina dell'austerity, ma che è invece stato immediatamente sbeffeggiato da Bruxelles e Berlino. Permettendo anche a Jean Claude Juncker di commentare piccatamente: «Quando i leader socialisti si incontrano, per lo più non viene fuori nulla di molto intelligente». Oggi, la sconfitta dei socialisti spagnoli s'inserisce in questo impietoso quadro. E chissà che, con il referendum costituzionale, l'Italia non segua presto l'esempio.