2 aprile 2020
Aggiornato 14:00
A Ginevra

Siria, l'accordo Usa-Russia c'è. In cosa consiste, e perché è stato tanto difficile raggiungerlo

Finalmente, John Kerry e Sergej Lavrov hanno raggiunto un accordo per stabilire una tregua in Siria e fare fronte comune contro i terroristi. Funzionerà? E perché è stato così difficile stringerlo?

GINEVRA - L'accordo c'è. Forse timido, certamente traballante, raggiunto dopo una maratona negoziale di 13 ore, che era stata preceduta da numerosi incontri conclusi con un nulla di fatto, ma infine è stato raggiunto. Stati Uniti e Russia hanno concertato a Ginevra un cessate il fuoco in Siria che possa favorire la ripresa del dialogo su una transizione politica.

L'annuncio di Kerry
L'annuncio è giunto dal segretario di Stato americano John Kerry: «Stati Uniti e Russia annunciano un piano che speriamo riduca la violenza e le sofferenze favorisca la ripresa delle trattative per una pace negoziata e una transizione politica in Siria», ha spiegato Kerry nella conferenza stampa congiunta con l'omologo russo Sergey Lavrov.

Tregua e cooperazione militare
«Gli Stati Uniti stanno facendo questo sforzo supplementare perché ritengono che la Russia e il mio collega (Lavrov, ndr) abbiano la capacità di fare pressioni sul regime di Assad perché fermi il conflitto e sieda al tavolo della pace», ha concluso Kerry, precisando che la tregua entrerà in vigore lunedì e nel caso dovesse durare una settimana gli Stati Uniti avvierebbero una cooperazione militare con le forze russe per colpire obbiettivi dello Stato islamico (Isis) e del Fronte al-Nusra. Lavrov, da parte sua, ha confermato l'intenzione di condurre delle operazioni aeree congiunte contro i «terroristi»: «Abbiamo raggiunto un accordo sulle zone in cui queste incursioni verranno effettuate».

Cosa prevede l'accordo
L'accordo prevede dunque anche di lavorare a un coordinamento militare nel Paese mediorientale. Per ora, Mosca e Washington effettueranno operazioni aeree contro i terroristi, a condizione che la prima e il regime di Assad rispettino la tregua per almeno sette giorni. E' previsto anche il ritiro delle forze siriane nella città di Aleppo, per permettere l’accesso degli aiuti umanitari. L’obiettivo finale sarebbe quello di creare le condizioni per la ripresa dei negoziati di pace.

Negoziati difficili...
Il difficile compromesso è stato raggiunto dopo mesi di negoziati frenetici e quattro incontri a due tra Kerry e Lavrov. Mosca, che dovrà vigilare perché i suoi alleati - il governo siriano, le milizie iraniane e hezbollah - rispettino la tregua, ha già assicurato che «il governo di Assad è stato informato dell’accordo ed è pronto a rispettarlo». Da parte loro, gli Usa dovranno invitare alla collaborazione i miliziani cosiddetti «moderati», perché interrompano i rapporti con i qaedisti del Fronte al-Nusra e con gli altri gruppi estremisti islamici che a vario titolo combattono contro Damasco.

... perché?
Ma perché è stato così difficile raggiungere questo accordo? E perché non è affatto detto che possa preludere a una ripresa dei negoziati? Andiamo con ordine. Da un lato, la Russia e Aleppo ritengono ormai di avere un vantaggio sufficiente sui ribelli per poter concedere una tregua. Per Mosca, in particolare, è certamente un buon risultato, perché in teoria potrebbe preludere a una soluzione politica che consentirebbe alla Russia di non utilizzare altre risorse nel Paese. Mosca, con il suo intervento, mirava ad evitare innanzitutto che si creasse un vuoto di potere che avrebbe potuto facilitare l’attecchire del fondamentalismo. Soprattutto a causa dei timori riguardo alla sorte di aree islamiche della Federazione russa come la Cecenia.

Definire i terroristi: impresa impossibile?
Gli Stati Uniti, invece, sono inizialmente intervenuti in Siria a supporto della coalizione che si opponeva al regime di Assad, e sosteneva i ribelli sauditi. Washington ha sempre dichiarato di voler sostenere l’opposizione cosiddetta «moderata», ma la realtà è che i confini tra chi combatteva contro Assad e contro l’Isis e chi, invece, si schierava contro il regime tra le file di gruppi estremisti è sempre stato estremamente labile. Con l’attuale accordo,  dunque, Mosca e Washington dovrebbero avvicinarsi nella definizione di «gruppi terroristici»: perché, mentre la Russia è sempre stata su questo punto molto più intransigente, mettendo nello stesso calderone tutti i gruppi che si opponevano al governo legittimo, gli Stati Uniti hanno spesso strizzato l’occhio a formazioni in odore di jihadismo, ma che potevano rivelarsi alleati utili nella lotta ad Assad.

I terroristi (Isis e Al Nusra) esclusi dalla tregua
Ecco perché è stato fino ad ora così difficile arrivare a un risultato. Con questo accordo, le due potenze avranno due target terroristici comuni: l’Isis e l’ex Fronte al Nusra. Ciò significa che, sulla base del patto siglato, ci saranno delle aree salve dai bombardamenti (quelle controllate dalla cosiddetta «opposizione moderata»), ed aree che saranno invece soggette agli attacchi dal cielo.

La mossa di Al Nusra per non sembrare un'organizzazione jihadista
Ed è proprio nel tentativo di essere inclusa nella tregua e di non essere bollata come gruppo terroristico che Al Nusra – originariamente braccio siriano di Al Qaeda – a luglio ha annunciato il suo «divorzio» dal gruppo principale. L’obiettivo, dunque, era quello di essere contemplata tra coloro che Washington considera «moderati». Ma Mosca ha da subito guardato con sospetto l'improvviso cambio di bandiera degli ex qaedisti, considerandolo un maldestro e mal riuscito camuffamento.

L'intricato calderone dei ribelli
Ed in effetti le cose stanno proprio così: non a caso, la decisione degli ex qaedisti è giunta dopo che gli Stati Uniti, pur di raggiungere un accordo, hanno proposto alla Russia di includere il Fronte nella lista delle organizzazioni terroristiche. Così, mentre prima Al Nusra aveva minacciato i gruppi moderati che, se avessero aderito ai negoziati, li avrebbe combattuti ed «assorbiti», dopo il dietrofront di Washington – ormai disposta a sacrificare il gruppo qaedista per salvare gli altri ribelli dagli attacchi di Mosca – ha proposto a questi ultimi di fare fronte comune. E’ in questo intricatissimo scenario che i negoziati si sono arenati più volte.

La longa manus dell'Arabia Saudita
Ma ora che l’accordo è stato raggiunto, non è detto che possa preludere a una soluzione a lungo termine. Perché se qualcuno dei gruppi «moderati» accettasse l’offerta di Al Nusra, è evidente che la cooperazione russo-americana salterebbe. Con grande soddisfazione dell’Arabia Saudita, per la quale si profilerebbe l’occasione di portare Al Nusra sotto il suo cappello per salvarla dai bombardamenti russo-americani. Il più grande alleato di Washigton nella regione, insomma, starebbe remando contro l’accordo. Un accordo che, per quanto traballante, è l’unica chance per compiere un passo nella direzione della soluzione politica.

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