3 giugno 2020
Aggiornato 06:00
Il Paese ha ancora tanta strada da fare

Libia, perché la liberazione di Sirte è importante, ma non basta

I titoli più o meno trionfalistici sulla liberazione di Sirte si sprecano. Ma per quanto conti la sconfitta dell'Is nella sua roccaforte, ciò non significa che la situazione in Libia faccia ben sperare

TRIPOLI – Ormai da giorni i media internazionali stanno celebrando – con titoli più o meno trionfalistici – la caduta di Sirte, roccaforte libica dello Stato islamico. Le forze lealiste che sostengono il governo di unità nazionale di Fayez al Serraj, facilitate dall’intervento aereo americano (novità degli ultimi giorni), avrebbero infatti sgomberato almeno il 70% della città libica dai jihadisti, conquistandone il quartier generale, il centro Congressi di Ouagadougou. Fonti del governo si sono mostrate, ai microfoni internazionali, ottimiste, e fiduciose di poter liberare definitivamente la città entro poche ore. Attualmente, la battaglia è ancora in corso, e si combatte strada per strada contro gli ultimi terroristi rimasti lì asserragliati.

La soddisfazione di Serraj
Lo stesso premier Fayez al Serraj ha espresso tutta la sua soddisfazione per il risultato: «Le nostre forze hanno preso il controllo dei centri di comando dell’organizzazione dello Stato islamico nel centro di Sirte e la liberazione totale della città è molto vicina», ha detto. E c’è poco da stupirsi: fino a qualche mese fa, solo la prospettiva di un esecutivo di unità nazionale sembrava un’oasi nel deserto. Eppure, per quanto sia giusto rallegrarsi dei risultati registrati a Sirte, sarebbe però sbagliato sopravvalutarli. Perché la (cruda) verità è che, per quanto la liberazione della roccaforte dell’Isis in Libia sia un obiettivo importante, c’è ancora tantissima strada da fare per assicurare stabilità e unità al Paese.

Serraj ha perso il sostegno
E lo dimostra il monito lanciato proprio in queste ore dall’inviato dell’Onu Martin Kobler, che, in un’intervista rilasciata al quotidiano svizzero Neue Zuercher Zeitung, ha avvisato che la popolarità ed il sostegno al governo d'accordo nazionale «si stanno sgretolando». Kobler ha in particolare attribuito il calo di consensi nei confronti governo del premier al Sarraj alle «continue interruzioni dell'elettricità» e al sempre più «debole valore della valuta nazionale che influisce negativamente su entrate vitali» per l’esecutivo. E, pur non essendoci a suo avviso alternativa «al governo d’Accordo nazionale», lo stesso emissario Onu ha ammesso che quest’ultimo gode di sempre meno consenso in patria. Lontani, insomma, i tempi in cui il tedesco dichiarava che circa il sostegno dei libici a Serraj era al 95%: Kobler stesso, chiamato a giustificare tale affermazione, ha puntualizzato che quei dati erano «di aprile, in quel periodo c'erano buone intenzioni verso il governo d'unità nazionale, ma attualmente ha perso parte di questo sostegno». Cos’è cambiato? «In quel periodo l'elettricità era in funzione a Tripoli 20 ore al giorno ed ora solo 12», ha spiegato Kobler, aggiungendo che «in aprile la gente pagava 3,5 dinari (valuta locale) in cambio di un dollaro, oggi ne paga 5 e questo distrugge l'economia che si basa sull'importazione. Il sostegno si sta sgretolando».

I presupposti non erano buoni
Analisi certamente corretta, ma forse non del tutto completa. Perché in fondo le stesse modalità piuttosto burrascose con cui si è formato il governo di unità nazionale fin da subito lasciavano presagire scenari simili a quello attuale. Non bisogna dimenticare che, in un primo momento, era il governo di Tobruk a godere di un maggiore sostegno internazionale, perché era l’unico in effetti a esprimere una rappresentanza popolare. Lo stesso esecutivo sostenuto dall’Onu è nato zoppo, perché formatosi senza l’approvazione del parlamento di Tobruk. In pratica, per far passare l’accordo di unità nazionale in mancanza del voto di entrambi i parlamenti contrapposti, le Nazioni Unite hanno utilizzato una sorta di «trucchetto», in gergo «bottom up»: in pratica, ci si è limitati a raccogliere la maggioranza delle firme dei parlamentari dei due congressi e dei rappresentanti locali. Lì per lì, la mossa ha funzionato: a dicembre, si è avuto un governo di unità nazionale ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale. Ma è evidente che alla lunga la strategia avrebbe evidenziato delle falle: in primis, le conseguenze della non partecipazione di vari attori locali e milizie al negoziato - specialmente di coloro che de facto detengono il potere -.

Il ruolo di Haftar
Tra questi ultimi spicca il generale Khalida Haftar, le cui milizie detengono il controllo dell’Est del Paese e sono l’espressione militare del governo di Tripoli. Haftar, pur opponendosi strenuamente agli islamisti in generale e all’Isis in particolare, è anche acerrimo nemico di al Serraj. E, stando a quanto riporta il quotidiano Libya Herald, proprio in queste ore l’uomo forte della Cirenaica starebbe espandendo la propria influenza nel Fezzan, la parte meridionale del Paese, dando vita a un comitato di sicurezza con l’obiettivo di negoziare la stabilità della regione con le tribù locali e gli ex leader, molti dei quali già appartenenti al regime di Gheddafi. Non solo: il generale Haftar pochi giorni fa ha rivendicato il comando della 204esima brigata corazzata, nominato un nuovo capo e cambiato il nome della formazione. In più, gli attacchi dei giorni scorsi alle strutture petrolifere di Zueitina sono da leggere come una conseguenza della disputa in corso con Haftar.

Quale prospettiva?
«I libici hanno bisogno di una prospettiva. Dove vogliono ritrovarsi nel 2030?», si è chiesto Kobler. Domanda del tutto legittima; peccato che sia ancora molto difficile azzardare una risposta. Ecco perché la liberazione di Sirte, pur essendo certamente importante a livello strategico e simbolico, non basta. Per la stabilizzazione della Libia, la strada è ancora lunghissima, e drammaticamente accidentata.

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