20 novembre 2019
Aggiornato 14:30
La sfida sarà anche politica e strategica

Rio 2016, molto più che «solo» sport

Che sport e politica siano legati a doppio filo non è una novità. Ecco perché a Rio la sfida non sarà solo sportiva, ma anche strategica. Divenuta tale già a partire dallo scandalo del doping russo

RIO«Le vittorie sportive sono più efficaci di centinaia di slogan politici per rafforzare l’identità nazionale». Parola di Vladimir Putin. E in effetti, che i Giochi olimpici siano qualcosa di più della pura competizione atletica non è affatto una novità. Nella stessa Grecia antica, dove vennero fondate - si dice - nel lontano 776 a.C., le Olimpiadi avevano una valenza addirittura religiosa, in quanto si svolgevano in onore di Zeus, la cui statua più venerata era conservata ad Olimpia. Oggi, i giochi non ricoprono solo un'importanza fondamentale a livello economico, commerciale e diplomatico, ma costituiscono di fatto uno specchio dell'attuale scacchiere geopolitico. O perlomeno, di come le principali potenze mondiali vorrebbero poter orientare tale scacchiere.

L'isolamento (sportivo) della Russia
Partiamo dallo scandalo del doping russo, che ha letteralmente dimezzato la delegazione sportiva di Mosca. Uno scandalo svelato dal report che la Wada, l'agenzia mondiale antidoping, ha commissionato a una Commissione indipendente. In questa sede non si vuole discutere della fondatezza delle accuse, peraltro in parte confermate dallo stesso Putin, che, insieme al presidente del Comitato olimpico russo Zhukov, si è impegnato a combattere e sanzionare le irregolarità. Tuttavia, si vuole sottolineare non solo il quantomeno sospetto «tempismo» con cui il report è venuto fuori, ma anche la valenza (geo)politica della vicenda. Così come è fuor di dubbio che Mosca abbia da sempre considerato il prestigio sportivo un elemento fondante della propria strategia globale, l'aver svelato la corruzione endemica insita a quel sistema costituisce tanto uno «smacco» per il Presidente russo, quanto una «vittoria» per i competitor occidentali. Che, laddove non possono dire di essere riusciti a marginalizzare Mosca dal punto di vista geopolitico e strategico, potranno perlomeno rivendicare il proprio successo a livello sportivo.

Una sfida sportiva, ma anche politica
Si pensi, poi, a quelle che saranno le due principali potenze sportive a sfidarsi: guardacaso, Stati Uniti e Cina. Che, a livello geopolitico, sono anche le due più influenti superpotenze mondiali, che si guardano in cagnesco da un capo all'altro del mappamondo, e che proprio di recente sono giunte a un punto di non ritorno nelle contese che riguardano il Mar Cinese Meridionale. Si pensi alla stessa Siria, presente ai Giochi nonostante la guerra civile, con una delegazione interamente pro-Assad, visto che il Comitato olimpico nazionale è rimasto a Damasco. E ancora: nonostante la Palestina non goda del pieno riconoscimento dell'Onu, partecipa alle Olimpiadi dal 1996. E quest'anno concorreranno anche il Sud Sudan e il Kosovo, quest'ultimo non membro delle Nazioni Unite, e determinato a usare lo sport come strumento diplomatico. Per questi Paesi, la partecipazione ai giochi è uno strumento per rivendicare la propria appartenenza alla comunità internazionale, laddove non sempre riescono ad ottenere legittimazione diplomatica. Si guardi, infine, alla Turchia, dove guardacaso il mondo atletico-sportivo è stato l'unico fino ad ora risparmiato dalle epurazioni del sultano. 

Il riscatto del Brasile
Come si vede, la partecipazione delle singole nazioni alle Olimpiadi, in qualche modo, riflette la lsua posizione e le sue ambizioni geostrategiche, il proprio backgrond economico e politico e le relazioni che intrattiene con le altre potenze internazionali. In questa carrellata non si può prescindere dal Paese ospitante, il Brasile. Dove l'onore di essere la sede delle Olimpiadi fa da contraltare (anche propagandistico) a un contesto politico, economico e sociale particolarmente difficile. Difficile al punto che lo stesso direttore della filiale brasiliana di Amnesty International ha denunciato come l'organizzazione dei Giochi olimpici abbia finito per accentuare le disuguaglianze, e sia stata accompagnata da «una guerra contro i poveri, una guerra contro le favelas». L’ong ha infatti denunciato i numerosi sfratti e le operazioni compiute nei quartieri più poveri, in particolare per la costruzione degli stadi. La profonda crisi economica e il virus zika sta letteralmente mettendo in ginocchio il Paese. Che spera, almeno sul piano sportivo, di potersi riscattare.