22 maggio 2019
Aggiornato 01:30
Nell'Alleanza si ventila l'ennesimo cambio di programma

11 settembre 15 anni dopo. Cosa è rimasto della promessa di Obama in Afghanistan: una guerra eterna e un pasticcio senza fine

Se i continui attentati non fossero sufficienti, a dimostrare il clamoroso fallimento della NATO giunge la ventilata decisione di rilanciare per l'ennesima volta la presenza occidentale nel Paese.

Al Vertice di Varsavia si discuterà di un nuovo «cambio di programma» per l'Afghanistan.
Al Vertice di Varsavia si discuterà di un nuovo «cambio di programma» per l'Afghanistan. ( Shutterstock )

KABUL - Sono trascorsi 15 anni da quando, all'indomani degli attentati dell'11 settembre 2001, le truppe occidentali guidate da Washington poggiarono gli scarponi sul suolo afghano. Oggi, 15 anni dopo, quegli scarponi sono ancora saldamente lì, nonostante la promessa elettorale del presidente Usa Barack Obama di arrivare a un totale ritiro dei soldati entro il 2014. Una promessa che è stata disattesa più e più volte: proprio nel 2014, la Casa Bianca ha annunciato che, nonostante l'intenzione iniziale di ridurre il contingente del 90%, i militari presenti sarebbero stati ridotti a 5.500 entro la fine del 2015, e azzerati entro il 2016. Nel marzo 2015, Obama ha deciso di lasciare 9.800 soldati fino a fine anno. Qualche mese fa, l'ennesima retromarcia: quel contingente rimarrà fino a tutto il 2016, e il dossier finirà nelle mani del nuovo Presidente.

Altro che ritiro...
Così, Obama ha clamorosamente mancato non soltanto la parola del 2008, ma anche il proposito di risolvere la «questione Afghanistan» nel modo più onorevole possibile entro le presidenziali del 2016, nel tentativo di non lasciare una macchia indelebile sugli annali della sua presidenza. Tentativo clamorosamente fallito: perché in realtà, in occasione dell'ultimo vertice a Bruxelles tra i ministri della Difesa della NATO, si è prospettato uno scenario completamente diverso dai sogni che Obama vagheggiava 8 anni fa: ad oggi, l'Alleanza Atlantica sembra anzi intenzionata a rilanciare ulteriormente la propria presenza nel Paese, tenendo aperte le basi militari, continuando a sborsare milioni di dollari per il supporto e l’addestramento delle truppe locali e rivedendo per l’ennesima volta la programmazione del ritiro del contingente.

Ancora basi, ancora uomini
Prima di quest’ultimo cambio di programma, l’Alleanza diceva di voler ridurre le basi da sei a due, mantenendole a Kabul e Bagram. E invece, le parole del segretario generale della NATO Jens Stoltenberg hanno lasciato la porta aperta – anzi spalancata – addirittura alla possibilità di mantenere un numero di soldati maggiore del previsto. E, in ogni caso, le basi dovranno rimanere  per «avere un approccio regionale flessibile». Approccio flessibile che – bisogna dirlo – Barack Obama ha già ampiamente esibito, continuando a tentennare sulla presenza del contingente. Tirando le somme, se per ora è ufficialmente previsto che dei 9.800 uomini presenti ne rimangano 5.500 ad inizio gennaio, è del tutto probabile che i termini della riduzione slittino di nuovo. A dimostrarlo, la recente decisione della Casa Bianca di garantire maggiore operatività alle forze americane.

Dal 2001 la situazione è addirittura peggiorata
Del resto, i dati dell’ultimo rapporto della Difesa americana fotografano una situazione nel Paese che sarebbe un eufemismo definire «difficile»: gli attacchi, pur lievemente diminuiti nelle principali città afghane nel periodo 1 dicembre 2015-31 maggio 2016, rimangono all’ordine del giorno; la mortalità generale è addirittura cresciuta e le forze afghane sono decisamente deboli. La missione di addestramento subentrata nel 2015 alla missione ISAF, insomma,  non ha dato i risultati sperati. E tantomeno quei risultati si sono raggiunti con 15 anni di «guerra al terrorismo».

Addestramento non riuscito
In effetti, con la nuova missione Resolute Support e la progressiva riduzione (seppur perennemente ridimensionata) del contingente NATO, si sono solo palesate le limitatissime capacità dell’esercito afghano di agire autonomamente e in modo efficace. E non solo per le difficoltà tattiche legate alla conformazione montuosa del territorio, ma anche a causa di un trend sempre più negativo nei reclutamenti e di un crescente problema di «ghost soldiers», soldati che, pur rientrando nei registri paga, di fatto non si vedono sul campo. A tutto ciò si aggiungano problematiche di leadership e organizzazione nell’esercito, dove predominano biechi calcoli politici, corruzione e divisioni interne. Non solo: l’Afghan Air Force non è assolutamente all’altezza di rimpiazzare i raid della coalizione. E i Talebani, pure dopo 15 anni di guerra, hanno oggi raggiunto la propria massima espansione territoriale dal 2001, con anche un miglioramento nella pianificazione e nella strategia di realizzazione degli attentati terroristici.

La «guerra giusta» di Obama
Tutti elementi che consentono a posteriori di definire legittimamente quella roboante promessa fatta da Barack Obama nel 2008 una rocambolesca uscita elettorale. Ai tempi della sua campagna, la guerra in Afghanistan fu presentata agli americani come «la guerra giusta», da contrapporre alla «guerra sbagliata» in Iraq, ma la continua necessità di posticiparne il termine dimostra come quella missione iniziata nel 2001 si sia rivelata un autentico, infinito pasticcio. Senza contare che i continui rinvii hanno dei costi. Al vertice di Varsavia dell’8-9 luglio si discuterà appunto dell’impegno finanziario dei 28 fino al 2020. Un impegno dove il dossier Afghanistan pesa in modo rilevante: le forze di sicurezza afghane costano almeno 5 miliardi ogni anno, di cui gli Usa hanno sborsato 3,6 miliardi.  Il resto dell’impegno lo si richiede agli altri membri dell’Alleanza, tra cui l’Italia, che peraltro nel Paese è in prima linea: Roma è infatti il primo Stato europeo per numero di soldati con compiti di addestramento delle forze locali. Gli obblighi economici – si presume – saranno conseguenti. Anche perché il nuovo rischio ventilato dai vertici dell’Alleanza Atlantica è che, se il Paese finirà per collassare, l’Europa sarà «invasa» dagli afghani. Una prospettiva che i 28 – c’è da scommetterci – faranno di tutto per scongiurare.