19 ottobre 2019
Aggiornato 11:30
Da Londra il primo forte scossone all'Europa teutonica

Su Merkel l'effetto Brexit. Perché l'Europa non salverà la sua «regina»

«Dio salvi la regina», dicono gli inglesi, ma quanto alla «regina d'Europa» non si sono augurati lo stesso. E, con la Brexit, hanno dato il primo scossone al trono della signora dell'austerity.

BERLINO - Se c'è una persona che può dirsi uscita «sconfitta» dal referendum che ha sancito il divorzio tra il Regno Unito e l'Ue, questa persona non è tanto David Cameron - che pure, dopo averlo indetto per ragioni «elettorali», ha fatto decisa campagna per il «Remain» -: questa persona è Angela Merkel. Perchè la verità è che la Cancelliera tedesca ha speso la maggior parte della sua carriera politica a costruire un’Europa il più possibile aderente alla visione e agli interessi della Germania, dotandola di regole e trattati del tutto confacenti agli equilibri teutonici, e cercando di tenere ben strette le fila, come unica e vera «burattinaia» del Continente. Alla fine, senza mai perdersi d'animo, è riuscita a «sistemare» i greci riottosi, l'ostico dossier «banche spagnole» e pure il debito italiano. Ma forse, la Cancelliera non si aspettava che il primo vero segnale di cedimento sarebbe giunto non tanto dalle passionali e sconquassate terre sudeuropee, quanto dalla fredda e precisa Gran Bretagna.

Il segnale fortissimo mandato da Londra
E invece, proprio questo è accaduto: nonostante la determinatissima campagna anti-Brexit, fatta di minacce e paventati scenari da incubo, alla fine gli inglesi hanno deciso di andarsene sbattendo la porta. E dire che Londra non ha mai fatto nemmeno parte dell’Eurozona, e non ha quindi dovuto fare i conti con una politica monetaria comune che ha avvantaggiato nettamente Berlino, permettendole di incoraggiare le esportazioni nazionali. Si potrebbe quasi dire che, tra tutti gli Stati membri, il Regno Unito – da sempre con un piede già fuori dall’Ue – fosse il Paese con la lista più breve di buone ragioni per lasciare l’Unione. Se non fosse che la situazione europea è talmente compromessa da causare rigetti anti-europeisti addirittura tra chi, da Bruxelles, si è sempre tenuto a debita distanza: basti pensare alla Svizzera, attualmente interessata da un risveglio dell’estrema destra e impegnata a rimettere in discussione gli accordi bilaterali che la legano all’Unione.

L'effetto Brexit sulla Merkel
Difficile dunque, per Frau Merkel, evitare l’«effetto Brexit». Perchè, nonostante i tentativi interni all’Unione di ridimensionare quello che sta accadendo, la realtà è che l’allontanamento di Londra dà un messaggio potentissimo. Una delle nazioni più importanti, più ricche e influenti dell’Ue sta di fatto scegliendo l’ignoto piuttosto che rimanere ingabbiata nelle maglie europee. E si appresta a dimostrare che l’appartenenza all’Unione non è affatto irreversibile come Bruxelles (nonostante i trattati contemplino il caso contrario) vorrebbe far credere. Non è un caso che, in occasione dell’ultimo Consiglio europeo nonché il primo da dopo il referendum, la cancelliera d’Europa si sia affrettata a puntualizzare che non sarà Londra a dettare le regole. Nemmeno sono casuali i suoi ripetuti appelli a favore di un «rafforzamento dell’Ue»: Merkel sa benissimo che, dopo Londra, potrebbe innescarsi un autentico effetto-domino, che potrebbe finire per rovesciarle la poltrona. Una poltrona che, peraltro,è già abbastanza traballante.

La crisi del consenso
Non c’è dubbio che oggi l’Europa si appresti ad affrontare molte sfide, in primis quella legata alla sua leadership. Per poter sopravvivere all’ondata che la sta travolgendo, l’Unione avrebbe infatti bisogno di una guida forte, che detti linee il più possibile condivise tra gli Stati membri. E invece, la crisi del consenso in corso è evidente: la Germania si è a poco a poco alienata l’appoggio indiscusso degli Stati sudeuropei, i più colpiti dall’austerity, ma anche di quelli orientali. I quali, già indispettiti dall’obbligo di partecipare al salvataggio della Grecia, si sono apertamente ribellati a Berlino quando la Cancelliera ha dettato l’agenda sulla crisi migratoria, aprendo le porte ai rifugiati e favorendo il «sovraccarico» della rotta balcanica.

Traballante anche in patria
Senza contare che per Angela la situazione è sempre più difficile anche in patria, con un’ascesa dell'estrema destra che non si vedeva da prima del secondo dopoguerra. La sua politica migratoria ha causato evidenti fratture anche in seno alla coalizione che la sostiene, mentre  la prospettiva di una rielezione – se non addirittura quella di una ricandidatura – per il voto del 2017 sembra lentamente allontanarsi. Pure il suo mentore Helmut Kohl, padre della Germania unita, non ha mancato di «bacchettare» più volte l’attuale Cancelliera: l’ultima volta per le «decisioni in solitaria» prese in tema di immigrazione, dato che «L'Europa non può diventare la casa di milioni di persone in difficoltà provenienti da tutto il mondo». E se ciò non fosse sufficiente, Kohl è arrivato a incontrare amichevolmente l'euro-«nemico» per eccellenza della Merkel, l’ungherese Viktor Orban. Che contro i migranti tanto benvoluti da Angela ha fatto erigere addirittura un muro.

Un quadro internazionale complicato
Neppure lo scenario internazionale sembra destinato a salvare la poltrona della Merkel, e non per la Brexit: con Washington, l’alleato principale, i rapporti sono tiepidi da quando Berlino ha scoperto lo «spionaggio» del Grande Fratello americano, mentre la Casa Bianca sembra apprezzare poco le politiche di austerità imposte dalla Germania. Con Ankara, la firma dell’accordo sui migranti è perennemente in bilico, e non solo a seguito di vari incidenti diplomatici - come quello del comico tedesco che ha deriso Erdogan, e per il quale la Cancelliera ha addirittura acconsentito il processo per non urtare il suscettibile partner turco -. Il problema di fondo è che, in cambio della gestione dei profughi, la Turchia ha chiesto non solo molti soldi, ma anche la riapertura dei negoziati per entrare nell’Unione. Una prospettiva che non esalta Berlino, ma con cui di certo dovrà fare i conti. E poi ci sono gli ambigui rapporti con la Russia: perché la Germania è sì uno dei maggiori sostenitori delle sanzioni, ma, contemporaneamente, sarebbe ben contenta di concludere accordi economici ed energetici con Mosca. Se non fosse per l’opposizione dei membri più intransigenti della Nato.

God save the Queen?
Difficile, insomma, che Berlino possa abbracciare il ruolo di leadership di cui la frammentata Unione di oggi avrebbe bisogno per salvarsi. E non solo perché la questione del ruolo teutonico nell’Ue è sempre più dibattuta e meno scontata, ma anche perché di mezzo ci sono appuntamenti elettorali che potrebbero ulteriormente sparigliare le carte sulla sempre più riottosa tavola europea.  La prima a rimetterci in tutto questo potrebbe essere proprio lei, Frau Merkel, l'artefice per eccellenza di questo disastroso progetto comunitario: e il peggior presagio giunge proprio dalla Brexit. Perché, se gli inglesi sono soliti augurarsi che «Dio salvi la regina», non così devono aver pensato della «regina d'Europa». A cui hanno finito per infliggere una sonora batosta che potrebbe essere, per lei, solo l'inizio della fine.