17 febbraio 2020
Aggiornato 20:00
Relazioni internazionali

Pechino a un bivio: manderà delegazione al congresso dei lavoratori coreani?

Quello che un tempo sarebbe stato un fatto ovvio, lo è molto meno dopo l'evidente raffreddamento dei rapporti in seguito al test nucleare di inizio anno e ai lanci di missili balistici effettuati da Pyongyang che hanno portato Pechino a essere tra i più decisi promotori di pesanti sanzioni nei confronti della Corea del Nord.

PECHINO - Il Settimo Congresso del Partito dei lavoratori coreani, convocato dal regime di Kim Jong Un a partire dal 6 maggio, pone un dubbio profondo, anche imbarazzante, al potente vicino cinese: inviare o meno una delegazione a quella che un tempo sarebbe stata considerata la principale assise di un «partito fratello»? Quello che un tempo sarebbe stato un fatto ovvio, lo è molto meno dopo l'evidente raffreddamento dei rapporti in seguito al test nucleare di inizio anno e ai lanci di missili balistici effettuati da Pyongyang che hanno portato Pechino a essere tra i più decisi promotori di pesanti sanzioni nei confronti della Corea del Nord.

Da Pechino, le fonti ufficiali, si tengono particolarmente caute. Il Global Times, un organo d'informazione legato al Partito comunista cinese, in una lunga analisi sul significato del congresso, è stato laconico: «Tutti gli analisti che il Global Times ha contattato non hanno voluto commentare sulla partecipazione della Cina al congresso».

L'ultimo congresso del Partito dei lavoratori coreani risale all'ottobre 1980. Era ancora al potere Kim Il Sung, il fondatore della Repubblica popolare democratica di Corea, esisteva ancora l'Unione sovietica e al potere c'era Leonid Breznev. A Pechino, dopo la fine della Rivoluzione culturale, era in corso una transizione complessa: Hua Guofeng aveva perso la carica di primo ministro e stava gradualmente perdendo potere incalzato dalla fazione del riformista Deng Xiaoping. La Cina, comunque, non fece mancare una consistente delegazione al Congresso guidata dal vicepresidente del Comitato centrale del Pcc Li Xiannian, il quale fece un discorso di congratulazioni.

Da allora non solo è cambiato il mondo, ma è cambiato - più recentemente - anche l'approccio di Pechino al riottoso alleato (o ex alleato). Xi Jinping, il presidente cinese, non ha mai incontrato da leader Kim Jong Un, il nipote di Kim Il Sung e terzo monarca della dinastia che regna sulla Corea del Nord. E' noto che non lo ama e quest'antipatia è accentuata dalla sordità nordcoreana alle richieste di Pechino di non esacerbare la situazione nella Penisola con test atomici e lanci di missili balistici. Kim finora non ha prestato il minimo ascolto ai paterni consigli della Cina, la quale ha dato il via libera alle sanzioni nel Consiglio di sicurezza dell'Onu e vi si è associata con una notevole solerzia.

Oggi il presidente cinese, in una conferenza con diversi ministri degli Esteri di paesi asiatici, è stato molto chiaro. «Come membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, la Cina ha applicato le relative risoluzioni del Consiglio di sicurezza pienamente e con fedeltà», ha premesso Xi, secondo quanto riferisce il Quotidiano del Popolo. «Come vicini, noi non permetteremo mai - ha continuato - la guerra o il caos nella penisola coreana, perché non è nell'interesse di nessuno. Noi ci auguriamo che tutte le parti si contengano, evitino le reciproche provocazioni e l'escalation di tensione, e facciano uno sforzo congiunto per riportare la questione nucleare sulla strada del dialogo e del negoziato il prima possibile e si muovano verso la pace e la sicurezza in Asia nordorientale».

E' la posizione tipica di Pechino: tornare rapidamente ai negoziati a sei (Usa, Russia, Cina, Giappone, Coree). La Cina, da un lato, non gradisce di ritrovarsi nel cortile di casa un vicino poco avvezzo a seguire le sue indicazioni e dotato dell'arma nucleare. Dall'altro lato, Pechino non può permettersi di assistere a un crollo del regime nordcoreano, che porterebbe a un afflusso di profughi catastrofico ed eliminerebbe un cuscinetto importante con la sfera d'influenza statunitense. In Corea del Sud e in Giappone sono presenti decine di migliaia di soldati americani.

Il «timing» delle dichiarazioni di Xi è significativo. Da giorni la Corea del Sud, anche per bocca della presidente Park Geun-hye, sostiene che Pyongyang ha completato i preparativi per un nuovo test nucleare - il quinto - e che potrebbe «premere il bottone» il qualsiasi momento. Si susseguono inoltre test missilistici, l'ultimo dei quali sarebbe avvenuto oggi, con un razzo Musudan, e sarebbe fallito. Anche la recente "offerta" del ministro degli Esteri nordcoreano Ri Su Yong di fermare i test nucleari se Usa e Corea del Sud interrompono le loro esercitazioni militari è stata interpretata come un tatticismo, anche alla luce del fatto che il Rodong Sinmun - giornale del Partito dei lavoratori coreani - ha scritto ieri un commento nel quale sostiene che, se gli Usa continueranno la loro "politica ostile", la Corea del Nord sarà costretta ad assumere contromisure. Pechino, insomma, non è affatto tranquilla. Secondo quanto ha verificato il sito NK News, che gode di un'importante rete di collaboratori sul terreno, la Cina starebbe rafforzando la sua presenza militare al confine, anche posizionando motovedette armate lungo il fiume Yalu che divide i due paesi.

In questo contesto, l'eventuale partecipazione o l'eventuale assenza di una delegazione cinese assume una certa rilevanza. L'agenzia di stampa sudcoreana Yonhap sostiene che una presenza è improbabile. «Finora - ha affermato una fonte diplomatica anonimamente - non c'è stato un invito alla Cina». Ma tutto ciò che arriva da Seoul, si sa, va preso con le pinzette.