25 giugno 2017
Aggiornato 16:00
Cosa c'è dietro l'annuncio russo del ritiro dalla Siria

Missione compiuta. Il ritiro dalla Siria è l'ennesimo colpo da maestro di Putin

L'annuncio del ritiro delle forze russe in Siria, che ha lasciato gli Usa a bocca aperta - proprio come, mesi fa, la notizia dell'intervento -, è la perfetta chiusa di un autentico capolavoro geopolitico. Che ha riportato la Russia in prima fila sulla scena internazionale

MOSCA - Anche il tempismo è stato perfetto. A poche ore dallo scoccare del quinto anniversario dell'inizio del conflitto siriano (15 marzo 2011), Vladimir Putin ha lasciato, ancora una volta, il mondo a bocca aperta, annunciando il ritiro dal Paese delle forze russe, dal momento che la missione è «nel complesso eseguita». Oltre alla tempistica da maestro, quell'annuncio ha anche avuto la capacità di lasciare di stucco, ancora una volta, gli Stati Uniti, proprio come quando, circa 7 mesi fa, il capo del Cremlino decise di scendere in campo a sostegno del regime di Bashar al Assad e contro i jihadisti dell'Isis, rimescolando totalmente le carte degli equilibri geopolitici internazionali. E così, dopo aver guidato, negli ultimi mesi, l'escalation militare con buona pace della potenza americana, oggi Putin vuole guidare la de-escalation: e non solo con la prospettiva di far avanzare le trattative di pace, ma soprattutto con quella di guidarle, assicurando a Mosca un ruolo di primo piano nell'area.

Cosa c'è dietro l'annuncio del ritiro
Certamente, sulla decisione di Putin deve aver pesato anche l'eventualità, sventolata da settimane, di un intervento di terra da parte del fronte sunnita nemico di Assad guidato dall'Arabia Saudita. Ma certamente, la questione è ben più complicata di così. Perché rimane il fatto che il messaggio politico della «missione compiuta» consente a Putin non soltanto di avere un grande ritorno di immagine, ma anche di limitare il proprio impegno, allo stesso tempo rafforzando l'influenza conquistata in questi mesi. Il tutto, sotto gli smarriti occhi degli Stati Uniti, che hanno sempre sostenuto che l'interventismo russo nella regione rendeva «più difficili gli sforzi per una transizione politica». Così facendo, l'astuto capo del Cremlino sembra aver accontentato anche gli States, ma in realtà si sta innanzitutto assicurando un posto in prima fila in una regione che l'amministrazione Obama ha lasciato sempre più «orfana» della regia americana.

Una missione quasi impossibile... ma compiuta
Certo, il nodo Assad rimane aperto. Il presidente siriano ha detto a Putin di «essere pronto a iniziare il processo politico nel Paese al più presto possibile». Inoltre, Putin e Assad hanno espresso la speranza che i negoziati a Ginevra possano produrre «effetti concreti». D'altra parte, non è ancora chiaro se il «tiranno» siriano cercherà di rimanere abbarbicato alla poltrona o se, come previsto, si farà da parte per favorire soluzioni alternative. Una cosa è certa: Assad era dato per morto, sul punto di crollare; ma l'intervento di Putin ha decisamente invertito la tendenza negativa del regime. Non solo: prima che Mosca entrasse a gamba tesa nella polveriera siriana, Assad era unanimamente additato dall'Occidente come la principale causa della tragedia siriana, nonché un orribile e sanguinario dittatore da rimuovere a qualsiasi costo, proprio come, a suo tempo, Saddam in Iraq e Gheddafi in Libia. Putin è riuscito nella missione quasi impossibile di riabilitare (in parte) la sua figura agli occhi del mondo, spostando l'attenzione sul pericolo incarnato dall'Isis e da quei gruppi jihadisti che il maldestro tentativo americano di sostenere i ribelli ha finito per rafforzare.

La degna chiusa del capolavoro
Quel che è certo, è che in Siria rimarranno operativi i nuclei di forze speciali e alcuni armamenti strategici russi che dovranno tenere a bada i turchi; così come resteranno le basi navali, e dunque tutta la «struttura importante». Nel frattempo, Putin potrà giocarsi, in Russia come all'estero, la carta del «successo», della «missione compiuta», con buona pace degli Usa che, all'indomani dall'intervento di Mosca, profetizzavano un rapido ed esplosivo insuccesso per il Cremlino. Invece, Putin è riuscito a riportare il suo Paese sulla scena internazionale, nonostante il tentativo occidentale di isolarlo a seguito della crisi ucraina. Il presidente russo ha avuto l'astuzia di insinuarsi nelle falle della strategia americana in Medio Oriente e di porre le basi per un forte revanscismo. L'annuncio di ieri non è che il coronamento di questo capolavoro. Perché la capacità di ritagliarsi un posto di primo piano nonostante il biasimo degli Usa, di guidare l'escalation, quindi di negoziare con il «nemico» americano una via d'uscita, e oggi di guidarla, rappresenta - neanche a dirlo - un enorme rafforzamento dello status politico e diplomatico di Mosca sullo scenario globale. Nonché la dimostrazione - almeno nelle intenzioni di Putin - che il vecchio ordine mondiale dominato dall'unica superpotenza Usa è ormai solo un ricordo. Missione compiuta, appunto.