22 febbraio 2020
Aggiornato 16:00
Ankara pronta a intervenire in Siria?

Erdogan in Siria scatenerà la terza guerra mondiale

L'accordo per il cessate il fuoco raggiunto tra Obama e Putin in Siria non garantisce la pace nella regione. Soprattutto perché il sultano Erdogan starebbe seriamente considerando un suo intervento militare. Che potrebbe causare conseguenze davvero apocalittiche

ANKARA - Un barlume di speranza si è riacceso, per la Siria, la scorsa notte, con l'annuncio di un accordo per il cessate il fuoco tra Usa e Russia che dovrà entrare in vigore il prossimo 27 febbraio. «Questa è un'opportunità reale per fermare lo spargimento di sangue», ha commentato il presidente russo Vladimir Putin dopo averne parlato al telefono con il leader Usa Barack Obama. Il presidente Usa, dal canto suo, ha dichiarato che è giunto il momento di «alleviare la sofferenza del popolo siriano, galvanizzare il processo politico a guida Onu e concentrarsi sulla sconfitta dell'Isis». Eppure, non è detto che questa iniziativa, pur importante, darà gli effetti sperati. Perché la Siria è teatro di una Terza Guerra Mondiale in miniatura, e Mosca e Washington non sono gli unici attori coinvolti. Non è un caso che l'Arabia Saudita abbia manifestato una certa freddezza di fronte a questo accordo: e, insieme ai sauditi, bisognerebbe chiedersi cosa ne pensi Tayyp Recep Erdogan.

Le ragioni dell'intervento turco
Perché l'intervento russo in Siria ha realizzato uno dei peggiori scenari per la Turchia: Bashar al Assad, dopo mesi di sconfitte, è tornato a guadagnare terreno rispetto ai ribelli, grazie all'aiuto di Iran e Russia; le milizie curde hanno di fatto reciso il corridoio che legava la Turchia alle aree di Aleppo controllate dall'opposizione, sostenuta da Erdogan; e il Pkk siriano ne sta uscendo notevolmente rafforzato a Ovest dell'Eufrate. Inutile dire che, per Ankara, il combinato disposto di queste tre condizioni è a dir poco esplosivo: l'odiato regime sciita in avanzata da un lato, gli ambiziosi curdi sempre più forti dall'altro. E dopo il 17 febbraio, giorno dell'ultimo attentato che ha sconvolto la Turchia, la tensione è schizzata alle stelle: perché l'attentatore era un rifugiato siriano membro delle Ypg. Uno dei leader del Pkk, Cemil Bayık, non a caso ha parlato di «possibile ritorsione» contro la politica dell’Akp, partito di Erdogan, nella regione curda, non rivendicando l’attentato ma tradendo una certa soddisfazione per l’accaduto.

Il nodo Usa
Oltretutto, Ankara sembra aver trovato nell'Arabia Saudita un alleato sollecito e pronto a condividere obiettivi. Non a caso, lo scorso 11 febbraio il sottosegretario alla Difesa saudita Ahmed Asiri ha annunciato che Riad potrebbe realizzare operazioni di terra nel Paese tra marzo e aprile. Turchi e sauditi condividono un obiettivo di fondo: la rimozione dell'odiato Assad. Infatti, il 13 febbraio Ankara e Riad hanno raggiunto un accordo per il dispiegamento di aerei da guerra sauditi nella base di İncirlik. Tutto è pronto, insomma? Non proprio. Perché Erdogan rimane pur sempre un membro della Nato, e l'intervento turco resta vincolato al beneplacito degli Stati Uniti. Questo complica la situazione, perché, soprattutto dopo la firma del cessate il fuoco, sembra improbabile che Barack Obama darà il via libera ad Erdogan, con il rischio, peraltro, di innervosire i russi. «Che dovremmo fare? Entrare in guerra con la Russia?», ha commentato laconicamente il segretario di Stato John Kerry qualche giorno fa.

Devastanti conseguenze
Rimane pur sempre l'eventualità che Ankara decida di intervenire al di là del consenso americano. Del resto, la questione siriana gli pone una questione di sopravvivenza per tre ragioni. Primo: il flusso di rifugiati che, da quando la Russia è intervenuta nel conflitto, si sta rovesciando sul confine turco. Un problema tutt'altro che modesto, visto che nel frattempo la Turchia ha firmato un accordo a nove zeri con l'Ue in cui si impegna a fermare l'ondata di rifugiati entro i suoi confini. Secondo: l'avanzata sciita, che ha definitivamente reciso il corridoio che connetteva la Turchia alle aree di Aleppo controllate dai ribelli sostenuti da Ankara. E un'eventuale caduta di Aleppo porterebbe al collasso di tutta l'area di influenza neo-ottomana fondamentale per la Turchia. Terzo: il rafforzamento dei curdi siriani, che, attraverso la guerra in Siria, stanno recuperando le proprie grandi ambizioni di costruzione di uno stato curdo. Ambizioni che Erdogan, ovviamente, non ha alcuna intenzione di sostenere. Ma un intervento militare turco in Siria potrebbe essere il preludio di un vero e proprio mostro bellico: un temutissimo scontro tra Mosca e Ankara che finirebbe per innescare quella terza guerra mondiale recentemente evocata dal primo ministro russo Medvedev. E qui, lo scenario si fa dei peggiori per tutti noi.