22 settembre 2019
Aggiornato 01:00
2016, un anno fondamentale

Le 3 scadenze che decideranno l'esito della «guerra fredda» tra Putin e l'Occidente

Il 2016 sarà un anno per certi versi decisivo per i rapporti tra Mosca e l'Occidente. Perché 3 importanti appuntamenti (il vertice Nato a Varsavia, la scadenza delle sanzioni Ue, le elezioni americane) potrebbero cambiare il corso della storia. Oppure no

MOSCA - E' difficile che i media occidentali consacrino i successi della Russia, ma, di fronte a certe evidenze, qualche volta succede. E' accaduto con l'Independent, che nelle scorse ore, dopo l'accordo siglato a Monaco, ha ammesso: «Quando la Russia è entrata nel conflitto siriano 4 mesi fa, i critici avevano predetto che se ne sarebbe pentita, ma al contrario è diventata una forza centrale nel determinare come finirà la guerra». Che Vladimir Putin, con quell'intervento militare, abbia giocato il proprio asso nella manica è fuor di dubbio. E proprio la Siria è stata al centro, ieri, di un colloquio telefonico tra Putin e Obama, in cui i due leader avrebbero concordato di intensificare la cooperazione tra le rispettive agenzie ed altre strutture per implementare la dichiarazione di cessate il fuoco del Gruppo Internazionale di Supporto sulla Siria. Non è affatto la prima volta che si parla di cooperazione tra Mosca e Washington. La verità, però, è che le due potenze hanno continuato a mantenere obiettivi ed interessi non solo non sovrapponibili, ma in parte addirittura confliggenti, dentro e fuori la Siria. E questo non è il miglior presupposto per cooperare.

I 3 appuntamenti decisivi
Ad ogni modo, questo 2016 sarà un anno decisivo per determinare quali saranno i rapporti futuri tra Mosca e l'Occidente. Le due scadenze fondamentali sono infatti il vertice Nato di Varsavia l'8-9 luglio, e il rinnovo delle sanzioni Ue, in scadenza il 31 luglio. Altra deadline a cui, dal Cremlino, si guarda con particolare interesse è il cambio della guardia alla Casa Bianca. Appuntamenti distinti tra loro, ma evidentemente legati l'uno all'altro. In sottofondo, naturalmente, rimangono i negoziati sulla crisi siriana, dove fino ad ora ha prevalso la linea di Mosca, consacrandone il ritorno sulla ribalta della scena internazionale. Con buona pace degli avversari.

Il destino della guerra fredda
E non è un caso che, in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il primo ministro russo Dmitri Medvedev, in quella situazione «portavoce» di Putin, abbia aperto il suo intervento con due parole che hanno fatto raggelare il sangue nelle vene dell'uditorio: «guerra fredda».  Quella del premier non era una minaccia: semmai, un avvertimento. Un avvertimento su come, ad oggi, sia ancora possibile evitare di ripiombare nel mondo frantumato in due dalla cortina di ferro di trent'anni fa. L'apertura di Mosca su Ucraina e Siria era in effetti tangibile, tanto che, alla fine del discorso, Medvedev ha citato il presidente Kennedy. Ma la questione è tutt'altro che scontata.

L'espansionismo della Nato
Perché mai - se non ai tempi della guerra fredda, appunto - come oggi la Nato si è dotata di infrastrutture aggressive e ha allargato la sua area di influenza: sul tavolo, ad esempio, l'entrata del Montenegro nell'Alleanza atlantica. E questo continuo espansionismo manda un messaggio chiaro alla Russia: un messaggio tutt'altro che di pace. Così, l'escalation è servita su un piatto d'argento. Il punto di non ritorno è stato il conflitto in Georgia, che ha provocato una forte tensione nelle relazioni tra l’Alleanza e Mosca, soprattutto in seguito all’attacco della città di Gori supportato dalla Russia. Di fondo, però, a scontrarsi sono due concezioni molto differenti: una visione più strettamente legata alla «geopolitca», e dunque alle concrete minacce regionali da parte di Mosca, e la strategia decisamente più «globale» della Nato, che tende a voler estendere la propria sfera di influenza anche a realtà apparentemente molto distanti. Una strategia che, agli occhi di Mosca, non può che apparire un vero e proprio atto di aggressione.

Sanzioni o non sanzioni?
La crisi ucraina non ha fatto altro che peggiorare i rapporti della Russia con l'Alleanza Atlantica e con l'Occidente in generale, che ha deciso di ricorrere a pesanti sanzioni economiche nel tentativo (fallito) di isolare il nemico al di là della nuova cortina di ferro. La decisione dell'Ue sul rinnovo delle sanzioni sarà fondamentale: anche perché in questi anni si è aperto un largo fronte di «scettici», tra coloro che sospettano che quella linea «dura», oltre ad essere inefficace, sia pure controproducente. E se l'ultimo tentativo dell'Italia di rimettere in discussione tale politica non è andato a buon fine, non è detto che la prospettiva dell'appuntamento del 31 luglio non rianimi il dibattito e conduca, infine, al colpo di scena. Scenario peraltro agognatissimo dalla Russia, che deve fare i conti con i dolorosi effetti della crisi economica. 

Il nuovo inquilino della Casa Bianca
E poi ci sono le presidenziali americane. Perché tra Putin e Obama, inutile dirlo, non scorre buon sangue. E finché sarà lui l'inquilino della Casa Bianca, sarà improbabile assistere a un netto miglioramento dei rapporti con il gigante russo. Gli spiragli aperti dall'una e dall'altra parte - rispetto alla totale chiusura del 2014 - ci sono; eppure, i segnali non sono confortanti. Così, il cambio di guardia a Washington è un appuntamento particolarmente atteso: anche perché tra i candidati c'è anche chi, come la stessa Hillary Clinton, pare disposto a lavorare per un nuovo «reset» con la Russia. Per non parlare di Donald Trump, che non ha mai fatto mistero sulle sue «simpatie» per Putin. D'altra parte, c'è anche chi, come il repubblicano Ben Carson, non escluderebbe una vera e propria guerra con Mosca. Gli scenari, insomma, sono decisamente vari. E per capire se si tratterà di gelo o disgelo, non rimane che attendere.