20 novembre 2019
Aggiornato 16:00
Vacanza di potere potrebbe diventare insostenibile

Dopo Barcellona, Madrid alla ricerca di un governo

Il premier uscente, Mariano Rajoy, reclama il diritto di formare un governo, ma attualmente non ha alcun partner e la sua carta migliore sarebbe una «grande coalizione» con il partito socialista, in cambio di concessioni non è chiaro quanto generose e sincere in materia di riforme costituzionali.

MADRID - La nascita all'ultimo minuto di un governo indipendentista catalano a Barcellona sposta la luce dei riflettori su Madrid, dove la vacanza di potere potrebbe essere diventata insostenibile per i partiti nazionali costretti a cercare una soluzione a un difficilissimo puzzle parlamentare senza precedenti nella storia recente.

Il frastagliato - e inedito - panorama «all'italiana» uscito dalle urne non sembrava infatti preoccupare più di tanto, dal momento che la crisi più impellente, quella catalana, mancava di un interlocutore: anzi, il probabile fallimento delle trattative politiche a Barcellona, con la conseguente ripetizione del voto, avrebbe dato come minimo qualche mese di respiro, con la speranza che le urne punissero dei movimenti indipendentisti incapaci persino di darsi un proprio governo.

In questo scenario, sarebbe stato possibile ricorrere di nuovo alle urne anche a livello nazionale, sperando che il responso fornisse delle possibilità di coalizione meno complicate, se non delle maggioranza assolute. Il travagliato parto di Barcellona tuttavia cambia totalmente la situazione: sul tavolo negoziale catalano si è seduto uno dei partner, la cui sedia non sarà stabilissima ma che aspetta ora che si apra un vero confronto.

Con chi, rimane tutto da vedere. Il premier uscente, Mariano Rajoy, reclama il diritto di formare un governo data la maggioranza relativa conquistata alle urne, ma attualmente non ha alcun partner e la sua carta migliore sarebbe una «grande coalizione» con il partito socialista, in cambio di concessioni non è chiaro quanto generose e sincere in materia di riforme costituzionali.

Per i conservatori l'alternativa è un'alleanza con i rivali di Ciudadanos, ma sempre con la necessità di un'astensione socialista per non correre il rischio di una maggioranza negativa che ne bocci la fiducia. Tuttavia, ne C's né il Psoe - per non parlare di Podemos - sembrano avere alcuna intenzione non solo di un'alleanza o di un appoggio esterno, me neppure di una benevola astensione che permetta la nascita di un esecutivo di minoranza: «Se la Moncloa (la sede del governo, ndr) restasse nelle stesse mani, la situazione di stallo in Catalogna non farà che peggiorare», ha avvertito il leader socialista Pedro Sanchez.

In sostanza Rajoy attualmente non ha i numeri: li avrebbe una coalizione che metta insieme le altre tre principali forze in campo, in uno scenario di tipo «portoghese»; un paragone con il vicino occidentale che presenta molte similarità - soprattutto da parte socialista - ma anche elementi di differenza fondamentale.

Sanchez ha infatti lo stesso problema del collega lusitano Antonio Costa: il partito è contro di lui, un congresso incombe e la sola speranza di sopravvivere politicamente passa per un incarico di governo. Sanchez doveva infatti essere un leader di transizione, e molti «baroni» del Psoe davano per scontato che non si sarebbe neanche candidato alla guida dell'esecutivo; il risultato elettorale - meno nefasto del previsto ma sempre il peggiore dal 1982 ad oggi - non ha certo rafforzato la sua posizione.

La differenza sostanziale è che Costa ha potuto vincere - almeno per ora - la sua scommessa appoggiandosi alla sinistra radicale, ma a Sanchez (non a caso recatosi in visita a Lisbona nei giorni scorsi) questa possibilità appare preclusa: un'alleanza con Podemos è insufficiente a meno che C's non accetti anche in questo caso di astenersi, e viste le divergenze con i populisti rivali proprio per quel che riguarda la questione catalana ciò appare improbabile.

Per lo stesso motivo, il «tripartito» più volte avanzato da Sanchez con Podemos e C's appare alquanto inverosimile, a meno che la formazione di Pablo Iglesias, per quanto contrario all'indipendenza, non rinunci alla celebrazione di un referendum catalano. A complicare le cose tuttavia è il fatto che le quattro diverse liste collegate a Podemos hanno chiesto dei gruppi parlamentari separati, il che non depone a favore di una linea unitaria - specie da parte della branca catalana, En Comù Podem, che vuole consolidare i voti conquistati alle politiche a danno sostanzialmente proprio dei socialisti.

Tra l'incudine della Catalogna - anche della crisi economica e delle politiche di austerità - e il martello dell'aritmetica parlamentare dunque per i partiti spagnoli inizia un mese febbrile, all'insegna della necessità assoluta di un compromesso. La soluzione di un nuovo ricorso alle urne potrebbe infatti farsi insostenibile specie se l'esecutivo indipendentista cercasse di approfittare del vuoto di potere per avanzare di qualche altro passo lungo la strada parlamentare che porta all'indipendenza, se non altro per consolidare la propria forza negoziale quando - e se - dall'altra parte del tavolo finirà per sedersi qualcuno.

(con fonte Askanews)