9 dicembre 2019
Aggiornato 14:30

Ecco perché in Portogallo «ha vinto» l'austerity (e l'astensione)

Dopo la crisi e quattro anni di austerity, ci si sarebbe potuti aspettare che, come in Grecia e in Spagna, gli elettori cercassero il «cambiamento». Invece, i portoghesi hanno fatto una scelta diversa. Eccone le ragioni

LISBONA – Alla fine il centrodestra di Pedro Passos Coelho ce l’ha fatta. L’ha spuntata con una maggioranza risicata, amputata di quella assoluta necessaria per governare, ma il risultato è già degno di nota. Perché non era affatto scontato che un Paese come il Portogallo, dopo quattro anni di austerity imposta dalla Troika e fedelmente applicata dall’esecutivo, decidesse di riconfermare quest’ultimo. Se anche da un anno a questa parte Lisbona non è più commissariata da Fmi-Ue-Bce, le misure applicate non sono affatto un ricordo lontano. Stipendi tagliati, welfare all’osso, privatizzazioni, investimenti rimandati a data da destinarsi. Un portoghese su cinque vive sotto la soglia della povertà, le mense della Caritas rimangono affollate e frequentate anche da professionisti della classe media. Ci si sarebbe potuti aspettare, dunque, che il Portogallo, dopo la Grecia e la Spagna, sarebbe stato il terzo Paese del Sud Europa a manifestare il suo dissenso attraverso le urne. Eppure, pare proprio che le esperienze di Syriza e Podemos rimarranno per ora un unicum in Europa.

Il non trionfo del centrodestra
Intendiamoci: il voto dei portoghesi non ha segnato un trionfo per il centrodestra; tutt’altro. La coalizione uscente ha infatti ottenuto il 38,6% dei voti, contro il 32,4% del Partito socialista dell'ex sindaco di Lisbona Antonio Costa. Alle precedenti elezioni del 2011, la destra aveva raccolto il 50,4% dei suffragi. Il sostegno a Coelho è dunque sceso sensibilmente, e il partito dell’astensione è stato l’assoluto vincitore, arrivando al 43%. Inoltre, il Blocco di sinistra, sostenuto dalla greca Syriza, ha realizzato ieri il migliore risultato mai ottenuto, con il 10,2% delle preferenze e 19 deputati, dagli 8 che aveva in precedenza, addirittura superando il Partito comunista. Questi dati costituiscono le cicatrici più evidenti degli ultimi quattro anni di austerità. Eppure, diversamente che in Grecia, il Portogallo non ha scelto di «lottare». E’ questione di rassegnazione? Non del tutto. Tra il 2011 e il 2013 il Paese sembrava aver raggiunto un punto di svolta, in cui tutto sarebbe potuto cambiare. Nel 2013 le politiche di austerità avevano toccato l’apice, i consumi erano in discesa e il deficit ancora ben al di sopra del 3%. La crisi economica si fece politica, con le dimissioni di Portas, ministro degli Esteri e capo di una delle due formazioni componenti dell’esecutivo (Cds-Pp), e la maggioranza di Coelho crollò. Alla fine, però, le dimissioni del premier tanto annunciate furono ritirate, e la crisi rientrò. Sempre nel 2013, la Corte costituzionale dichiarò illegittime le più dure misure di austerità: pensionati e lavoratori pubblici ripresero a respirare, e con loro la destra.

Quante diversità con Madrid e Atene...
A tutto ciò si aggiunga il crollo dello spread rispetto ai Bund tedeschi: un «successo» dovuto principalmente al piano di acquisto di Bond varato nell’autunno del 2012 dalla Bce; ma la percezione fu che la «risalita» era iniziata. Così, quando tutto sarebbe potuto cambiare, nulla è cambiato. Il centrodestra è riuscito a mostrarsi come l’unica formazione in grado di preservare la «stabilità» politico-economica del Paese, potendo peraltro vantare qualche dato positivo sul proprio curriculum: cre­scita del Pil, delle espor­ta­zioni e della pro­du­zione indu­striale. Nessun partito anti-austerity è stato in grado di catalizzare i consensi dei delusi, mentre i tre partiti più a «sinistra» non sono riusciti a creare un progetto unitario. Del resto, il sopraggiungere della crisi in Portogallo è stato per certi versi meno «scioccante» che in Grecia e in Spagna: perché questi ultimi due Paesi, quando nel 2008 scoppiò la «bomba», erano reduci da una crescita economica esponenziale, rivelatasi una chimera; a Lisbona, invece, la catastrofe mondiale non fece altro che peggiorare la stagnazione, già presente da tempo. Il «colpo», dunque, fu più attutito, e prestò meno il fianco alla nascita di formazioni alternative ai partiti tradizionali. C’è da aggiungere che due dei soggetti politici più di sinistra, Be e Pcp, preesistevano alla crisi, e, in qualche modo, sono ritenuti corresponsabili dall’opinione pubblica dell’entrata della Troika.

Lisbona falco dell'austerity
Oltretutto, il paragone tra la crisi greca e quella portoghese è spesso malposto. L’ingresso della Troika a Lisbona non è mai stato percepito come una violazione della sovranità nazionale come nel caso greco. Secondo uno stu­dio pub­bli­cato recen­te­mente da una ricer­ca­trice in scienza poli­tica all’Università Nova di Lisbona, il rap­porto tra la Troika e il Por­to­gallo sarebbe stato tutt’altro che impron­tato alla sud­di­tanza: anzi, ci sarebbe stato tra i due un sostan­ziale accordo su ciò che fosse neces­sa­rio fare per «met­tere i conti a posto». Non a caso, nei negoziati con la Grecia, Lisbona ha giocato il ruolo del «falco».

Il fallimento dei socialisti (e non solo in Portogallo)
Soprattutto, però come in parte accaduto anche in Gran Bretagna, queste elezioni hanno segnato il fallimento dei socialisti, che sembrano progressivamente allontanarsi dalla propria fetta di elettorato, di cui non rappresentano più le istanze. Il centrodestra di Coelho ha dunque avuto vita facile nel rintuzzare il timore dei portoghesi di «tornare indietro» votando per la sinistra. Del resto, è stato il predecessore di Coelho, il socialista Socrates, a condurre il Paese nel «baratro» del salvataggio da 78 miliardi della Troika nel 2011. Oltretutto, Socrates è stato anche accusato di corruzione e ha trascorso 9 mesi in carcere: tutti «precedenti» costati carissimi al Ps e al suo nuovo leader Costa. Così, il centrodestra ha avuto una vittoria in «negativo»: ha vinto perché, di fatto, hanno perso tutti gli altri. Con grande sollievo per Bruxelles.