14 maggio 2021
Aggiornato 02:00
Fotografia di un continente disunito e timoroso

Frantumi d’Europa. Tutti i muri che la dividono

Era dalla Guerra Fredda che il Vecchio Continente non era tanto diviso da barriere fisiche, separandolo al suo interno e isolandolo dall'esterno. Immagine impietosa di come sta finendo il vecchio sogno degli Stati Uniti d'Europa

BRUXELLES – 4 metri di altezza e 175 chilometri di lunghezza: queste, le dimensioni del muro che ormai divide l’Ungheria dalla vicina Serbia. Mantenendo la sua promessa, Viktor Orban ha contribuito a rendere l’Europa divisa come mai dalla fine della Guerra Fredda. Perché l’Ungheria non è il primo né l’unico Stato europeo ad aver deciso di fortificare i propri confini, principalmente per contrastare i flussi migratori. Il risultato che salta agli occhi, però, è ben esemplificativo della condizione del nostro Vecchio Continente: profondamente disunito al suo interno e timoroso verso l’esterno. La peggior sconfitta per chi sognava gli Stati Uniti d’Europa.

In principio fu Ceuta e Melilla
Il «progenitore» dei muri oggi in costruzione è quello di Ceuta e Melilla, che negli anni ’90 ha fortificato i confini delle due enclavi spagnole in Marocco. Si tratta di barriere lunghe 8,2 km a Ceuta e 12 a Melilla, alte fino a 7 metri e corredate di telecamere di sorveglianza. Nel 1999, grazie ai contributi dell’Unione europea, è stata eretta una nuova barriera, più alta e robusta. Il costo totale dell’infrastruttura è stato di 30 milioni di euro. In quanto al muro di Asotthalom, al confine serbo-ungherese, è oggi in ottima compagnia. In Macedonia, al confine con la Grecia, vi è un pre-muro, presidiato dai militari. Nonostante i controlli, vi transitano circa 3000 persone al giorno in direzione della Serbia. Costruito originariamente per arginare l’arrivo di kosovari, è ora una «difesa» anche contro i siriani. Sempre in area balcanica, c’è la barriera che la Bulgaria sta erigendo al confine turco, che raggiungerà i 160 km. Un muro significativo: dopo aver abbattuto le barriere di epoca sovietica che servivano per tenere il popolo entro i confini nazionali, oggi Sofia ne erige di nuove per bloccare gli ingressi stranieri. Ancora, in Kosovo, un muro di macerie «spacca in due» la città di Mitrovica, per dividere serbi e albanesi che si spartiscono nord e sud.

Dalla Grecia a Calais
Non  è finita: uno steccato divide l’Europa dal resto del mondo in prossimità del confine tra la città greca Nea Vyssa e la turca Edirne, costituito di 12 chilometri di barriere e filo spinato. Iniziato nel 2012, è costato alla Grecia 3 milioni di euro. Vi è poi il muro di Belfast, nell’Irlanda del Nord, lungo 13 km e costruito, tra gli anni ’60 egli anni ’90, per dividere la comunità cattolica da quella protestante. Presto, un nuovo muro si aggiungerà ai precedenti: quello che la Gran Bretagna sta edificando in corrispondenza di Calais, in virtù di un accordo con Parigi da 15 milioni di euro. La palizzata bloccherà l’accesso in terra britannica ai migranti somali, sudanesi ed eritrei che tentano di raggiungerla. Non si dimentichi, poi, la fortificazione dei confini realizzata lo scorso anno dall’Ucraina per separarla dalla Russia. Insomma: la fotografia che ne deriva è impietosa: un’Europa divisa da nord a sud, timorosa del vicino e del lontano, dell’intra-europeo e dell’extra-europeo.

Una «moda» mondiale
Ma quella dei muri non è una «moda» esclusivamente nostrana. Dalla caduta del muro di Berlino, circa 40 Paesi hanno costruito barriere da opporre a 64 loro vicini. Più di 30 casi si sono registrati dopo l’11 settembre, 15 dei quali proprio quest’anno. Le guerre in Medio Oriente e l’alto afflusso di profughi hanno spinto molti Stati a fortificare i propri confini. In qualche caso, i progetti sono estremamente ambiziosi: nel 2013 il Brasile annunciò di volersi chiudere entro un muro «virtuale», monitorato di droni e satelliti, per circa 15mila km. I lavori sono cominciati, ma molte parti del suo confine si addentrano nella foresta pluviale, e rimangono pertanto impossibile da monitorare. Insomma: l’Europa non è sola; ma particolarmente per l’Europa, i muri che continuamente sorgono hanno un aspetto ancora più triste: forse, perché sanciscono il fallimento di un sogno.