5 aprile 2020
Aggiornato 02:30
Una provocazione, ma non troppo

Italcementi e gli altri. Come Berlino si compra l’Italia (prima che l’euro imploda)

Italcementi è solo l'ultimo fiore del made in Italy finito nelle mani tedesche. C'è chi azzarda che la Merkel avrebbe in mente un piano, per mettere le mani sui competitor dei grandi gruppi teutonici prima che l'euro crolli e l'Italia possa praticare svalutazioni competitive...Fantapolitica?

BERLINO – Solo nei primi dieci mesi del 2014, eravamo a quota 18: 18, i fiori all’occhiello del made in Italy finiti nelle mani di Berlino. Si ricordino le motociclette MV Agusta, comprate da Mercedes a fine ottobre 2014, ma anche la trevigiana Happy Fit acquisita da McFit, catena tedesca del fitness leader in Europa; e ancora, la bergamasca Clay Paky, campione mondiale delle luci usate nei grandi eventi, passata al colosso Osram; la bolognese Egs, specializzata in protesi digitali e 3D, rilevata Heraeus Kulzer; o la multinazionale Wika, miscelatori di pressione, che ha inglobato la milanese Ettore Cella, da anni suo fornitore, specializzata in termostati per l’industria chimica e Oil&Gas. L’ultimo punto messo a segno da Angela Merkel è stato Italcementi, ceduto a sorpresa per oltre 1,6 miliardi a Heidelberg per creare il primo gruppo mondiale negli aggregati, il secondo nel cemento e il terzo nel calcestruzzo.

Francia in pole position, ma anche Berlino non scherza
Dall’inizio della crisi, gli «investimenti» stranieri nel Belpaese si sono moltiplicati. Se guardiamo alle classifiche, la Germania, in quanto a numero di acquisizioni, è superata ampiamente dai francesi che hanno mirato con sistematicità al nostro settore alimentare (Parmalat, Galbani, Eridania), al lusso (Bulgari, Gucci, Bottega Veneta, Pomellato, Loro Piana) e all’energia (Edison). Eppure, l’espansionismo tedesco non è da sottovalutare, poiché risponde a una precisa strategia. Berlino, cioè, punta direttamente all fiore del made in Italy, a quella piccola media-impresa con buoni prodotti e tecnologia inserita nelle filiere internazionali che la crisi rende sempre più esposta a operazioni ostili. Non a caso, secondo Kpmg, dal 2010 a oggi il 55% delle circa 50 operazioni «Germania su Italia» ha riguardato il settore industriale.

Il «piano» di Berlino
Come interpretare quanto sta accadendo? Già nel febbraio 2014, il Financial Times aveva pubblicato un’inchiesta che fece molto discutere, a proposito dello shopping tedesco strategico in corso nelle zone di crisi: Marcel Fratzscher, capo dell’Istituto economico DIW, parlava apertamente di «Ide in saldo», a fronte del particolare focus dei tedeschi «sulla cosiddetta zona di crisi, dove possono venire in aiuto delle medie imprese italiane che spesso devono lottare per ottenere l'accesso al credito...». Peraltro, Berlino vede nelle nostre Pmi non solo clienti, fornitori o distributori, ma anche rivali industriali e commerciali. Di fronte a tale panorama, c’è anche chi azzarda che la Germania stia cercando di acquisire nel Belpaese e non solo i competitor delle proprie grandi aziende, non tanto per investire, quanto per eliminare gli avversari più temuti. Il motivo? Berlino, avendo ormai realizzato che l’euro è destinato a implodere, starebbe cercando di comprare ora le aziende che le fanno concorrenza, soprattutto nella manifattura e nel suo settore di elezione, quello primario. Il fine sarebbe quello di evitare che la svalutazione competitiva di un’Italia fuori dall’euro possa spiazzare i suoi giganti nazionali. Fantapolitica? Forse. Ma in tutto questo, non si arresta la svendita del meglio del made in Italy, sospinta dalla totale incapacità della nostra classe politica di salvaguardare e valorizzare quelli che dovrebbero essere i fiori all’occhiello dell’economia del Belpaese. Tutte «chicche» che finiscono sui piatti d’argento della Merkel (e non solo).

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