19 luglio 2019
Aggiornato 09:30
Tremonti scrive a Varoufakis e cita Camus

L’Europa è un dinosauro sulla strada dell’estinzione

Che cos'è rimasto di quel «pluralismo» che il filosofo Albert Camus riconosceva come la più grande ricchezza dell'Europa? Che cosa della «ragione», grande conquista europea? Scrivendo a Varoufakis, Tremonti ha detto la sua in proposito. Di certo, all'Europa «tedesca» di oggi si prospetta un futuro poco roseo...

BRUXELLES«La civiltà europea è prima di tutto una civiltà pluralista. [...] La dialettica europea è quella che non approda a una sorta di ideologia che sia totalitaria, né ortodossa. Questo pluralismo che è sempre stato alla base della nozione europea di libertà mi sembra l'apporto più grande della nostra civiltà». A parlare era il grande filosofo e saggista francese Albert Camus, il 28 aprile 1955, per una bizzarra coincidenza proprio da Atene. Oggi, il «pluralismo» che egli vedeva quale la principale ricchezza del Vecchio Continente è diventato più che altro un bieco individualismo: mai come oggi l’Europa pare divisa tra nord e sud; mai come oggi pare nauseata da se stessa.

La ragione offesa
A citare, di recente, la profetica conferenza di Camus è stato l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, in una lettera aperta scritta con il professore emerito di Politica economia Paolo Salvona, e indirizzata all’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis. Se nel 1955 – ha scritto Tremonti – era la forza della ragione, più ancora della dignità umana, il cardine su cui il «dinosauro europeo» si fondava, oggi siamo esattamente nella situazione inversa: la dignità umana è un valore ovunque apprezzato, sebbene letteralmente sfidato dalle crisi economica e migratoria; ma è la forza della ragione che sembra non progredire più: e quanto è accaduto in questi ultimi anni in Grecia – che della «ragione» può considerarsi la culla – ne è la prova più palese.

Si è unito ciò che non si sarebbe dovuto unire (e viceversa)
Per Tremonti, l’allargamento dell’Europa, la globalizzazione, la crisi, l’euro hanno messo il Vecchio Continente a dura prova. Paradossalmente, è stato lo stesso progetto di unione – che avrebbe dovuto rendere l’Europa più forte e più ricca – a rivelarne la debolezza. Non abbiamo, dunque, bisogno di «più unione». Il vero problema è che non è mai stato unito ciò che si sarebbe dovuto unire (come la difesa), mentre ciò che sarebbe dovuto rimanere diviso è stato livellato indiscriminatamente: Tremonti cita come esempio la taglia dei vegetali, ma, secondo molti, si potrebbe dire lo stesso della moneta unica.

Il frigorifero tedesco e quello degli altri
Più di sessant’anni fa, Camus scriveva che l’Europa non era minacciata da nessuno, se non da se stessa. Oggi più che mai, questa considerazione pare fondata. Nel momento in cui l’Europa a guida tedesca ha imposto alla Grecia l’ennesimo piano che avrebbe fatto sprofondare il Paese nella crisi, si stava comportando da kamikaze. Perché quelle condizioni, tanto devastanti per Atene, hanno sancito di fatto la morte dell’Europa stessa, almeno nella sua idea originaria. Una morte dolorosa, che sta avvenendo oggi per la medesima malattia che Camus aveva diagnosticato dieci anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale: «la nostra civiltà» – scriveva il filosofo – «è minacciata[...] nella misura in cui l'essere umano, che eravamo riusciti a mettere al centro della nostra riflessione, ora è umiliato un po' dovunque». Da quando al centro dell’Europa non è stato più collocato il cittadino (come sarebbe dovuto essere nei progetti originari), ma i conti pubblici, i mercati, l’economia e la finanza, il «dinosauro europeo» si è avviato sulla strada dell’estinzione. Già ai tempi di Camus, esisteva «un'Europa borghese e individualista», «che pensa al proprio frigorifero». Oggi, pare che il frigorifero da riempire sia quello tedesco e di altri pochi eletti, pure a costo di svuotare quelli di mezzo continente. L’estinzione di una simile Europa – nel pensiero di molti – è quasi un augurio.