12 novembre 2019
Aggiornato 21:30
Attivismo sul web, nessun risultato al di là dello schermo

365 giorni di #BringBackourGirls

Trascorso un anno dal rapimento delle 219 studentesse nigeriane, le uniche tracce che di loro rimangono sono quelle lasciate dalla martellante campagna online #BringBackourGirls. Abbiamo visto politici, star, attori farsi testimonial della campagna (quanto, poi, autenticamente?). Ma, al di là dello schermo, si è fatto abbastanza?

ABUJA (Nigeria) - Sono passati 365 lunghi giorni, da quando 219 studentesse nigeriane sono state rapite dai loro banchi di scuola dai terroristi di Boko Haram. Oggi, un anno dopo, è tempo di ricordi, memorie e celebrazioni, ma nessuna buona notizia è giunta a dissipare l'orrore. Orrore, se possibile, anche aumentato dopo che Amnesty International ha diffuso cifre spaventose: dall’inizio del 2014, Boko Haram ha sequestrato in Nigeria almeno 2mila donne, tra le quali molte ragazze.

#BringBackourGirls: l'hasthag virale sul web
Eppure, la vicenda ha smosso molte coscienze, al punto da diventare nel giro di pochi giorni un tormentone online. L'hashtag #BringBackourGirls è divenuto virale, prontamente condiviso e ritwittato dalle star più sotto i riflettori e dai politici più influenti. La fotografia di Michelle Obama, volto contrito, che regge un foglio con impressa l'ormai famosa «filastrocca» e ha fatto il giro del web e non solo. Da lì, la vicenda è stata ripresa più e più volte: attrici e attori, personaggi della tv nazionale e internazionale, cantanti, artisti hanno fatto a gara a mostrare la propria solidarietà sul web.

Verità o ipocrisia?
Una manifestazione di solidarietà, come spesso accade in questi casi, a due facce: perché, se da un lato l'iniziativa - sostenuta da molte associazioni, ong, e anche dal premio Nobel per la pace Malala - è stata lodevole, e ha concorso a costringere i governi a mettere la vicenda nella propria agenda, dall'altro la reiterazione costante dell'hashtag ha rischiato di svuotare l'appello di significato e drammaticità. Guardare il bel volto della star del momento accanto all'ormai famoso appello telematico, infatti, può aver indotto in molti il dubbio che quella campagna potesse essere sfruttata da alcuni per semplice visibilità, quasi a rincorrere l'ultima moda del momento. La moda del mostrarsi buoni, generosi, impegnati: spesso solo una bieca apparenza.

Il potere dei social
Fatto sta che la campagna #BringBackourGirls è riuscita a tenere alta l'attenzione su una vicenda altrimenti destinata a spegnersi rapidamente, defilata in qualche sito sconosciuto o nelle ultime pagine dei giornali. Volenti o nolenti, gli utenti del web sono stati «bombardati» da quelle parole, e hanno dedicato qualche secondo della propria giornata a pensare, anche solo di sfuggita, all'accaduto. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, la campagna si è fatta più silenziosa e meno martellante, ma non ha cessato di esistere.Ora, a un anno di distanza da quel tragico giorno di aprile, è stata rispolverata in grande stile da tutti i media.

Ma fuori dagli schermi, si è fatto troppo poco
Eppure, fuori dagli schermi, che cosa è stato fatto in concreto per la liberazione delle ragazze? Fin dalle prime settimane, i familiari delle vittime hanno accusato il governo nigeriano di aver prima ignorato e poi minimizzato la situazione, facendo ben poco per la liberazione delle giovani. Per settimane, il presidente nigeriano Goodluck Jonathan non si è espresso sulla vicenda, se non per sostenere che il rapimento fosse una montatura. Ma dopo le pressioni interne e soprattutto internazionali il suo portavoce Doyin Okupe ha ribadito lo sforzo del capo dello stato e del governo per la liberazione delle studentesse. Okupe ha annunciato il coinvolgimento di due unità speciali dell’esercito nelle ricerche e la creazione di un centro informativo per fornire dati aggiornati sulla situazione. ll 7 maggio la polizia nigeriana ha offerto una ricompensa di 300mila dollari per il ritrovamento delle studentesse. Eppure, dopo che i riflettori sulla vicenda si sono spenti, poco si è saputo dell'impegno della comunità internazionale a ritrovare le ragazze. Impegno, ha denunciato proprio in queste ore il premio Nobel per la Pace Malala, del tutto insufficiente: «Secondo il mio punto di vista i leader della comunità internazionale e quelli nigeriani non hanno fatto abbastanza per aiutarvi», ha scritto in una lettera idealmente indirizzata alle vittime. Ecco che, allora, l'attivismo sul web torna un po' a stridere, di fronte al fallimento della politica nel riportare a casa le 219 ragazze. Di cui, in un anno, si sono perse completamente le tracce.