20 ottobre 2019
Aggiornato 23:30
Medio Oriente

«Israeliani e libanesi non vogliono la guerra»

Ne è convinto il Generale Luciano Portolano, Capo missione Unifil, impegnato in una difficile mediazione Naqoura: «Il Paese sta vivendo un momento molto difficile ma, nonostante i momenti di crisi, non c'è alcuna volontà delle parti in causa a scatenare un conflitto»

NAQOURA - Provare a parlare con il generale Luciano Portolano, in questi giorni è quasi una missione impossibile. Perché il Force commander e Head of mission di Unifil, la forza di interposizione in Libano targata Nazioni Unite, è impegnatissimo. A far cosa? Mediare. Fra chi? Libanesi e israeliani, vicini di casa e nemici giurati che hanno ripreso a parlarsi a suon di mortai.

«Il Paese sta vivendo un momento molto difficile ma, nonostante i momenti di crisi, non c'è alcuna volontà delle parti in causa a scatenare un conflitto», dice Portolano con un tono di voce serafico. E aggiunge: «La situazione rimane relativamente stabile, in virtù degli sforzi congiunti che quotidianamente le forze armate libanesi compiono a fianco dei peacekeepers nel controllo e monitoraggio del territorio».

Nel suo ufficio, in un palazzone tutto specchi a Naqoura - a quasi centocinquanta chilometri a sud di Beirut - cellulare, telefoni, fax e mail in questi giorni non hanno mai taciuto. E hanno raccontato di offensive, rappresaglie e vendette. L'ultima, tre giorni fa quando, sei razzi kornet hanno centrato un convoglio israeliano: due i morti.

«Non appena sono stato informato dell'incidente ho subito contattato i vertici militari delle Laf (Forze armate libanesi, ndr) e dell'Isf (Forze di sicurezza israeliane, ndr): ho richiamato entrambi alla massima moderazione riuscendo a impedire uno spillover della crisi in tutta l'area di nostra responsabilità», spiega il generale. Che ha disposto maggiori controlli e rafforzato la presenza dei suoi uomini lungo il confine israelo-libanese.

Il clima però è tutt'altro che sereno. Bombardando postazioni libanesi, gli israeliani hanno ucciso un casco blu spagnolo. «È stato un errore di mira», si è giustificato Israele che sta indagando assieme alla Spagna sulla morte del militare. «Gli sciiti violano costantemente la risoluzione Onu: non dovrebbero possedere armi che invece hanno e usano contro di noi, grazie alla complicità dell'Iran», accusano da Tel Aviv. «Non vogliamo una guerra, ma non la temiamo», rimbrotta Seyed Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah il movimento che ha vendicato la morte di sei suoi miliziani e di un generale iraniano, travolti da un raid israeliano il 18 gennaio scorso.

E così, tra mortai e missili che continuano a risuonare e ad ammazzare accrescendo il terrore negli occhi dei civili, la missione Unifil - che conta su 10mila caschi blu (più di mille gli italiani) di 37 Paesi - può fare leva su una sola arma: la mediazione. «Il mantenimento della pace, seppur tra mille difficoltà, è di fondamentale importanza per contrastare le turbolenze: incontrare ogni mese i rappresentanti istituzionali libanesi e israeliani, costringerli a utilizzare me per dialogare è un tentativo per risolvere le problematiche legate alla sicurezza», chiarisce Portolano.

E sottolinea: «Sono rapporti improntati alla massima trasparenza e imparzialità nel rispetto della risoluzione 1701 voluta dal Consiglio di sicurezza dell'Onu. L'obiettivo è deconflittuare situazioni che potrebbero facilmente degenerare». E i soldati italiani cosa rischiano? «Non si hanno segnali che ci possano far pensare a un inasprimento dell'ambiente operativo: lo stato di allerta, per ora, rimane inalterato», rassicura mentre controlla la posta elettronica e il cellulare riprende a squillare.