13 novembre 2019
Aggiornato 03:30
La crisi irachena

Iraq, il Vaticano e l'uso della forza

Mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio Onu di Ginevra, a commento della lettera del Papa a Ban Ki-moon sull'Iraq: «L'azione militare forse in questo momento è necessaria, ma mi pare anche urgente fare in modo che, coloro che forniscono armi e denaro ai fondamentalisti, i Paesi che tacitamente li appoggiano, vengano allo scoperto e smettano questo tipo

CITTÀ DEL VATICANO - Quanto sta avvenendo lungo il nord l'Iraq, con le violenze anticristiane e contro altre minoranze religiose, è una «sofferenza intollerabile» che non può non indurre le coscienze di tutti a proteggere e sostenere chi è vittima di queste violenze. E' il senso dell'accorato messaggio che Papa Francesco ha inviato al segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, chiedendo che le Nazioni Unite facciano ogni sforzo per garantire pace e diritti umanitari.

«Gli attacchi violenti che stanno dilagando lungo il nord dell'Iraq non possono non risvegliare le coscienze di tutti gli uomini e le donne di buona volontà ad azioni concrete di solidarietà, per proteggere quanti sono colpiti o minacciati dalla violenza e per assicurare l'assistenza necessaria e urgente alle tante persone sfollate, come anche il loro ritorno sicuro alle loro città e alle loro case», scrive Bergolio nel messaggio firmato il 9 agosto. In gioco, come insegnano «le tragiche esperienze del ventesimo secolo, c'è la più elementare comprensione della dignità umana», e ciò - asserisce Papa Francesco - «costringe la comunità internazionale, in particolare attraverso le norme ed i meccanismi del diritto internazionale, a fare tutto ciò che le è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze sistematiche contro le minoranze etniche e religiose».

MONS. TOMASI: USARE LA FORZA - «A me vengono in mente le discussioni che si facevano mentre la violenza tra Hutu e Tutsi in Rwanda, anni fa, creava una situazione simile a quella che stiamo vivendo oggi nel nord dell'Iraq. Venivano ammazzate persone, venivano costrette a scappare e la comunità internazionale discuteva, senza prendere nessuna misura concreta o misure adeguate. E per tutti questi anni che sono seguiti ci siamo riuniti ogni anno per commemorare questo genocidio, facendo il mea culpa, per non avere agito con decisione». Lo afferma ai microfono di Radio Vaticana mons. Silvano Maria Tomasi, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Ufficio Onu di Ginevra, a commento della lettera del Papa a Ban Ki-moon sull'Iraq.

«L'azione militare forse in questo momento è necessaria, ma mi pare anche urgente fare in modo che, coloro che forniscono armi e denaro ai fondamentalisti, i Paesi che tacitamente li appoggiano, vengano allo scoperto e smettano questo tipo di supporto, che alla fine non fa del bene né ai cristiani né ai musulmani», aveva detto pochi giorni fa lo stesso mons. Tomasi sempre a Radio Vaticana.

«Il Papa in maniera molto esplicita richiede, primo, l'assistenza umanitaria immediata e, secondo, di fare tutto ciò che è possibile per fermare e prevenire ulteriori violenze», spiega Tomasi. «Mi ha colpito l'espressione che dice che la situazione è così tragica che 'costringe' la comunità internazionale ad agire. Infatti, se guardiamo alla Carta delle Nazioni Unite, vediamo, con molta chiarezza, che l'articolo 42 dice che la Comunità internazionale ha la responsabilità di proteggere - anche con la forza - quello che non può essere fatto dallo Stato locale, dalle autorità locali, che per varie ragioni siano impedite ad agire o non abbiano le possibilità di farlo, dopo che si sono tentate tutte le vie del diritto, del dialogo, del negoziato, per evitare mali come quelli che si vedono nel nord dell'Iraq, in questi giorni». In secondo luogo, «bisogna trovare la maniera di limitare, di cercare di bloccare il fatto che armi, aiuti finanziari e politici continuino ad arrivare nelle mani dei rappresentanti di questo Stato fantomatico del Califfato, che finora è solo una scusa per creare violenza e ammazzare coloro che sono in disaccordo con i leader di questa nuova entità».