21 novembre 2019
Aggiornato 16:30
Manovra finanziaria

L’eredità di Padoan che ha portato alla bocciatura Ue: buco da 5 mld nel 2018 e 10 mld nel 2019

L'Europa si è ribellata a una violazione del passato: il mancato rispetto del criterio del debito nel 2017, quando al Mef c'era Padoan

L'ex ministro Pier Carlo Padoan
L'ex ministro Pier Carlo Padoan ANSA

ROMA - La ferma decisione dell'esecutivo giallo-verde di tirare dritto con la «manovra del popolo» - vedremo se con qualche lieve cambio di rotta oppure no - ha portato Bruxelles a avviare la procedura di infrazione, per la prima volta nella sua storia. Ma forse pochi si ricordano - e a sottolinearlo è la stessa Commissione Ue - che tutto ha avuto inizio dal precedente governo, quando al Mef c'era Pier Carlo Padoan. ​​​​​​Basta leggere cosa ha scritto la Commissione nelle sue 21 pagine: «Sulla base dei dati notificati e delle previsioni dell'autunno 2018 della Commissione, l'Italia non ha rispettato il parametro di riduzione del debito nel 2016 (gap del 5,2% del Pil) o nel 2017 (gap del 6,6% del Pil)». E ancora: «Complessivamente, la mancanza di conformità dell'Italia con il parametro di riduzione del debito nel 2017 fornisce la prova dell'esistenza prima facie di un disavanzo eccessivo ai sensi del Patto di stabilità e crescita, considerando tutti i fattori come di seguito esposti. Inoltre, in base ai piani governativi e alle previsioni dell'autunno 2018 della Commissione, l'Italia non dovrebbe rispettare il parametro di riduzione del debito nel 2018 o nel 2019».

Da dove nasce la procedura di infrazione

Nel maggio 2018 tutte le condizioni erano rispettate. «Chi dice il contrario o non ha letto cosa dice la Commissione o non vuole leggerlo. La nostra manovra rispondeva alle condizioni poste» tuona il M5s. Come ovvio Padoan respinge le accuse al mittente: «La responsabilità dell'apertura della procedura di infrazione è totalmente del governo attuale. Spero di non sentire più questo argomento perché è del tutto falso». E invece pare proprio di no. E' lo stesso esecutivo comunitario a ripercorrere nel suo rapporto le tappe di questa storia. In pratica, come ricostruisce bene Il Fatto Quotidiano, dopo l’uscita dalla precedente procedura per disavanzi eccessivi, nel 2013, l’Italia è stata letteralmente graziata per tre anni dal rispetto del criterio del debito che impone di ridurre di un ventesimo all’anno la quota eccedente il 60% del Pil. Il parametro è diventato applicabile nel 2016 e già quell’anno - siamo nel governo Renzi - è stato registrato uno scostamento pari al 5,2% Nel 2017, quando la palla è passata a Gentiloni, questo dato è salito al 6,6%.

Il conto salato di Padoan

L'Europa dunque si è ribellata a una violazione del passato: il mancato rispetto del criterio del debito nel 2017, quando Padoan ha lasciato un rapporto debito/Pil pari al 131,2% e un conto salatissimo, di oltre 10 miliardi. Ma allora la Commissione aveva optato per chiudere un occhio, perché l'Italia stava portando avanti riforme in grado di migliorare la sostenibilità dei conti e aveva ottenuto flessibilità per eventi eccezionali, dal terremoto alla crisi dei rifugiati. Cose buone e giuste, secondo Bruxelles.

Cos'è successo a maggio

Il 23 maggio 2018, presentando il «Pacchetto di primavera», la Commissione ha rilevato che a prima vista l’Italia risultava «non conforme con il parametro per la riduzione del debito nel 2016 e nel 2017». Quel giorno, una settimana prima dell’insediamento del governo Conte, Bruxelles spiegò che lo sforzo sui conti pubblici previsto dall’ultima manovra di Gentiloni e Padoan era «inadeguato», che già nel 2018 era necessario «uno sforzo strutturale di bilancio pari almeno allo 0,3% del Pil» e per il 2019 era richiesta una correzione pari allo 0,6% del Pil, oltre 10 miliardi. Anche se il criterio si poteva considerare «soddisfatto», tenuto conto di «tutti i fattori significativi e, in particolare, il rispetto da parte dell’Italia del braccio preventivo del patto». Tuttavia il giudizio definitivo fu rinviato perché in Italia era in corso il processo di formazione del governo («Parleremo con il nuovo governo al momento giusto» aveva detto il commissario agli Affari economici Pierre Moscovici).

Cos'è cambiato da maggio a oggi

Da maggio a oggi, però, il quadro è cambiato, perché «l’inosservanza particolarmente grave rilevata dalla Commissione della raccomandazione indirizzata all’Italia dal Consiglio il 13 luglio 2018 rappresenta una modifica sostanziale dei fattori significativi analizzati il 23 maggio 2018, che impone un riesame del giudizio della Commissione». Tra i fattori significativi di cui Bruxelles tiene conto nel preparare le sue pagelle ci sono infatti l’impegno a raggiungere «l’obiettivo di medio termine» (cioè a ridurre il deficit strutturale), le «riforme strutturali» che aumentano la sostenibilità del debito e le eventuali «condizioni macroeconomiche sfavorevoli», in particolare la bassa inflazione, che possono ostacolare la riduzione del debito/Pil e rendere particolarmente difficile il rispetto del Patto di stabilità. Su tutti e tre i fronti l’Italia, agli occhi di Bruxelles, non ha scuse.