16 dicembre 2018
Aggiornato 10:00

Patrimoniale, prelievi sui conti, spread e nuovo Def: i presunti «rischi» dopo la bocciatura UE

Da più parti nelle ore successive allo stop alla manovra di Bruxelles si parla di apocalisse in arrivo. Ma è davvero così? Proviamo a fare il punto

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con Luigi Di Maio e Matteo Salvini
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con Luigi Di Maio e Matteo Salvini (Angelo Carconi | ANSA)

ROMA - Dialogo con la Commissione Ue, ma senza cambiare la manovra. È questa la linea, certo difficile da sostenere, del governo italiano dopo l'attesa bocciatura dell'Unione Europea della legge di Bilancio. Ma cosa succederà ora fra Roma e Bruxelles? Per la prima volta dal 2013, da quando cioè sono in vigore le strette regole del Patto di stabilità, la Commissione europea ha rigettato il programma di bilancio di uno Stato membro chiedendo di presentarne uno rivisto. La palla, quindi, è ora nel campo del governo italiano chiamato a decidere, entro il 13 novembre, se e fino a che punto introdurre modifiche nella manovra per rispondere ai rilievi di Bruxelles. «E quando riceveremo questo progetto rivisto, lo analizzeremo e prepareremo un nuovo parere che rifletterà tutti i cambiamenti eventuali» ha spiegato il presidente della Commissione per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici.

Cosa accadrà ora
Entro il 13 novembre, quindi, il governo italiano dovrà - se lo deciderà - mettere mano alla manovra ma una data centrale sarà quella dell'8 novembre, quando la Commissione presenterà le sue previsioni economiche d'autunno. «E vedremo» la sfida di Moscovici «se saranno più vicine a ciò che dice il progetto di bilancio del governo o alla messa in guardia che è venuta dall'Ufficio parlamentare di bilancio». L'adozione di questo parere, ha poi puntualizzato Moscovici, «non vuol dire che le nostre porte si chiudono; al contrario, la nostra parola d'ordine resta la stessa che ho portato a Roma», la settimana scorsa: «Noi auspichiamo vivamente di proseguire il dialogo costruttivo con le autorità italiane, e saluto l'impegno preso dal ministro delle Finanze in questo senso».

Palla a Tria
Chi gode di stima in Commissione è proprio il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che nella sua lettera indirizzata a Bruxelles ha ricordato come «il posto dell'Italia è in Europa e nella zona euro». E non è un caso che Moscovici ha definito Tria un interlocutore  «credibile, legittimo, e speriamo che saprà convincere, anche in seno al governo», i suoi colleghi «della necessità di proseguire questo dialogo con la Commissione, per fare in modo che le priorità del governo italiano, che noi non discutiamo, siano compatibili con le regole comuni per il cui rispetto tutti si sono impegnati, compresa l'Italia».

Cosa rischia l'Italia
È ovviamente prematuro anche solo parlarne, ma l'iter è ben chiaro: l'Italia rischia, qualora non apportasse modifiche o queste venissero considerate non sufficienti da Bruxelles, l'apertura di una procedura per deficit eccessivo riguardo al mancato rispetto della 'regola del debito' (o procedura articolo 126.3), che prevede l'obbligo di diminuire di un ventesimo all'anno il differenziale fra il rapporto debito/Pil registrato nell'ultimo anno (il 131% per l'Italia) e la soglia del 60% stabilita dal Trattato di Maastricht. Ma perché, visto l'eccessivo indebitamento anche in anni passati, questa misura non è stata presa in considerazione nei confronti dei precedenti governi? L'ex primo ministro lettone Valdis Dombrovskis, Commissario europeo per l'euro e il dialogo sociale, ha fatto esplicito riferimento al passato, spiegando che «nei rapporti degli anni precedenti sull'articolo 126.3 avevamo deciso di non aprire la procedura contro l'Italia in base al fatto che era stata nel complesso conforme ('broadly compliant', ndr) con il 'braccio preventivo' del Patto di Stabilità», ovvero con le regole applicabili ai paesi come l'Italia che hanno il deficit/Pil sotto la soglia del 3%. «Ma siccome questo oggi non sembra essere più il caso per l'Italia, potremmo riesaminare queste conclusioni», ha avvertito il vicepresidente della Commissione.

Patrimoniale e prelievo dai conti correnti
Se è presto per parlare di procedura di infrazione, figuriamoci di «spettri» come una tassa patrimoniale o il prelievo sui conti correnti. Ma, si sa, la fantasia della stampa mainstream corre spesso veloce e già fioccano editoriali che agitano i sonni degli italiani. Così sulla patrimoniale è intervenuto direttamente - a diMartedì - il vicepremier Luigi Di Maio che ha spiegato di non avere «nessuna voglia di fare patrimoniali» e che «di patrimoniali non se ne faranno». Quanto a eventuali richieste agli italiani per acquistare titoli di Stato, Di Maio ha precisato che «qualsiasi tipo di azione sui titoli di stato al massimo può essere incentivata. Ma agli italiani non chiederemo nulla; si è già chiesto troppo». Sul tema del prelievo sui conti correnti è invece intervenuto il sottosegretario di Stato del Ministero per gli affari regionali e le autonomie Stefano Buffagni (Movimento 5 Stelle) che ha «escluso totalmente» questa ipotesi: «Questo governo non lo farà mai. La patrimoniale sugli immobili è già stata fatta con la tassazione che c'è stata» mentre «il prelievo sui conti correnti non esiste».

Il «super-spettro»: lo spread
Avanti allora con il terzo spettro: lo spread. Cosa accadrà se dovesse continuare a salire? Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti ha spiegato che si procederà con la ricapitalizzazione immediata delle banche: «Se continua la dinamica per cui lo spread veleggia verso i 400 punti è evidente, per quanto riguarda la dinamica dei tassi interesse, che in automatico i valori degli attivi delle banche vanno in sofferenza e serve una ricapitalizzazione». Come Renzi, quindi? «L'errore che fece Renzi non fu tanto la ricapitalizzazione, ma di aspettare un anno, un anno e mezzo per farlo... Non siamo figli di nessuno, sappiamo perfettamente come stanno le cose. Se si dovessero ripetere situazioni del passato bisogna intervenire subito, perdere tempo è peggio». Intanto, però, per Luigi Di Maio le ultime aste sui titoli di Stato «sono andate bene». Si parlava di rischio «spread a 500» mentre «adesso sta a 300». Quindi «i mercati vogliono più bene all'Italia di quanto ne vogliano i commissari europei». Ma con Renzi e Gentiloni però lo spread era più basso. Molto più basso. «Grazie mille, facevano macelleria sociale degli italiani e prendevano tutti i soldi e li mettevano sulle banche».

Un nuovo Def?
Niente patrimoniali, quindi. Niente prelievi sui conti correnti. E niente paura dello spread. Ma la Commissione Ue ha chiesto chiaramente di presentare un nuovo decreto di politica economica e finanziaria. Cosa farà l'Italia? Niente. Almeno questo il senso della risposta del ministro degli Affari esteri Enzo Moavero Milanesi, intervenuto alle Commissioni riunite Affari esteri e Politiche dell'Unione europea di Camera e Senato per riferire sugli esiti del Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre. L'ipotesi di un nuovo Def «è un'ipotesi che il governo ha escluso» perché «le regole europee lasciano la parola sovrana sui bilanci nazionali ai Parlamenti nazionali», ha sottolineato Moavero ricordando però anche come la Commissione possa «valutare se aprire una procedura per eccessivo disavanzo», anche su richiesta di altri Stati membri. La guerra è aperta e si giocherà tutta intorno a un numero percentuale: 2,4%. Si tratta del rapporto deficit/Pil scritto in rosso da Conte, Salvini e Di Maio. Un numero che, ha ribadito il premier, «non si tocca».