23 ottobre 2018
Aggiornato 03:00

Via ai «giochi» sulle criptovalute: Goldman Sachs ora punta sui Bitcoin

Il più famoso player della finanza internazionale starebbe per aprire una divisione per il trading nelle criptovalute. Ma per le banche non erano una truffa?
Goldman Sachs
Goldman Sachs (EPA/JUSTIN LANE)

NEW YORK - Nonostante la maggior parte dei grandi istituti bancari si tenga a distanza dal Bitcoin, definito dall'esponente della Bce Ewald Nowotny un puro «prodotto speculativo», la Goldman Sachs, forse il maggior player della finanza internazionale, starebbe per aprire una divisione per il trading nella più famosa delle criptovalute. Secondo quanto riporta il New York Times, la banca, almeno inizialmente, non comprerà o venderà direttamente Bitcoin, ma «utilizzerà le proprie risorse per scambi su contratti legati ai prezzi della moneta digitale». Secondo il quotidiano della Grande Mela la mossa di Goldman Sachs potrebbe portare «a una legittimazione del Bitcoin e delle altre criptovalute». In ogni caso, il gruppo è in attesa del disco verde dei regolatori americani per poter offrire ai propri clienti servizi in questo settore.

Ma le criptovalute non erano una truffa?
Evidentemente Goldman Sachs non vuole lasciare nessun terreno inesplorato per i propri interessi e deve aver reputato l'apertura della borsa di Chicago agli scambi di titoli futures sulla criptovaluta una nuova, potenziale fonte di guadagno. Così mentre i maggiori analisti hanno colto quest'apertura con preoccupazione, definendo i Bitcoin «una truffa» in considerazione dell'alta volatilità e del notevole rishio di un investimento in criptovaluta rispetto a quelli normalmente effettuati sui mercati tradizionali, Godlman Sachs ha messo nel mirino l'alto interesse che questa "moneta parallela" ha generato anche nei piccoli risparmiatori.  

L'allarme della Banca d'Italia
Pochi giorni fa, solo per fare un esempio, la Banca d’Italia si era scagliata contro le monete virtuali, scoraggiando gli intermediari finanziari dall’acquistare, vendere e detenere criptoattività, diffondendo un documento per chiarire i principali rischi derivanti dal loro utilizzo per i consumatori e i piccoli investitori, così come effettuato anche dalle tre autorità finanziarie europee: l’Autorità bancaria europea, l’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati e l’Autorità europea delle assicurazioni e delle pensioni aziendali e professionali.

La guerra di Google alle criptovalute
Recentemente anche Google ha tentato di mettere i bastoni tra le ruote alle criptomonete, in particolare a chi si occupa della loro produzione utilizzando il broswer di ignari utenti vietando tutte le estensioni di estrazione di valuta crittografica dal proprio browser web, Google Chrome. 

Il costo "nascosto" dei Bitcoin
E proprio mentre Goldman Sachs ha mostrato il suo interesse per le criptovalute, un altro allarme sui Bitcoin arriva, stavolta, dall'Islanda e riguarda l'energia necessaria alla loro produzione che dipende da un processo di "mining", di estrazione, che deriva da un complesso calcolo matematico svolto da computer creati ad hoc. Questa potenza di calcolo è strettamente connessa, infatti, alla quantità di energia necessaria per il funzionamento di queste macchine. Uno dei maggiori Paesi produttori di criptovalute è l'Islanda. Il motivo? Tanta energia a poco prezzo. Ebbene, quest'anno la piccola isola del Nord Europa utilizzera più elettricità per estrarre monete elettroniche che per il fabbisogno energetico delle case dei suoi abitanti. Per questo il portavoce dell’impresa energetica islandese HS Orka ha detto che «è tempo di stabilire se sarà possibile impiantare nel paese nuove fabbriche di cryptomonete».