17 giugno 2019
Aggiornato 06:30
Il rapporto della Fondazione Hume

In Italia dilagano i poveri, ma oggi si chiamano «Terza Società»

La crisi sta espellendo dal circuito produttivo milioni di uomini e donne. Chi sogna l'Europa a due velocità non si rende conto che l'Italia è già un paese spaccato in tre parti

ROMA - Outsider, oppure esclusi. Oppure «terza società». Sono sempre più neutri i neologismi che stanno sostituendo la parola «povertà». Un esercito di uomini e donne ogni giorno più vasto sta occupando l’Italia, con particolare incidenza nelle zone meridionali del paese, nelle periferie di tutte le grandi metropoli: la rotta disordinata di una classe media ormai sempre più debole e senza voce. A dieci anni dall’inizio della crisi, l’Italia è ancora un malato grave, indebolito dalla perdurante disoccupazione che al massimo riesce a trasformarsi in lavoro precario, saltuario e non pagato. In stato comatoso il Sud e i giovani, a cui le porte d’accesso al mondo del lavoro sono sbarrate da normative in uscita che spostano sempre più in là il tempo dell’agognata pensione.

Italia salva solo grazie alla rendita e alla famiglia
Leggendo i dati pubblicati dalla Fondazione Hume-Il Sole 24 ore, inerenti la dilagante povertà in Italia – ci permettiamo di non utilizzare formule politicamente corrette – erompe una sola domanda: per quale ragione nel nostro paese non ci sono conflitti? Il motivo principale, probabilmente, è da ricercare nello stato sociale parallelo che ha sempre sostituito le istituzioni, da decenni impegnate a cedere sovranità non si sa bene a chi e perché. In ogni caso in nome di un bene superiore, che però, numeri alla mano, si stenta a vedere. Vaste rendite maturate negli anni del boom economico ammortizzano l’impatto della crisi economica, nonché la rete che ancora rappresenta la famiglia tradizionale: due fossili novecenteschi che sopravvivono, non si sa ancora per quanto, alla tempesta globalista. Due strumenti che stemperano la rabbia sociale che, al momento, è ancora un urlo sordo che si manifesta all’interno dell’agone politico tradizionale. La rendita è ancora molto vasta, e il luogo comune secondo cui gli italiani sono un popolo di risparmiatori è vero: nel solo 2016 sono stati messi da parti 1350 miliardi di euro da chi può permetterselo. Nel 2014 erano 1708 miliardi di euro.

Le tre società
«La prima: la società dei garantiti o del posto fisso. E’ formata dai dipendenti pubblici e dai dipendenti della aziende medio grandi, protetti da un contratto di lavoro stabile, dallo Statuto del lavoratori e dalla stessa dimensione aziendale. Nonostante la maggiore flessibilità introdotta con gli anni, la loro posizione occupazionale resta forte e garantita. La seconda: la società del rischio, dei lavoratori più esposti alle incertezze del mercato. Vi rientrano gli operai e gli impiegati delle piccole imprese con basso livello di protezione. Ci sono anche i proprietari delle piccole imprese e i lavoratori autonomi che non possono contare su un generoso sistema di ammortizzatori sociali. La terza: questo segmento sociale è composto da chi, pur facendo parte della popolazione attiva in quanto disponibile a lavorare, vive una condizione di radicale esclusione dal circuito del lavoro regolare. E la società degli esclusi: comprende disoccupati, lavoratori in nero, e persone che si metterebbero alla ricerca del lavoro se ci fosse occasione. Tante donne. Molti outsider al sud". Queste sono le definizioni che i ricercatori della Fondazione Hume danno delle tre società.

Ora la chiamano Terza Società...
Non è chiaro dove si pongano in questa tripartizione i finanzieri, i banchieri, i politici, i mega industriali che pagano le tasse nei paradisi fiscali, e in generale quella superclasse che, seppur dimensionalmente ridotta, circa il 5% della popolazione, possiede buona parte della ricchezza nazionale, ovvero il 30%. Semidei che vivono in un Olimpo etereo. La Fondazione Hume punta la sua analisi sulla cosiddetta Terza Società, che poi sarebbe il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo post ideologico. In buona parte tale settore sociale è composto dagli espulsi delle prime due società: si pensi che dal 2009 al 2014 i redditi da lavoro autonomo sono scesi del 28%. Afferenti alla Terza Società sono ben nove milioni di italiani, ovvero coloro che sono senza lavoro e senza la speranza di trovarlo. Oppure si dibattono in lavoretti mal retribuiti, stage, improbabili tirocini gratuiti. Nove milioni di vite che rappresentano il 32,1% delle forze di lavoro allargate.

Italia al quarto posto nella classifica degli esclusi
In Europa, l’Italia si piazza al quarto posto nella speciale classifica degli esclusi, poco distante dalla Grecia (36,2%), Spagna (34,2%), e Croazia (32,4%). Germania, Francia, Austria, Regno Unito, Olanda, Belgio Svezia, Finlandia, insomma quasi tutti, hanno quote prossime alla metà della nostra. In Europa peggio di noi riesce a fare solo il Portogallo. Nei paesi Ocse ci posizioniamo all’undicesimo posto, nel mondo, per quanto concerne la classifica dei lavoratori in nero, vantiamo il 13%. Sono cifre gigantesche, da cui emerge la strutturale debolezza della società italiana, da un punto di vista culturale ed economico. Trent'anni di deregolamentazione selvaggia del mercato, di «neoliberismo» direbbe Marine Le Pen, hanno portato a questa condizione a cui segue la cosiddetta reazione «populista». La Fondazione Hume sottolinea come questi nove milioni di uomini e donne, afferiscano ideologicamente a tre gradi gruppi politici: M5s, che spadroneggia, Fratelli d’Italia e Lega Nord, ed infine, in misura minoritaria, a organizzazioni movimentiste di estrema sinistra.

Europa a due, o più, velocità? La confusione di Romano Prodi
In questo contesto, disarmante, sovvengono le parole di Angela Merkel, poi ritrattate in parte, riprese dall’ex presidente del consiglio Romano Prodi. Ovvero quelle inerenti alla creazione di una Unione Europea a più velocità, una congregazione di club suddivisi, par di capire, per censo. Idea che ha raccolto l’entusiasmo del neoliberismo italiano, incarnato appunto da Romano Prodi. Che probabilmente non si rende conto di cosa si sta parlando, perché se così fosse vedrebbe il rischio, per l’Italia, di finire dentro la terza classe, insieme a Spagna, Portogallo e Grecia. I numeri, prodotti proprio dal quotidiano di Confindustria, non lasciano molto spazio alla speranza di poter essere ammessi nella Champions League dei paesi ricchi e prosperi. E infatti poi è giunto il ripensamento, degno esempio di una confusione culturale che mette ben in evidenza quale sia l'origine dei mali mali italiani. A meno che non si voglia abbandonare al proprio destino quei nove milioni di esseri umani che si trovano nella Terza Società, più tutti coloro che seguiranno.