20 novembre 2019
Aggiornato 23:30
L'istat conferma la discesa dei prezzi

La Bce non basta, 22 grandi città italiane sono in deflazione

L'Istat ha confermato le stime preliminari: 22 grandi città italiane sono in deflazione. E' in atto un circolo vizioso perché i consumatori rimandano gli acquisti e i prezzi scendono. Ma emergono anche timidi segnali di stabilizzazione

Il bazooka di Mario Draghi non sta dando (ancora) gli effetti sperati.
Il bazooka di Mario Draghi non sta dando (ancora) gli effetti sperati. Shutterstock

ROMA – L'Istat conferma le stime preliminari sull'inflazione e i dati pubblicati che si riferiscono al mese di marzo non sono rassicuranti. Nonostante le manovre di politica monetaria espansiva messe in atto dalla BCE, questo è il secondo mese consecutivo del 2016 in «rosso» per i prezzi al consumo.

22 città italiane colpite dalla deflazione
I consumi restano al palo, nonostante il bazooka di Draghi. L'Istat ha diffuso i dati relativi al mese di marzo e ha confermato le sue stime preliminari sull'inflazione: i prezzi sono cresciuti solo dello 0,2% su base mensile e si sono, invece, contratti dello 0,2% su base annua. La deflazione colpisce ancora il Belpaese e, in particolare, 22 città italiane (lo scorso febbraio erano 20) da Nord a Sud. Tra queste ci sono Roma (-0,5%), Firenze (-0,4%), Napoli (-0,1%) e Milano (-0,1%). Ma i ribassi più forti colpiscono Bari e Potenza (che registrano entrambe -1,0%).

I consumatori rimandano gli acquisti
Le manovre espansive messe in atto dalla BCE non stanno funzionando come dovrebbero. La spiegazione della frenata inflazionistica in corso risiede in un circolo vizioso: la domanda interna resta ferma, i consumatori rimandano gli acquisti e i prezzi scendono. Inoltre, il calo dei prezzi di benzina e gasolio trascina ulteriormente verso il basso la voce energia, senza però essere compensata da un maggiore acquisto di beni durevoli o a largo consumo. E' negativo anche il dato del comparto alimentare, soprattutto del «fresco».

Timidi segnali di stabilizzazione
Come sottolinea Luca Orlando nel suo articolo su Il Sole24ore, per il paniere a più alta frequenza d’acquisto la frenata annua è ancora più ampia: con un calo dell’1,1% tendenziale e in accelerazione rispetto alla frenata dello 0,8% di febbraio. Il rischio deflazione è perciò tutt'ora molto concreto, ma possiamo registrare anche qualche piccolo segnale di stabilizzazione: al netto delle componenti più volatili (tra i quali ci sono appunto l'energia e i consumi alimentari «freschi») la componente di fondo dell'inflazione cresce su base annua dello 0,6% e resta positiva anche su base mensile con uno +0,1%.