14 giugno 2024
Aggiornato 21:30
Finanza & Mercati

Wall Street, il «toro» più lungo della storia è arrivato al capolinea?

E' questa la domanda che circola tra trader, gestori, analisti e investitori d'Oltreoceano. Il rally che dai sei anni vede protagonisti gli indici a Wall Street è minacciato dai timori legati a un rallentamento della Cina e di conseguenza a una frenata dell'economia globale.

NEW YORK (askanews) - Il mercato «toro» più lungo della storia nell'azionario degli Stati Uniti rischia di arrivare al capolinea? E' questa la domanda che circola tra trader, gestori, analisti e investitori d'Oltreoceano. Il rally che dai sei anni vede protagonisti gli indici a Wall Street è minacciato dai timori legati a un rallentamento della Cina e di conseguenza a una frenata dell'economia globale. Quei timori ieri hanno provocato un notevole sell-off che ha portato il Dow Jones, il Nasdaq e il Russell 2000 in territorio tecnico di «correzione», che si raggiunge quando un'asset class subisce un calo di almeno il 10% rispetto ai suoi recenti massimi.

Per fare capire la portata delle vendite che hanno colpito i listini americani, sulla scia di quanto vissuto dalle piazze asiatiche a da quelle europee, basti un numero: 1.100 sono i miliardi di capitalizzazione andati in fumo negli ultimi cinque giorni di scambi sull'S&P 500. E per l'indice delle 30 blue chip la settimana è stata la peggiore dall'ultima crisi finanziaria in termini di punti e la peggiore dal 2011 in termini percentuali. I 1.017,85 punti, il 5,8%, lasciati sul terreno da lunedì scorso a ieri si confrontano rispettivamente con i 1.874,19, il 18%, persi nell'ottava terminata lo scorso 10 ottobre 2008 (successivamente al collasso di Lehman Brothers avvenuto il mese precedente) e con il -6,4% registrato nella settimana conclusa il 23 settembre del 2011, quando si temeva per l'Europa una recessione «double-dip» (quando l'economia si contrae dopo uno o due trimestri di crescita).

Nei prossimi giorni gli investitori dovranno decidere se le vendite rapprensentano semplicemente una pausa o l'inizio di tempi duri per l'economia globale e di conseguenza per i mercati azionari. In una nota ai clienti Dwight Johnston, di Dwight Johnston Economics, ha ricordato che un sell-off di tarda estate non è insolito. In quella del 2012, l'azionario americano si inciampò a causa della crisi del debito in Europa ma poi quell'evento non-Usa fu digerito e i listini continuarono a correre per il resto dell'anno. Se invece si tratta di un trend di lungo termine, «guardate alla crisi finanziaria asiatica del 1998. Quella crisi devastò le economie della regione e innescò un rally sorprendente dei Treasury. Ma l'economia Usa era forte e la devastazione in Asia a malapena colpì l'economia Usa per uno o due trimestri».

In attesa di capire la direzione del mercato, la cautela prevarrà. Anche perché l'incertezza globale complica i piani della Federal Reserve per avviare la normalizzazione della sua politica monetaria, che è accomodante dal dicembre del 2008 ossia quando portò i tassi di interesse sui minimi storici pari allo 0-0,25%. Stando ai future sui Fed-Funds, le probabilità di una stretta il mese prossimo erano al 28% ieri contro il 50% dell'inizio della settimana. E' il segno che gli operatori di borsa scommettono in una banca centrale paziente. Ma la dimostrazione di un ulteriore pazienza da parte della banca centrale Usa potrebbe spingere gli investitori ad essere ancora più preoccupati di un rallentamento della congiuntura globale. Allo stesso tempo però quello che sarebbe il primo rialzo dei tassi dal 2006 potrebbe secondo alcuni rallentare l'attività economica, alimentare un deflusso di capitali dai mercati emergenti e innervosire gli investitori stessi.

Intanto gli strategist rispolverano la «Dow Theory». Citata per la prima volta da Charles Dow tra il 1900 e il 1902, la teoria è semplice. La direzione dell'economia è legata alla direzione di due indici il Dow Jones Industrial Average (DJIA) e il Dow Jones Transportation Average (DJTA). Il primo è composto da aziende che producono cose, il secondo da quelle che le muovono. A seconda dell'andamento della produzione e del trasporto di cose, i due indici si muoveranno in tandem. A prescindere dalla direzione, essi lanciano un segnale agli investitori. Nel caso del DJTA, quei segnali sono chiari da tempo: l'indice sta perdendo quota dal massimo raggiunto il 29 dicembre scorso a quota 9.217 e prima ancora della seduta di ieri era in correzione. Al contrario il DJIA aveva guadagnato terreno per buona parte del 2015 arrivando a un record il 19 maggio scorso ma ieri è a sua volta entrato in correzione. Per questo alcuni interpretano una tale convergenza come un segnale per «sell», vendere.

Altri invece, come Andrew M. Brooks, vicepresidente e a capo del trading dell'azionario Usa di T. Rowe Price Group, credono che il sell-off sia positivo per le valutazioni (in alcuni casi troppo gonfie), dando agli investitori la possibilità di puntare sull'azionario a livelli interessanti. Come ha spiegato al Wall Street Journal, «Gli investitori dovrebbero ricordare che i bilanci aziendali restano buoni e che l'attività di M&A continua». Ma Brooks riconosce che quella di ieri sia stata una "brutta seduta".

Di seguito la ricapitoliamo.

Il DJIA ha subito un tonfo di 530,94 punti, il 3,1%, a quota 16.459,75. Sul fondo delle 30 blue chip c'era Apple (-6,12% a 105,76 dollari): il titolo del produttore dell'iPhone è entrato in territorio definito "orso" avendo perso il 20% dal suo ultimo top.

L'S&P 500 ha ceduto 64,84 punti, il 3,2%, a quota 1.970,89 con il settore tecnologico che si è aggiudicato la maglia nera (-3,82%). Per capire l'intensità delle vendite si noti che solo 10 titoli dei 500 che compongono l'indice hanno chiuso ieri in rialzo. Tra di essi ci sono stati il produttore di software Salesforce (+1,96%) e Hewlett-Packard (+0,44%) in seguito alle trimestrali.

Il Nasdaq Composite ha perso 171,45 punti, il 3,5%, a quota 4.706,04. Per l'indice delle 30 blue chip e quello benchmark è stato il maggiore calo giornaliero dal novembre 2011; in entrambi i casi la flessione settimanale è stata del 5,8%. Per il paniere tecnologico, la contrazione in 5 giorni di scambi è stata del 6,8%, la più ampia dall'agosto 2011.

Il petrolio a ottobre ha chiuso in calo del 2,1% a 40,45 dollari al barile ma nel durante era sceso sotto i 40 dollari al barile per la prima volta dal 2009. Il WTI ha terminato l'ottava settimana consecutiva in ribasso (-4,8%), la striscia temporale più lunga dal 1986.

La corsa verso i beni considerati rifugio ha portato gli investitori ad acquistare i Treasury. Il decennale è salito di 10/32 con rendimenti, che si muovono inversamente ai prezzi, in calo al 2,052% dal 2,084% di giovedì. E' stato così raggiunto il livello più basso dello scorso aprile, quando il rendimento viaggiava sotto il 2%.

L'oro è salito dello 0,6% a 1.159,6 dollari l'oncia, massimo del 2 luglio. Seppur sia stato riscoperto, il metallo prezioso tornerà a perdere quota (solo il 24 luglio scorso aveva toccato i minimi di cinque anno) non appena la Fed inizierà a stringere la cinghia. E' quanto sono pronti a scommettere gli investitori.