2 aprile 2020
Aggiornato 05:30
La Banca Mondiale e l'Adb si offrono di aiutare l'Aiib

Obama si inchina a Pechino

Il 31 marzo scorso è scaduto il termine per entrare a far parte dell'Asian infrastructure investment bank (Aiib), la banca di sviluppo asiatica guidata dalla Cina. Dopo l'Italia, la Francia, la Germania e il Regno Unito hanno fatto richiesta di adesione anche l'Australia, la Russia, il Brasile e la Corea del Sud. Ma si sa ancora poco del suo funzionamento e delle sue finalità.

ROMA - Il 31 marzo scorso è scaduto il termine per entrare a far parte dell'Asian infrastructure investment bank (Aiib), la banca di sviluppo asiatica guidata dalla Cina. Dopo l'Italia, la Francia, la Germania e il Regno Unito hanno fatto richiesta di adesione anche l'Australia, la Russia, il Brasile e la Corea del Sud. Ma si sa ancora poco del suo funzionamento e delle sue finalità.

ANCHE L'EUROPA STRIZZA L'OCCHIO A PECHINO - E' nata una nuova banca, ma non si tratta di una qualsiasi. E' la risposta finanziaria di Pechino a Washington. L'Aiib è stata fortemente voluta dal presidente cinese Xi Jinping, che l'ha fondata nel mese di ottobre 2013, per rilanciare il ruolo dell'Asia, e della Cina in particolare, nel contesto internazionale: il suo obiettivo, da un lato, è quello di promuovere progetti infrastrutturali nei paesi emergenti dell'Asia e, dall'altro, di contrapporsi all'Asian Development Bank sponsorizzata dall'America. Già ad un anno dalla sua istituzione, avevano chiesto di entrare nell'Aiib tutti i paesi asiatici: India, Bangladesh, Brunei, Cambogia, Kazakhstan, Kuwait, Laos, Malesia, Mongolia, Myanmar, Nepal, Oman, Pakistan, Filippine, Qatar, Singapore, Qatar, Singapore, Sri Lanka, Tailandia, Uzbekistan, Vietnam. A gennaio 2015 è stata la volta di Nuova Zelanda, Indonesia, Maldive, Tajikistan, Arabia Saudita; a febbraio 2015 sono arrivati nel gruppo anche la Giordania e Hong Kong. Fin qui, stati certamente importanti, ma non europei. La svolta vera e propria, infatti, si è verificata a partire dal 12 marzo: quando, per prima, la Gran Bretagna ha deciso di fare il grande passo, nonostante gli Stati Uniti avessero cercato in ogni modo di dissuaderla. Dopo il Regno Unito, anche l'Italia, la Francia, la Germania, l'Australia, la Russia, il Brasile e la Corea del Nord hanno aderito.

WASHINGTON SUI CARBONI ARDENTI - Il lancio della nuova istituzione finanziaria, e soprattutto l'adesione di questi ultimi stati occidentali, rappresenta una grave sconfitta per l'egemonia (ormai ben più che barcollante) economica statunitense. Una volta sancita l'adesione (e certamente non a cuor leggero), l'America ha deciso di cambiare strategia. Se prima gli Stati Uniti avevano fatto di tutto per evitare l'ingresso dei loro alleati nell'Aiib, ora - che i giochi sono fatti - hanno deciso di cambiare strategia rinunciando a fare opposizione e sostenendo che, invece, sia la Banca Mondiale di Washington che l'Asian Development Bank potrebbero contribuire a finanziare la nuova istituzione bancaria. L'America ha dovuto cedere di fronte all'evidenza dei fatti. Il Regno Unito è stato il primo paese europeo a «tradire» l'amicizia con gli Stati Uniti per ingraziarsi la Cina e proteggere gli interessi della City di Londra; mentre il resto d'Europa si è affrettato a seguire l'esempio britannico per ragioni piuttosto simili dal punto di vista finanziario e commerciale. La Aiib dispone di un capitale nominale di cento miliardi di dollari, con un capitale sottoscritto iniziale di 50 miliardi, e la Cina ne detiene per ora il 36%. La quota, però, potrebbe scendere rapidamente man mano che aderiranno altri paesi. Uno degli obiettivi dell'Aiib è anche quello di potenziare la moneta cinese, lo yuan, rispetto al dollaro. Di certo, Pechino è un colosso economico che non può più essere ignorato da molto tempo, e gli equilibri dello scacchiere internazionale potrebbero essere destinati a cambiare sempre più rapidamente.

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