27 gennaio 2022
Aggiornato 18:30
Tutte le questioni ancora aperte

Decommisioning e deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: la situazione italiana

L'associazione «Sì alle fonti rinnovabili, no al nucleare» ha provato a capire a che punto siamo in Italia sullo smaltimento delle scorie nucleari, alla vigilia della pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) ad ospitare il luogo di stoccaggio per queste sostanze, che dovrebbe arrivare per metà aprile.

ROMA – Smantellamento delle centrali nucleari italiane e individuazione del deposito nazionale dei rifiuti radioattivi: l'associazione «Sì alle fonti rinnovabili, no al nucleare» ha provato a fare il punto della situazione nel nostro Paese, alla vigilia della pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi) ad ospitare il deposito nazionale unico delle scorie nucleari, che dovrebbe arrivare per metà aprile, con una conferenza a Roma.

MANCA STRATEGIA DI CONTROLLO - Aprendo i lavori il presidente dell'associazione, Vittorio Bardi, ha presentato la «Commissione scientifica sul decommissioning», dove siedono Giorgio Parisi, premio Planck della Fisica e Massimo Scalia, fisico e storico leader ambientalista, già presidente della Commissione d’inchiesta sui rifiuti che nel 1999 per prima portò all’attenzione del Parlamento la questione della gestione delle scorie radioattive. Nel suo intervento Parisi ha ricordato che la pericolosità del nucleare non riguarda solo gli incidenti alle centrali: «Al di là di Three Miles Island, Cernobyl, Fukushima e delle migliaia di incidenti minori che costellano la quotidiana attività degli impianti per la produzione elettronucleare, il problema principale è che non abbiamo ancora una strategia chiara sul controllo efficace della radioattività e della contaminazione radioattiva, sia nella fase dell’esercizio dei reattori nucleari che per la gestione delle scorie radioattive». Il premio Planck ha spiegato che «un deposito per i rifiuti di bassa e media attività impegna le prossime centinaia d’anni; e per i rifiuti con tempi di dimezzamento di decine di migliaia di anni gli scenari travalicano di gran lunga la nostra ordinaria percezione».

I DUBBI SUI SITI GEOLOGICI PROFONDI - Su dove stoccare le scorie radioattive è intervenuto Roberto Mezzanotte, già direttore del Dipartimento nucleare dell'Istituto nazionale per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). L'ingegnere ha spiegato che per quanto riguarda la maggior parte dei rifiuti, 75mila metri cubi a bassa e media attività, un impianto di smaltimento di tipo superficiale è una soluzione tecnicamente possibile e largamente condivisa. I problemi emergono invece per i restanti 15mila metri cubi di rifiuti ad alta intensità, per i quali l'Ispra non ha emanato alcuna linea guida. Mezzanotte ha ricordato che il loro smaltimento in pozzi profondi è un tema che ha suscitato ampio dibattito all'interno della comunità tecnico-scientifica: «Quella scelta, oltre a precludere, di fatto, soluzioni diverse che la ricerca potrebbe offrire, non torna coi tempi lunghi necessari per qualificare un sito geologico, mentre il rientro dei rifiuti di terza categoria (ad alta intensità, ndr), ‘condizionati’ in Francia e in Inghilterra, è atteso per i prossimi anni». Per il tecnico si potrebbe «considerare l’ipotesi di un deposito di lungo termine (50-100 anni) per l’alta attività, dove i rifiuti possono essere custoditi in condizioni di sicurezza ottimali, dando tempo a scienza e tecnologia di offrire delle soluzioni o agli organi della Ue di individuare un sito ‘regionale’ comune».

CONTROLLI ASSENTI E NUOVE REGOLE - Paolo Bartolomei, ricercatore dell'Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l'energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea), ha preso la parola come rappresentante dell'Osservatorio Chiusura Ciclo Nucleare. Lo scienziato ha rilevato come sia improprio mettere mano alla classificazione dei rifiuti radioattivi (come previsto dal Dlgs 45) mentre il governo è in ritardo su passaggi importanti quali la costituzione dell’Isin– la nuova autorità per la sicurezza nucleare – e il programma nazionale di gestione dei rifiuti radioattivi. «Si rischia, inoltre, di ingenerare ulteriore confusione nel settore: l’attuale classificazione è infatti molto chiara dal punto di vista operativo, mentre l’introduzione di livelli di rifiuti intermedi, quali previsti dalla bozza di Ispra, può autorizzare logiche gestionali diverse e meno sicure».