26 marzo 2019
Aggiornato 16:00
Il prezzo del greggio dovrebbe tornare a salire nei prossimi sei mesi

ENI: «La Saipem ce la teniamo. Non la svendiamo»

Eni ha preso la sua decisione. Non svenderà Saipem. I titoli della controllata sono troppo bassi sul mercato, essendo passati dai 13 euro ai 7 attuali. Vendere ora significherebbe perdere molto, troppo. Meglio aspettare tempi migliori, che certamente arriveranno.

ROMA - Eni ha preso la sua decisione. Non svenderà Saipem. I titoli della controllata sono troppo bassi sul mercato, essendo passati dai 13 euro ai 7 attuali. Vendere ora significherebbe perdere molto, troppo. Meglio aspettare tempi migliori, che certamente arriveranno.

ENI NON SVENDERÀ SAIPEM - Eni ha preso la sua decisione. Non svenderà Saipem. I titoli della controllata sono troppo bassi sul mercato, essendo passati dai 13 euro ai 7 attuali. Vendere ora significherebbe perdere molto, troppo. E l'amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, oggi ha rotto ogni indugio durante un'audizione alla Camera: "C'era la coda di fondi che volevano comprare Saipem, ma è chiaro che non possiamo svendere. Il mercato è quello che è e quindi la cessione non è vicina». La vendita è stata ritardata anche a causa dell'andamento del prezzo del petrolio, che ha raggiunto il suo minimo storico, e della cancellazione del progetto del South Stream, dal quale Eni si è definitivamente sganciato. Descalzi non esita a puntualizzare: «Non ci siamo mai impegnati in produzioni complesse, difficili e costose, non abbiamo progetti in acque profonde operativamente difficili. Il Mozambico è ancora da sviluppare. Da un punto di vista del break even dei progetti siamo nella parte bassa dell'industria, siamo messi bene. I progetti futuri costano 40-45 dollari e sulla produzione attuale abbiamo ammortizzato tutti i costi", e tuttavia il prezzo del greggio sta creando non pochi problemi alle industrie petrolifere.

LE CAUSE DEL CROLLO DEL PREZZO DEL GREGGIO - Le cause che hanno determinato la discesa del prezzo del greggio sono molteplici, sia di natura strutturale che contingenti. Nel primo caso, l'ingresso sul mercato di nuovi grandi produttori di petrolio – quando fino a poco tempo fa il monopolio era assicurato all'OPEC -, a seguito della scoperta delle più moderne tecniche di estrazione, ha fatto scendere il prezzo dei barili. Nel secondo caso, ha fatto la sua parte la speculazione finanziaria. In questa prima fase, l'OPEC non ha fatto una piega dinnanzi al crollo del prezzo del greggio, lasciando supporre che non sia minimamente scalfita dalla paura che gli Stati Uniti (divenuti l'anno scorso il primo paese esportatore di petrolio) possano intaccare il suo potere economico. C'é da aspettarsi, però, che nella seconda parte dell'anno le quotazioni possano tornare a salire, e che alla fine si attesteranno tra i 55 e i 60 dollari al barile, fino a tornare intorno ai 70 dollari nel 2016. Dopodiché potrebbero salire ancora fino a 85 dollari entro i prossimi quattro anni. Questi aumenti dovrebbero essere determinati da due fattori: la ripresa della produzione dell'economia asiatica, sempre più bisognosa di energia, e la diminuzione nei prossimi mesi del livello produttivo di shale oil negli Stati Uniti, a causa degli alti costi di produzione. Il mercato sarà allora in grado di riequilibrarsi da sé, attraverso l'incontro tra domanda e offerta.

PROSPETTIVE E CONSIDERAZIONI - Intanto, però, dopo le parole di Claudio Descalzi a Piazza Affari il titolo di Eni è sceso dello 0,13% a 15,20 euro. E gli analisti di Deutsche Bank hanno tagliato il target price di Eni a 17,5 euro (da 18,5). Per il quarto trimestre (conti in uscita il 13 febbraio) hanno previsto una flessione annua dell'utile netto del 50% a 637 milioni di euro. Il risultato operativo delle attività di esplorazione e produzione è visto in calo da 3,321 miliardi a 1,954 miliardi, e quello delle attività di raffinazione e marketing dovrebbe tornare positivo per 32 milioni di euro dal rosso di 95 milioni dello stesso periodo di un anno fa. C'é da riflettere però sul fatto che un prezzo del greggio così basso non nuoccia soltanto ad Eni, ma anche all'OPEC, che certamente si prepara a ad affilare le sue armi. E' possibile che i paesi arabi decidano di contrarre l'offerta di petrolio sul mercato per stimolarne la crescita del prezzo. E, in tal caso, a prendere una bella boccata d'aria ci sarà anche l'italiana Eni.