16 dicembre 2018
Aggiornato 18:00

Il punto debole della Cina, la sua infinita sete di petrolio. Come Trump e Putin metteranno all'angolo Xi Jinping

Arabia Saudita, Russia, Usa, Israele e Iran trovano un accordo sul prezzo del petrolio: il conto della pace lo paga la Cina

Il presidente russo Vladimir Putin con quello americano Donald Trump
Il presidente russo Vladimir Putin con quello americano Donald Trump (EPA/JORGE SILVA / POOL)

NEW YORK - Doveva essere l'era del Picco di Hubbert, ovvero la fine del petrolio a buon mercato ed abbondante. Ma, come tutte le previsioni millenariste, si è rivelata fallace, isterica e priva di razionalità. Il petrolio mai come oggi appare abbondante, per molti aspetti "infinito" data la quantità di territori ancora inesplorati. Tra il 2005 e il 2010 il prezzo del petrolio subì un'impennata, e i teorici della fine del petrolio annunciavano l'avvento di un tempo di risorse scarse. Oggi, a distanza di pochi anni, il prezzo dell'oro nero veleggia intorno ai settanta dollari al barile: un valore né alto né basso, tenuto in piedi da accordi internazionali che con la legge della domanda e dell'offerta non hanno alcuna relazione. Il prezzo del petrolio è un modo pacifico per regolare conflitti che, altrimenti, necessiterebbero delle armi. Il petrolio è sempre più il combustibile che dà energia allo sviluppo, spesso incontrollato e dannoso, del pianeta. E ancor più è la merce con cui le grandi potenze globali trovano il terreno politico dove regolare i rapporti di forza.

Accordo Russia-Arabia Saudita: perché?
Nessuno lo avrebbe mai pensato: un nuovo accordo internazionale si sta delineando grazie al re dei combustibili. Un asse che allinea Usa, Arabia Saudita, Russia e Israele, mette in lieve difficoltà l'Iran in primo luogo e poi il Venezuela. I Paesi produttori necessitano di nuovi dollari, di nuovo denaro fresco in arrivo dalle varie fabbriche del mondo, ma in particolare dalla Cina. Il gigante manifatturiero vive una perdurante crisi di combustibili per diverse ragioni, ma la prima novità è che il nuovo corso del Partito Comunista Cinese volge verso lo sviluppo e la creazione di un mercato interno paragonabile a quello europeo. Oggi la classe media cinese in grado di avere uno stile di vita, e di consumo, all'europea – il becero consumismo statunitense è ancora inarrivabile – è pari a trecento milioni di individui. Questa imponente massa di consumatori si trova a fronteggiare la guerra commerciale che il Presidente Trump ha imposto al mondo per colpire le importazioni dalla Cina.

Tempi lunghi, ma...
La creazione di un mercato interno in grado di sostituire le esportazioni è ovviamente improponibile, su tempi stretti, per la Cina. Che però deve inventarsi un paracadute per mitigare l'impatto della guerra commerciale statunitense. Nel recente congresso del Pcc, il segretario presidente Xi Jinping, dopo aver tessuto le lodi del commercio globale, ha annunciato la costruzione di alcune grandi opere sul territorio cinese. Il concetto di grande opera, almeno per come lo conosciamo noi, è qualcosa di riduttivo rispetto quanto prospettato: si tratta di forme di gigantismo infrastrutturale in grado di sconvolgere equilibri sociali e ambientali di immense porzioni di territorio: si pensi alla nuova Via della Seta che si pone come obbiettivo l'obsolescenza, e quindi la fine, niente meno che del Canale di Suez. Alla Cina quindi viene imposta, attraverso la creazione di un cartello, un'economia che ha l'obbligo di importare petrolio, il Paese è relativamente scarso di tale risorsa, e al contempo è impedita l'esportazione dei suoi beni: al momento solo parzialmente, ma il futuro potrebbe riservare politiche trumpiste ancora più dure. Il motivo fondamentale che porta a questo processo è piuttosto banale: la Cina ha bisogno di petrolio, il mondo non ha bisogno della paccottiglia made in China. O meglio, ne ha bisogno, ma spera di riuscire a riportare la produzione delocalizzata attraverso una politica fiscale molto aggressiva. Vedi alla voce «flat tax».

Israele, Siria e Iran coinvolti?
In questo contesto economico giunge lo strano accordo tra paesi Opec ed extra: un nuovo maxi cartello che vede la concordia tra Arabia Saudita, Russia, Stati Uniti. Sul mercato verrà riversato oltre un milione di barili di petrolio, al giorno, in più. Ad un prezzo compreso tra sessanta e settanta dollari al barile: è la quota gradita da Vladimir Putin. Non è ancora chiaro come verranno divise le nuove quote di mercato, ma probabilmente la parte del leone la faranno proprio Russia e Arabia Saudita. Due Paesi indirettamente nemici, perché il primo fedelmente al fianco dell'Iran che, storicamente, è il nemico politico e religioso del wahabismo saudita. L'accordo potrebbe portare a una distensione dei rapporti con l'Iran, in virtù di un sottaciuto patto tra Russia e Arabia Saudita, che coinvolgerebbe indirettamente Usa e Israele. E' probabile infatti che le quote di produzione suppletive non possano avere alcun beneficio per il Paese del presidente Rohani: il quale, tacendo come sta facendo sulla posizione russa, avalla lo scambio economico politico.